Due sacerdoti italiani, un ruandese naturalizzato italiano che celebra nella diocesi di Lucca e un prete belga premiato con un milione di dollari dall’Opus Dei, sono accusati dal rapporto degli esperti nominati dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di finanziare i gruppi hutu responsabili di efferati massacri nella repubblica Democratica del Congo.
Leggi l’articolo di Massimo A. Alberizzi pubblicato sul Corriere della Sera
novembre 29th, 2009

Il Canada condanna Désiré Munyaneza al carcere a vita. L’uomo è stato riconosciuto colpevole di genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità.
Un tribunale canadese giovedì ha condannato all’ergastolo il ruandese Désiré Munyaneza, riconosciuto colpevole lo scorso maggio di genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità per la sua partecipazione ai massacri del 1994 nel suo paese.Il condannato non potrà chiedere la libertà condizionale prima di aver scontato 25 anni di carcere, ha detto il giudice canadese Andre Denis. ”I crimini commessi dall’imputato sono i più gravi che possono esistere”
“L’abbiamo visto, l’imputato non solleva alcuna circostanza attenuante e i suoi testimoni hanno spesso negato che vi sia stato un genocidio. Noi sappiamo, tuttavia, che negare il genocidio è uccidere una seconda volta le vittime”, sottolinea nella sua sentenza.
“La pena che ho imposto è severa perché la legge ritiene che i reati commessi dall’imputato sono i più gravi che possono esistere”, aggiunge il magistrato.
Il tribunale ha riconosciuto che i reati in questione sono stati commessi con premeditazione, ha precisato. “E’ una sentenza che riflette lo spirito della legge e la gravità dei crimini commessi”, ha affermato il rappresentante dell’accusa, il Sig. Pascale Ledoux.
“Questa sentenza sarà accolta calorosamente in Ruanda”, ha detto un rappresentante dell’Associazione dei Parenti e amici delle vittime del genocidio in Ruanda, Jean-Paul Nyilinkwaya. “Speriamo che ci saranno altre cause. Sappiamo che ci sono altre persone in Canada sospettate di aver partecipato al genocidio”, ha aggiunto. Un messaggio a tutti i genocidiari a Kigali, il ministro ruandese della Giustizia Tharcisse Karugarama ha accolto con favore la sentenza, affermando che “i giudici canadesi hanno inviato un messaggio chiaro a tutti i sospetti genocidiari ricercati dalla giustizia internazionale “.
“Questa condanna dà la speranza che prima o poi, la giustizia canadese seguirà lo stesso percorso nella ricerca di altri sospetti di genocidio in cerca di asilo in questo paese”, ha commentato il signor Karugarama, intervistato dall’AFP.
Arrivato in Canada nel 1997, il signor Munyaneza è stato arrestato a Toronto nel 2005. Detenuto da quella data, è stato processato da un tribunale di Montreal che lo ha condannato al carcere a vita senza possibilità di libertà condizionata prima di dieci anni per violenze sessuali e a otto anni di carcere per saccheggio. Gli avvocati difensori di Munyaneza hanno annunciato che ricorreranno in appello contro queste condanne.
Il suo processo ha avuto inizio nel marzo 2007 e si era trasferito in Ruanda, Tanzania e in Francia dove sono stati ascoltati diversi dei 66 testimoni presentati dalla difesa e dall’accusa.
Munyaneza è stato accusato di aver partecipato al genocidio, perpetrato stupri e uccisioni di civili nella prefettura di Butare tra aprile e luglio 1994 e di aver guidato una delle principali milizie che istituiva posti di blocco della morte in questa regione del sud del Ruanda.
Il genocidio del 1994 in Ruanda ha fatto circa 800.000 morti, secondo le Nazioni Unite, soprattutto tra la minoranza tutsi.
ottobre 31st, 2009
Dal Rwanda del massacro a una tranquilla parrocchia di provincia, a Empoli, dove Don Emmanuel Uwayezu, 47 anni, prete cattolico ruandese, di etnia hutu, è stato arrestato oggi dai carabinieri di Firenze, dopo essere stato raggiunto da un mandato di cattura internazionale. L’accusa: aver preso parte al genocidio dei tutsi perpetrato dagli hutu durante la guerra civile in Rwanda.
Leggi l’articolo dell’Unità
ottobre 22nd, 2009
Agathe Habyarimana, la vedova dell’ex presidente del Rwanda, Juvénal Habyarimana, il cui assassinio nel 1994 scatenò l’inizio del genocidio, si vista rifiutare l’asilo politico in Francia. Il Consiglio di Stato ha validato il capo d’imputazione della prima istanza dove la commissione ha concluso che Agathe Habyarimana aveva giocato un ruolo primario nelle uccisioni dei Tutsi e Hutu moderati visto il suo ruolo “nel cuore del regime genocidario responsabile della preparazione ed esecuzione del genocidio”.
Leggi l’articolo dell’Express: Paris refuse l’asile politique à la veuve du président rwandais
ottobre 22nd, 2009
Scarica e diffondi il nostro volantino: volantino-nobel-2010
Nell’estate del 1994, mentre l’attenzione mediatica internazionale era concentrata sui mondiali di calcio negli Stati Uniti, in Rwanda si consumava una delle più grandi tragedie della storia moderna: nel giro di tre mesi, tra il 6 aprile e il 19 luglio 1994, un milione di cittadini appartenenti all’etnia minoritaria Tutsi veniva trucidato dagli estremisti Interahamwe appartenenti alla maggioranza Hutu. Un omicidio ogni dieci secondi avveniva sotto gli occhi indifferenti della comunità internazionale mentre la maggior parte degli organi d’informazione preferiva riferire di un semplice “scontro tribale tra selvaggi”. Ma la realtà era un’altra, intricata e profonda, e aveva a che vedere principalmente con la complessità dell’eredità post-coloniale e con gli interessi geopolitici delle potenze occidentali.
Nell’ambito di una sanguinosa guerra civile, molti decisero di obbedire agli ordini, commettendo crimini contro l’umanità, altri riuscirono a mettersi in salvo di fronte alla minaccia del machete, altri ancora rimasero per combattere l’orrore a rischio della propria stessa vita. Sono loro i Giusti del Rwanda a cui va il nostro riconoscimento.
Zura Karuhimbi, candidata al premio Nobel per la Pace 2010, è una donna Hutu che ha nascosto nella sua casa oltre 100 rifugiati Tutsi riuscendo, attraverso vari stratagemmi a evitare le perquisizioni delle milizie Interahamwe. Se fosse stata scoperta Zura sarebbe andata incontro alla morte più atroce, quella destinata agli amici dei Tutsi. Zura è stata recentemente nominata nel Giardino dei Giusti.
Yolande Mukagasana, candidata al premio Nobel per la Pace 2010, è una donna Tutsi che ha visto morire la sua famiglia, un marito e tre bambini, sotto i colpi dei machete. Dopo esser stata salvata da una donna Hutu, Yolande ha iniziato un’incessante campagna per testimoniare il genocidio del Rwanda nel mondo. La sua storia è raccontata nel libro “La morte non mi ha voluta”. Scrittrice di fama mondiale, Yolande ha già ricevuto la Menzione Onorevole Unesco per l’Educazione alla Pace.
Pierantonio Costa, candidato al premio Nobel per la Pace 2010, ricopriva la carica di Console italiano a Kigali nel 1994. Dopo aver messo in salvo tutti i nostri connazionali, tornò nel paese di sua spontanea iniziativa avvalendosi del passaporto diplomatico per mettere in salvo oltre confine circa 2.000 Tutsi. La sua storia è raccontata nel libro “La lista del Console”. Ribattezzato da vari media lo “Schindler italiano”, Costa è stato riconosciuto come Giusto dal Comitato per la Foresta dei Giusti.
Il genocidio dei Tutsi rwandesi costituisce un evento di primaria rilevanza nel panorama storico del Novecento. Purtroppo però, il silenzio, l’abbandono dei sopravvissuti e persino il negazionismo continuano tuttora. La dimenticanza e la cancellazione degli eventi sono il primo passo verso il formarsi dell’incoscienza civile che pone a rischio le generazioni future di ogni società.
Reputiamo dunque indispensabile che sia assegnato un Nobel per la Pace ai Giusti del Rwanda affinché la memoria non vada perduta e affinché la necessità della giustizia sia riaffermata al fine della piena riconciliazione nazionale e internazionale. Il Nobel ai Giusti del Rwanda è anche un monito nei confronti di tutti quei paesi in cui continuano a essere tollerate, coperte o propagandate pratiche genocidiarie.
Visitate il nostro sito www.benerwanda.org e il blog della campagna http://nobelrwanda.blogspot.com/
Scarica e diffondi il nostro volantino: volantino-nobel-2010
ottobre 10th, 2009
Arrestato una delle menti del genodidio del Rwanda del 1994.
Sulla sua testa pndeva una taglia di 5 milioni di dollari.
Vai all'articolo del Corriere della Sera
ottobre 8th, 2009
Bene Rwanda, in qualità di gruppo di supporto, invita a partecipare a “Eventi Nativi 2009. In memoria del genocidio dei popoli indigeni”, che si terrà a Roma il 10 e l’11 ottobre 2009 presso la Città dell’Altra Economia a Testaccio e presso il Teatro Valle.
Scarica al seguente link il volantino-eventi-091
settembre 26th, 2009
Amici,
il 18 luglio 1994 le ultime truppe fedeli al governo genocidario ancora in Rwanda vengono sconfitte dal FPR; il giorno prima, il 17 luglio, Gisenyi, città nell’angolo nord-occidentale del Rwanda sul confine con lo Zaire, ultima roccaforte ruandese dell’Hutu Power, era capitolata: è la fine della guerra civile e del genocidio.
Oggi terminiamo simbolicamente anche queste intense quindici settimane di campagna informativa su una delle più tremende tragedie della Storia dell’umanità, sperando di aver contribuito a rendere un pò di giustizia alle vittime con la nostra testimonianza e di aver svegliato un pò le coscienze sul rischio di scivolare più o meno consapevolmente in derive persecutorie, che partono dalla negazione dei diritti ad una qualche minoranza (i nomi storicamente dati a queste minoranze sono molteplici: armeno, indiano americano, ebreo, zingaro, tutsi, indios, tibetano, extra-comunitario, clandestino) e possono finire con un genocidio.
L’associazione Bene Rwanda ringrazia tutti coloro che ci hanno seguito e coloro che ci hanno dato un contributo indispensabile per informare, incontrarci e per discutere di quelli che sono temi sempre di attualità in quanto alla base della nostra cultura e della nostra capacità di convivere civilmente: la tolleranza, l’amicizia fra popoli, l’incontro e l’accettazione del diverso, l’accoglienza. Sopra tutto la verità e la giustizia che molte persone nel mondo, non solo i sopravvissuti del genocidio del Rwanda, stanno ancora cercando.
Ringraziamo allora, in particolare, l’associazione Peace Culture! senza il cui fondamentale contributo ben poco di tutto questo sarebbe stato possibile, il Maestro Dario Fo, che ci ha onorato di un video e di alcune sue opere pittoriche, Beppe Grillo che ci ha dato spazio sul primo blog d’Italia, Daniele Scaglione, Niccolò Rinaldi (che intanto è stato eletto al Parlamento Europeo!!!), Jacopo Fo, Federico Marchini, Luciano Scalettari e il nostro piccolo grande eroe Pierantonio Costa che ci ha fatto ricordare di essere, in fondo in fondo, “italiani brava gente”. Un ringraziamento anche a tutti coloro che attraverso articoli, interventi e collaborazioni hanno sostenuto la nostra campagna.
L’ultimo e più sentito ringraziamento va però a loro, i sopravvissuti e i testimoni del genocidio, che ci hanno onorato della loro parola. Siamo coscienti che aver dato loro voce rappresenta nient’altro che un piccolissimo passo verso la giustizia che reclamano, ma pensiamo che anche questo piccolo sforzo possa avere una sua importanza non solo per loro ma anche e soprattutto per noi che possiamo far tesoro del loro insegnamento. Yolande Mukagasana, Emmanuel Murangira, Vedaste Kaisabe, e lo scrittore senegalese, Boubacar Boris Diop, hanno consapevolmente scelto di rivivere un incubo nella speranza di trasformarlo nel sogno di un’umanità più giusta che non ripeta gli errori del passato. Il nostro ringraziamento va anche ai membri della Onlus, alla Comunità ruandese e a tutti gli africani che ci dimostrano la loro fiducia appoggiando entusiasticamente le nostre iniziative. Attraverso loro continueremo a raccontare il meccanismo dei genocidi sul nostro sito, nei nostri incontri, nei nostri libri, nelle scuole.
Murakoze!
luglio 29th, 2009
Candidato al Premio Nobel per la Pace 2010
Pierantonio è il penultimo di sette fratelli, nasce a Mestre il 7 maggio 1939, studia a Vicenza e a Verona e a quindici anni raggiunge il padre emigrato nello Zaire. A Bukavu, nel 1960, fa la prima esperienza di guerra africana e, con alcuni suoi fratelli, si prodiga per traghettare sull’altra sponda del lago Kivu gruppi di profughi congolesi. Quando scoppia la rivoluzione mulelista, Pierantonio decide di trasferirsi nel vicino Rwanda, il paese dalle mille colline, che ha da poco ottenuto l’indipendenza. Il 5 maggio 1965 ottiene il primo permesso permanente di residenza in Rwanda e da allora fino al 1994 risiede a Kigali. Qui ha sposato Mariann, una cittadina svizzera, e ha avuto tre figli: Olivier, che vive ancora in Rwanda, Caroline, che vive in Germania, e Matteo che vive con la madre a Bruxelles. Oggi Costa fa la spola tra il Rwanda e Bruxelles.
Imprenditore di successo, allo scoppio del genocidio ha in attività quattro imprese. Per quindici anni, dal 1988 al 2003, l’Italia gli affida la rappresentanza diplomatica.
Nei tre mesi del genocidio, dal 6 aprile al 21 luglio 1994, Costa porta in salvo dapprima gli italiani e gli occidentali, poi si stabilisce in Burundi, a casa del fratello, e da lì comincia una serie incessante di viaggi attraverso il Rwanda per mettere in salvo il maggior numero di persone possibile. Costa usa i privilegi di cui gode, la rappresentanza diplomatica, la sua rete di conoscenze e il suo denaro per ottenere visti di uscita dal paese per tutti coloro che gli chiedono aiuto.
“Decisi che avrei operato così. Mi sarei vestito sempre allo stesso modo per essere riconoscibile: pantaloni scuri, camicia azzurra, giacca grigia. Distribuite nelle tasche – e sempre nello stesso posto – avrei messo banconote da 5000 franchi rwandesi (circa 20 euro), da 1000, da 500 e, infine, da 100 franchi, per essere sempre pronto a estrarre la cifra giusta, senza dover contare i soldi: la mancia dev’essere data nella misura giusta, se dai troppo ti ammazzano per derubarti, se dai troppo poco non passi. Nella borsa avrei avuto costantemente con me alcuni fogli con la carta intestata del consolato d’Italia, e sul fuoristrada ci sarebbero state le immancabili bandiere italiane. Quanto alla durata delle incursioni oltre confine, avrei evitato il più possibile di dormire in Rwanda e di viaggiare col buio”. (cfr. La lista del console, pag. 113).
Aiutato dal figlio Olivier, Costa agisce di concerto con rappresentanti della Croce Rossa e di svariate Ong, e alla fine del genocidio avrà perso beni per oltre 3 milioni di dollari e salvato quasi 2000 persone, tra cui 375 bambini di un orfanotrofio della Croce Rossa.
Verrà insignito della medaglia d’oro al valore civile per gli italiani portati in salvo e analoga onorificenza riceverà dal Belgio. Nei cento giorni del genocidio rwandese, Costa, che non è un missionario votato al sacrificio, ma un noto imprenditore con famiglia che si fa guidare dalla sua coscienza, decide di rischiare la sua vita, compiendo azioni straordinarie mettendo semplicemente a disposizione del prossimo la sua umanità e i suoi beni. “In mezzo a tanta violenza e sofferenza, qualcosa avevo fatto. Solo questo. Questo e niente di più”, ma col costante rammarico che si poteva fare di più.
Il giornalista che ne ha raccolto la testimonianza, Luciano Scalettari, commenta così: Secondo me, è un giusto, nel senso che danno a questo termine gli ebrei”.Risponde Costa: ”Ho solo risposto alla mia coscienza. Quello che va fatto lo si deve fare”.
Fonte: P. Costa–L. Scalettari, La lista del console, “nordsud”, ed. Paoline, Milano, 2004
luglio 24th, 2009
Brani tratti dal libro “Le ferite del silenzio” di Yolande Mukagasana

MUKANTESI Francine
14 anni, superstite, Nyamata
Y.M. - Il giorno in cui il presidente è morto, dove siete fuggiti, tu e la tua famiglia?
F.M. - Nella chiesa di Ntarama e alle paludi.
Y.M. - Spiegami. Quali paludi?
Francine tace all’improvviso. Non c’è più modo di farle dire una parola. Le racconto la mia storia di superstite. Quando le dico che avevano addirittura annunciato alla radio che ero morta, Francine ride e mi abbraccia. Ha ritrovato la fiducia e mi racconta la sua fuga e come i suoi genitori sono stati uccisi.
Y.M. - E che cosa hai fatto dopo il genocidio?
F.M. - Sono stata affidata ad una donna superstite, mutilata del braccio destro e a suo marito. Mi occupo dei loro bambini.
Y.M. - Vai a scuola?
F.M. - Non sono più stata a scuola dal genocidio. Mi sono fermata alla seconda elementare.
Y.M. - Hai voglia di tornare?
F.M. - Si, certo.
Y.M. - Sei pronta a studiare con bambini di nove anni?
F.M. - Ne sarei felice.
Y.M. - E per il momento, non sei felice?
Lungo silenzio.
Y.M. - Ti farò tornare a scuola in settembre.
Francine sorride dolcemente.

Emeline
20 anni, superstite, Kigali
E. - Non ero con i miei genitori quando il presidente è morto, ero dalla mia madrina. Era abbastanza lontano da casa mia, non sono potuta tornare e ho cercato di fuggire con la sua famiglia. Il consigliere comunale ci aveva promesso la sua protezione, era un grande amico della mia madrina. All’inizio, non mi voleva ma poi ha accettato. Ad un certo punto, non potevamo più restare rinchiusi, dovevamo muoverci perché gli omicidi aumentavano. Abbiamo dovuto separarci per proteggerci meglio. Alla fine, tutta la famiglia è stata uccisa, io sono l’unica sopravvissuta.
Tutto questo fa parte del passato, la vita continua ma faccio fatica ad affrontarla perché provo un dolore molto profondo.
Y.M. - Spiegami.
E. - Non riesco ad occuparmi degli orfani dei miei fratelli e delle mie sorelle. Sono tutti ospitati in famiglie hutu che erano nostri vicini. I bambini non vogliono restarci, sono infelici, pensano che si tratta delle stesse persone che hanno ucciso i nostri cari.
Y.M. - Cosa pensi fare oggi?
E. - Non lo so, ho solo 20 anni, ho appena terminato i miei studi di lettere classiche. Se lavorassi ora, non avrei mai uno stipendio abbastanza alto per occuparmi bene di loro. Ma ho anche dei dubbi se continuare i miei studi perché so che i piccoli non stanno bene là dove sono.
Y.M. - Che cosa desideri prima di tutto?
E. - Una casa per farci vivere i bambini.

NDAHIMANA Matthieu
35 anni, assistente medico, in prigione a Butare
Durante tutto il colloquio, Matthieu sembra rivedere il film dell’orrore che ha compiuto. La sua elocuzione è a scatti, puntuata da lunghi silenzi durante i quali il suo sguardo erra al suolo. Poi, come se tornasse in sé, mi guarda di nuovo come per trovare in me la forza di parlare.
M.N. - Vorrei dirvi, signora, che ho tradito la mia professione e la mia coscienza … Ho ucciso quando avevo come missione di salvare la vita … Ho cercato di incontrare le persone alle quali avevo fatto del male … Il mio rammarico è ancora più forte perché, dopo il genocidio, sono stato accolto dalle famiglie di coloro che avevo ucciso… Mi dicevano che non capivano come avevo potuto partecipare al genocidio e che ero sempre stato un uomo esemplare. È vero. Neppure io capisco cosa mi è successo … Quello che so, è che mi hanno insegnato a sparare con un fucile, e che ho sparato. Due volte. Proprio in mezzo ad una folla di donne e di bambini … Ringrazio Dio di essere ancora vivo per poter chiedere perdono … Ma io sono un uomo morto …
Y.M. - E io, Matthieu, vi dico che siete ancora vivo perché ora sapete dove si trova il male, chiedete perdono e cercate di lavorare per la pace tra i Ruandesi. Sareste disposto a girare il mondo con me per testimoniare, voi come artefice del genocidio, io come vittima, per riportare la pace nell’umanità?
M.N. - Si. Certo. Sono pronto.
Matthieu piange a lungo, la testa tra le mani. Ed io pure.
luglio 23rd, 2009
Episodio 15-Conclusione de “La lista del Console”
Le risaie erano abbandonate, il raccolto stava marcendo senza che nessuno se ne curasse. Campi e case erano vuoti. Qua e là si scorgevano i segni della furia appena passata: qualche casa bruciata; qualche altra svuotata di tutto, compresi tetto, porte e finestre; ogni tanto, sul ciglio della strada, una jeep o un camion militare abbandonati.
Viaggiavo piano, per osservare meglio. Dai dolci declivi delle colline lo sguardo spazia lontano. Sono paesaggi che ho visto decine di volte. Ma al posto del consueto andirivieni brulicante di gente, c’era solo desolazione e vuoto. Dov’erano i ruandesi? Il genocidio, la guerra, poi la fuga in massa avevano lasciato questa terra tristemente inanimata.
Stavo entrando a Kigali. Lungo tutta la strada, dalla frontiera alla capitale avevo incontrato sette persone.
Un milione di ruandesi era stato ucciso durante il genocidio, altri due milioni, forse più, erano profughi appena oltre il confine, in Zaire, a vivere l’ultimo capitolo di quella tragedia. Quasi la metà della popolazione non c’era più. In soli cento giorni questo piccolo Paese era stato cancellato. I nuovi arrivati, il Fronte patriottico ruandese guidato da Paul Kagame, dovevano ricostruirlo dalle ceneri. Avevano vinto la guerra, avevano sbaragliato gli avversari. Ma il governo e l’esercito del genocidio si erano ritirati facendosi scudo della gente. L’avevano portata con sé, lasciandosi alle spalle solo morti e rovine.
Non mettevo piede a Kigali dal 3 maggio. Era il 21 luglio 1994. Nei trent’anni passati in Ruanda non ero mai stato assente tanto a lungo. Ma non sapevo se tornavo per restare o per l’ultima volta, per poi andarmene per sempre.
Il fuoristrada mi portava lento tra le vie più familiari. Passai davanti al mio negozio. Le saracinesche erano incredibilmente intatte: i fax, le fotocopiatrici, i computer erano ancora in vetrina. L’officina di ricarica delle gomme no, i cancelli erano spalancati. Non entrai nemmeno. Sapevo già cosa avrei trovato: i trenta container - come vidi il giorno dopo - erano stati scassinati e svuotati della merce, come pure il magazzino di pneumatici. Con mio grande rammarico, il giorno successivo avrei avuto un’altra amara sorpresa: proprio quella notte, tra il 21 e il 22 luglio, mi avrebbero saccheggiato il negozio. L’avrei trovato devastato e vuoto. La guerra era finita ma alcuni ladri e sciacalli, evidentemente, erano ancora in circolazione.
Anche le strade della capitale erano tremendamente vuote. Non si vedevano più i segni della morte che aveva abitato questi quartieri. Tutto ripulito. Ma i fatti erano tanto recenti che la memoria collocava ancora, con precisione, i luoghi delle barriere dove i miliziani fermavano, perquisivano, interrogavano, uccidevano. Mi guardai intorno cercando di immaginare dove potevano essere le innumerevoli fosse comuni.
Le cinque del pomeriggio. È l’ora in cui in Africa la luce del sole si fa un po’ più morbida, e i colori cominciano a diventare più dorati. Ricordavo che, prima della guerra, era il momento più bello della giornata, a Kigali, quando le strade col fresco della sera si animavano ancora di più.
Casa mia. Quando l’avevo lasciata non pensavo che l’avrei rivista. Un colpo di clacson, per vedere se c’era qualcuno. Li vidi spuntare al cancello, uno a uno, arrivarono tutti. Tutti e quindici. «Patron, come va? Come stai?». Erano emozionati, commossi. Io pure, ma non mi è mai piaciuto farlo troppo vedere. Si erano salvati tutti. Mi fecero mille domande, tutti insieme. E mi raccontarono i loro cento giorni. Sembrava il diario di Anna Frank, ma a lieto fine. Quattordici tutsi e un hutu. Si erano protetti a vicenda. Finché impazzavano le bande degli interahamwe, l’hutu andava ad aprire la porta, mentre gli altri stavano nascosti in soffitta. Liberata la città dall’Fpr, era l’hutu, il mio custode, ad avere paura. Durante i primi giorni, lui stava nascosto e gli altri lo proteggevano.
In quel mare di violenza e di bestialità c’era stato anche qualcuno capace di fare qualcosa di buono, di comportarsi da uomo anziché da animale. Non si erano mai traditi. Non era affatto scontato. I miei ospiti mi raccontarono che nella casa a fianco alla mia erano state uccise quattro persone perché il guardiano aveva fatto la spia. Erano nascosti in casa e li aveva fatti ammazzare. Mi dissero che li avevano sepolti poco più in basso, sul ciglio della strada. E ci sono ancora. In seguito, fu piantata una croce sulla loro tomba.
«Come avete fatto col cibo?». «Eh, Monsieur, prima abbiamo dato fondo alle scorte, poi barattavamo le bottiglie della tua cantina con roba da mangiare. Infine, sono venuti a saccheggiare. Allora è stata dura, perché non c’era più nulla da scambiare. Ma il vero problema era l’acqua. A Kigali non ce n’era più. Così ci siamo messi a bere quella della piscina. Era verde ormai, ma disinfettandola col cloro abbiamo tirato avanti. Insomma, ce l’abbiamo fatta».
Dovevo ancora entrare in casa. «Non c’è più nulla, vero?», chiesi. «No, nulla, tranne il pianoforte e qualche mobile troppo pesante da portar via», mi risposero. «Sono venuti tre volte a saccheggiare. Ma, per tua fortuna, l’ultima volta uno dei rapinatori ti conosceva, anche se non sapeva che questa era la tua casa. Quando ha letto il nome “Costa”, inciso su un mobile, ha detto che ti avrebbe custodito tutto, ma era meglio che la roba restasse da lui per evitare altre ruberie».
In effetti, in seguito mi riconsegnò oltre la metà dell’arredamento e delle nostre cose.
Varcai la soglia. Restavano i muri. Sulle pareti si intravedevano i segni del mobilio e dei quadri scomparsi. Erano spariti anche letti e materassi. Lo prevedevo, per cui mi ero portato un lettino da campo per dormire.
La casa era vuota come me, come quella città, come trent’anni della mia vita e della nostra piccola storia in Ruanda.
Su Kigali scendeva la sera. Uscii in giardino, mi sedetti su un gradino e d’istinto aprii la mia inseparabile borsa di pelle marrone. In un fascicoletto portavo con me le poche carte che avevo messo insieme durante quei cento giorni. Qualche relazione fatta all’ambasciata, fax mandati e ricevuti. Documenti. Ogni pagina una storia.
Ritrovai il fax della dottoressa Anna Ascoli Marchetti con il quale ci chiedeva di cercare Gemma Mukagashaiyja, la madre dei bambini che ospitava in Italia. E unito a quello, il nostro triste messaggio di risposta: avevamo saputo che Gemma era stata uccisa. Io mi trovavo fuori città, ed era toccato a Mariann, mia moglie, l’ingrato compito di comunicare la notizia: «Ti sono vicina con tutto il cuore», scriveva con delicatezza Mariann, «perché avrai il difficile compito di annunciare questa tragedia ai bambini».
Ritrovai le autorizzazioni rilasciateci da Sylvain Nsabimana, il giovane prefetto di Butare che ci aveva aiutato per far uscire diversi gruppi di persone in pericolo dal Ruanda. In seguito Sylvain fu messo sotto accusa al Tribunale internazionale di Arusha. Non so cosa gli imputino, ma posso testimoniare (come ho fatto con una lettera che gli ho mandato) che con me si è prodigato in tutti i modi per agevolare la salvezza di tante persone.
Ritrovai, soprattutto, le liste. Erano su carta intestata del consolato. Vi scrivevo nomi e dati delle persone che portavo fuori, con i convogli. Da Kigali, Musha, Rwamagana, Butare, Gitarama, Kabgayi.
Le scorsi. Non le avevo più guardate da quando avevo vissuto quegli avvenimenti.
23 aprile 1994. Contai i nomi: 42 persone. Frugavo nella memoria. No, erano di più, erano 51. Forse mancava una pagina. Italiani e ruandesi, laici e religiosi. Mi tornavano alla mente le immagini dei volti, quasi tutti. E del convoglio di auto che, lentamente, una barriera dopo l’altra, una trattativa dopo l’altra, arrancava verso la frontiera.
4 maggio, la spedizione dove caricai i figli del colonnello. Un gran colpo di fortuna, quello. In cambio del favore di portargli i figli in Burundi mi feci dare scorta e permessi. Uscirono 32 persone.
E poi le altre, il gruppo di Gitarama, i dipendenti dell’Astaldi, la famiglia Sunier con altri 17 ruandesi. Ritrovai un pezzo di carta con i dati di tre religiose: suor Marie, suor Esteffe, suor Anna. Ero rimasto impressionato dalla serenità di quelle missionarie. Una era piuttosto anziana, non era facile affrontare un’esperienza simile a settantaquattro anni. Eppure nulla le turbava. Non avevano mai mostrato il benché minimo segno di paura.
In quei consunti fogli di carta c’erano i nomi che avevo potuto scrivere. Mancavano quelli che non avevo incontrato, che non erano riusciti a raggiungere il posto convenuto di ritrovo, quelli che non avevo la possibilità di caricare a bordo, o che avevano scelto coraggiosamente di restare, per tante diverse ragioni.
La lista dei bambini non c’era, i 375 bambini della Croce Rossa. Probabilmente era rimasta in mano al mio compagno in quell’avventura, Alexis Briquet.
Sfogliavo quei pezzi di carta pensando che sembrava passato un secolo. Invece, tutto era avvenuto non più di due mesi addietro. Sfogliavo, e mi chiedevo se si poteva continuare a vivere in Ruanda dopo tutto ciò che avevo visto.
Ci abitavo da trent’anni, in quel Paese, più di metà della mia vita, allora. Ma i miei amici, la gran parte, non c’erano più. Tutto era cambiato, tutto era stravolto. Avevo veramente voglia di ricominciare?
Ripresi in mano una lettera del 31 maggio precedente, mandata a un mio dipendente perché mi vedevo costretto a interrompere il rapporto di lavoro. Gli avevo scritto cose molto lucide.
Caro Claude,
è con enorme tristezza che devo scriverti per porre fine al contratto di lavoro con Bandag. La decisione è definitiva perché ho perduto ogni speranza di vedere le cose ristabilirsi. Dopo la partenza da Nairobi ho fatto numerosi viaggi in Ruanda nella speranza di trovare una soluzione che permettesse di salvare qualcosa. Al contrario, sono stato testimone della dissoluzione di un Paese nella barbarie, nel tribalismo e nel vandalismo. Due giorni fa ho deciso di non ritornarci più, perché i rischi sono diventati veramente eccessivi.
Quale che sia la fine che potrà un giorno delinearsi, ho la convinzione che non sarà prossima e lascerà il Paese diviso e in guerra civile ancora per molti anni. Troppi morti, troppi assassini, la ragione ha abbandonato il Ruanda e il sangue chiama il sangue.
Credimi, caro Claude, sarei il primo a felicitarmi di essermi sbagliato e se ci sarà un minimo spiraglio, ti contatterò immediatamente.
Per il momento resto a Bujumbura per permettere a Matteo di terminare l’anno scolastico, poi rientreremo in Europa dove spero di incontrarti.
Auguri a te e alla tua famiglia.
In quel momento la guerra e la carneficina erano in corso. Il 21 luglio invece era finita. Ma mi domandavo se il Ruanda poteva riprendersi da un evento tanto drammatico e lacerante. Era un intero popolo privato dell’innocenza. Non c’era una famiglia che non avesse provato la violenza più bruta, inflitta o subita.
“E io”, mi chiedevo, “ho la forza di ricominciare?”. Perché di questo si trattava. Ricominciare da zero.
Oggi sono passati dieci anni, da quegli avvenimenti. E sono ancora in Ruanda. Alla fine, una risposta me la diedi. Ricominciai. Mi dissi che, in fondo, avrei dovuto comunque ricominciare. In Ruanda, in Italia, o in Belgio. In ogni caso dovevo tirarmi su le maniche in una realtà nuova e ripartire da capo. Ma il problema non riguardava gli aspetti economici o imprenditoriali. Si trattava di tirarsi su le maniche per ricostruire un sistema di pensieri, principi, idee, valori che erano stati terremotati da un’esperienza devastante. Volevo affrontare o rimuovere i ricordi di quei cento giorni? Volevo affrontare o rimuovere le domande inquietanti che quei fatti avevano provocato?
Alla fine, forse, non ho fatto né l’una né l’altra cosa. Ho lavorato, forse dedicando un po’ più d’attenzione agli avvenimenti sociali e politici che avvengono intorno a me. Ho rimesso in piedi le mie aziende. Ho ricominciato a tessere, in Ruanda, una nuova rete di relazioni e di amicizie. Insomma, ho semplicemente vissuto.
Ma in questi dieci anni sono tornato in alcuni di quei luoghi dell’orrore. Sono andato alla cattedrale di Nyamata, nella quale sono state uccise - pare - più di mille persone. La chiesa non è più stata usata come luogo di culto. I cadaveri sono stati sepolti, ma la chiesa è rimasta come allora. Si vede ancora il lenzuolo bianco dell’altare striato di sangue. Ci sono le chiazze sui muri e i piccoli fori sul tetto, provocati dalle schegge delle bombe a mano.
Sono andato alla scuola di Murambi, a 15 km da Butare, che è stata consacrata a monumento alla memoria. Sono entrato in tutte le aule, una a una. In quel caso i corpi li hanno lasciati esattamente com’erano, cosparsi di calce. È un groviglio di esseri umani che ricopre i pavimenti di tutte le classi della scuola.
Sono andato ogni anno a rivedere uno di quei luoghi. E ce ne sono tanti in Ruanda. Come console ho partecipato alle cerimonie di commemorazione. Ho continuato a provare incredulità, rabbia, dolore. Ogni volta mi sono ritornate alla mente immagini che forse volevo rimuovere.
Facce paralizzate dalla paura, tanto che non riuscivano più a parlare. Cani che si cibavano dei corpi delle vittime. Scene di violenza a cui ero stato costretto ad assistere impotente. Volti di amici che non ho saputo salvare.
Oggi che sono passati dieci anni, mi rendo conto che quei cento giorni sono ancora un incubo a occhi aperti, che mi ha spesso tormentato e che talvolta mi ha tolto il sonno.
Ho visto massacrare i figli di una famiglia di nostri amici, i Sebulicoco. La loro casa era sulla collina di fronte alla nostra. Ho ricevuto, due ore dopo, la telefonata allarmata della madre che mi chiedeva se tutto andava bene, e non me la sono sentita di dirle la verità. Ho saputo troppo tardi che lei e il marito, il 6 aprile, erano rimasti bloccati fuori città, in un paesino a pochi chilometri da dove avevo condotto una delle spedizioni di salvataggio. Dovevo andarci in quel villaggio. Ero stanco, era sera, non ce la facevo più. Ci mandai qualcun altro. Così non li incontrai, quei due miei amici. Non li incontrai per una stupida serie di coincidenze. E loro, due giorni dopo, erano morti. Massacrati come i figli.
Mi accadevano intorno queste cose, e io intanto dovevo andare a trattare con alcuni dei responsabili di quelle nefandezze, per ottenere il permesso di portare fuori qualche decina di persone. Loro stavano pianificando l’eliminazione di migliaia di esseri umani. E io battagliavo per una lista di qualche decina di poveracci.
Non ho fatto finta di non sapere. E quando ho potuto, ho detto quel che ne pensavo. A uno di loro che mi chiedeva un intervento diplomatico ho semplicemente risposto che smettesse di far ammazzare la gente, e poi avrebbe potuto chiedermi qualcosa. In un’altra occasione, mi trovai a cena a Gitarama con un altro di questi personaggi. Ne discutemmo a lungo, ma inutilmente. Costui era un amico, un tempo. Avevo la confidenza di chiedergli il perché di tutto ciò che stava accadendo. Sembrava invasato, fuori dalla realtà, assetato di sangue, imbevuto di folli idee razziste.
In mezzo a tanta barbarie, ho incrociato anche l’altro volto dell’umanità: gente semplice, come alcuni dei miei dipendenti, che nonostante la propaganda e la follia collettiva continuava a nascondere gente in pericolo e a compiere gesti di solidarietà; missionari che mettevano la propria vita in gioco; volontari, medici, cooperanti che senza alcun interesse o ragione personale erano venuti apposta in Ruanda per fare qualcosa, per salvare qualcuno.
Ecco, forse oggi ho la risposta da dare a quanti, all’epoca, mi domandarono «chi te lo fa fare». Di fronte a quell’apocalisse, mi afferrai forse a quei pochi brandelli di bene, al dare una mano al missionario, al carico di viveri da portare a un orfanotrofio, a un amico che potevo aiutare. Non serviva discutere con quello che sparava, né si poteva convincerlo a diventare un benefattore. Ma certo si poteva fare qualcosa.
A volte, nei momenti difficili ho corso qualche pericolo, ma ho sempre ritenuto che erano rischi calcolati, in situazioni sotto controllo.
Spesso, questo sì, mi sono chiesto perché altri non hanno cercato di farlo, specie chi ne aveva le opportunità, specie chi ricopriva una carica che gli avrebbe permesso di agire efficacemente. Perché tanti non ci hanno nemmeno provato? Perché non hanno neppure utilizzato il potere, il denaro, l’influenza che avevano per alleviare almeno una piccola parte di quelle sofferenze?
Oggi, dopo dieci anni, posso forse dire che il mio cruccio non sono solo i brutti ricordi. La cicatrice che ti resta è il dubbio che potevi fare di più, potevi prendere qualche rischio in più. Forse potevo farlo.
Alcune persone straordinarie che ho conosciuto in quel periodo, loro sì, sono arrivati fino all’estremo delle loro possibilità. Io no. In questi anni mi sono convinto che avrei potuto fare di più. C’era tanta sofferenza attorno a me, forse potevo evitarne una piccola parte, viaggiando un po’ di più, pagando qualche soldo in più.
Ho detto a qualcuno che non avevo la possibilità di portarlo fuori dal Paese. Forse era proprio così, forse avrei fallito e sarebbe finita male. Ma, forse, avrei potuto cercare di farlo lo stesso.
Questo tarlo mi si è insinuato quel 21 luglio. Perciò ho voluto partire da lì. Sono ritornato a Kigali. Ho visto cosa restava del Ruanda. Ho avuto per la prima volta la piena percezione dell’enormità del massacro. Per la prima volta ho pensato che, no, non avevo lasciato nessuno per strada. Ma non ero andato io a cercarli, non avevo dedicato tutte le energie a immaginare ogni sistema possibile per salvarne qualcuno in più.
E oggi, dopo dieci anni, mi rendo conto che non ho mai raccontato a nessuno quei cento giorni. Forse nemmeno a Mariann, fino in fondo.
So che, per sbloccare il trauma, ai bambini ruandesi facevano innanzitutto raccontare ciò che avevano visto e vissuto. E raccontandolo riuscivano lentamente a superarlo.
Spero che sia servito anche a me.
luglio 22nd, 2009
Quindicesima settimana: 14 luglio 1994 – 18 luglio 1994
14 luglio: Circa 6.000 persone all’ora entrano nella zona di sicurezza francese, inclusi membri della milizia estremista Interhamwe e ufficiali del governo ad interim.
Inizia un’epidemia di colera tra le popolazioni fuggite a Goma, nella regione zairese del Nord-Kivu.
16 luglio: Tredici ministri del governo ad interim si rifugiano nella zona di sicurezza francese.
17 luglio: Il FPR prende Gisenyi, ultima roccaforte ruandese dell’Hutu Power.
18 luglio: Le ultime truppe governative ancora in Ruanda vengono sconfitte dal FPR che dichiara la fine della guerra. Il Ruanda è ormai completamente liberato, ad eccezione della zona di sicurezza a sud-ovest controllata dai francesi.
Epilogo
19 luglio: Viene formato un nuovo governo di unità nazionale a Kigali che comprende membri del FPR e sopravvissuti dell’opposizione democratica. Faustin Twagiramungu, designato negli accordi di Arusha, viene nominato Primo ministro. Il nuovo governo annuncia la fine della schedatura etnica che viene eliminata sulle carte d’identità e in tutti gli archivi.
22 luglio: Il Presidente degli Stati Uniti Bill Clinton annuncia che truppe statunitensi saranno dispiegate per aiutare i rifugiati nei campi dello Zaire.
25 luglio: L’amministrazione Clinton dichiara pubblicamente che non riconosce più il governo ad interim del Ruanda.
16 agosto: Il generale Romeo Dallaire lascia il Ruanda. Il generale canadese Guy Touignant prende il comando dell’UNAMIR che conta 1.624 soldati.
21 agosto: Fine dell’operazione Turquoise durante la quale, i responsabili (prefetti, sottoprefetti, borgomastri e capi militari), che avevano organizzato localmente i massacri, non sono stati sottoposti ad alcun interrogatorio da parte dei militari francesi (sebbene l’ONU avesse dichiarato la qualifica di genocidio). Il capo delle FAR, il generale Augustin Bizimungu, viene visto a Goma in un veicolo dell’esercito francese. Ufficiali francesi dell’operazione Turquoise dissuadono gli ufficiali delle FAR che volevano raggiungere il governo di unità nazionale a Kigali.
Le Far che hanno raggiunto lo Zaire si riorganizzano e beneficiano dell’aiuto del Presidente zairese Mobutu. Presenza di circa 500 militari francesi nello Zaire fino alla fine di settembre.
Ottobre: La Commissione di Esperti nominata dall’ONU produce un rapporto che conclude che in Ruanda ha avuto luogo un genocidio contro i Tutsi.
Novembre: Il Consiglio di sicurezza dell’ONU adotta la risoluzione 955 che stabilisce una corte criminale internazionale ad Arusha in Tanzania, per i crimini commessi nel genocidio in Ruanda.
luglio 21st, 2009
Brani tratti dal libro “Le ferite del silenzio” di Yolande Mukagasana

R. Pacifique
43 anni, superstite, Ntarama
“I nostri padri ci dicevano che nella chiesa di Dio, gli assassini non sarebbero mai entrati. Dal 1959, rifugiarsi nelle chiese è un abitudine dei Tutsi. Ci siamo semplicemente e naturalmente rifugiati in quella di Ntarama. Ma era piena. Gli assassini sono arrivati, hanno ordinato agli Hutu di uscire. Mia madre è andata avanti dicendo “sono Hutu”. È stata ammazzata sotto i nostri occhi. Mio padre e mia sorella incinta di nove mesi furono uccisi subito dopo, a colpi di mazza. Gli assassini hanno poi lanciato delle granate e alla fine sono entrati nella chiesa e ci hanno ucciso all’arma bianca. Sono riuscito a salvarmi con mia moglie e i miei figli. Siamo andati alla scuola di Cyugaro per raggiungere gli altri resistenti. “Sono indignato, dichiarò un certo Simon U. contemplando il numero di Tutsi ancora vivi nella scuola.” Poi, girandosi verso gli artefici del genocidio che lo circondavano, aggiunse: “Visto che siete degli incapaci, vado a cercare dei veri Interahamwe.” Dicendo questo, se ne è andato al volante del suo camioncino ed è tornato un’ora dopo accompagnato da molti Interahamwe che ci hanno attaccato con le granate. Alla sera, siamo riusciti a liberarci. C’erano molti morti. Siamo andati dal borgomastro … “Ovunque andiate, ci ha detto, incontrerete un Hutu. Deve uccidere, è il suo lavoro. Restate piuttosto tranquilli a casa vostra e lasciatevi massacrare con dignità.” Siamo tornati alla scuola, ma poco dopo quattro bus noleggiati dal comune hanno riversato i loro miliziani. Il combattimento è iniziato immediatamente. Granate da una parte, frecce e pietre dall’altra, machete e archi mischiati in una battaglia spaventosa. Vinti dal numero e dalle loro armi da fuoco, alla fine abbiamo dovuto ripiegare nelle paludi di papiro, dove abbiamo cominciato una vita un po’ vegetativa. Finché, all’improvviso, due settimane più tardi, una voce tuona: “Siamo il FPR. Fatevi vedere. Vi proteggeremo.” All’inizio non ci credevamo, perché temevamo che fosse un appello degli Interahamwe. Ma no, era davvero il FPR. Siamo stati condotti a Nyamata appena liberata. Là, ascoltavamo RTLM che diceva che il Bugesera era nelle mani dei FAR. Questa notizia ci ha fatto ridere perché si sapeva che il Bugesera era controllato dal FPR. Ma altri ci hanno detto che era un modo di far credere agli Interahamwe che non avevano perso la guerra e che dovevano continuare il genocidio. I medici del FPR ci hanno curato, ci hanno messo al regime d’acqua e le nostre gambe si sono progressivamente sgonfiate.”

NSANZURWIMO Patrice
79 anni, coltivatore, in prigione a Butare
Y.M. - Come avete cominciato ad uccidere?
P.N. - Ero seduto su una pietra della mia parcella. Sei gendarmi arrivano con i loro fucili. “Vieni con noi.” Li ho seguiti. Mi hanno portato davanti alcuni prigionieri e mi hanno dato un manganello coperto di chiodi.” Allora, vecchio, mi ha detto uno di loro, o ammazzi queste persone o ti freddiamo.” Allora ho cominciato a colpire i prigionieri.
Y.M. - Dove li colpivate?
P.N. - Sulla testa.
Y.M. - Quante volte?
P.N. - Due volte.
Y.M. - Nessuno si è difeso?
P.N. - No, per niente.
Y.M. - Quanto è durato tutto questo?
P.N. - Ho cominciato verso le otto e finito verso mezzogiorno.
Y.M. - Quattro ore! Ma quanti ne avete ammazzati?
P.N. - Devo averne ammazzati un po’ più di cento.
Y.M. - Allora, avete colpito duecento volte?
P.N. - Si.
Patrice risponde alle mie domande con vivacità e con un tono un po’ teatrale, ma quando gli domando se gli dispiace, è come colpito dallo stupore.
P.N. - Se ci fosse un nuovo genocidio, signora, scaverei un buco per nascondermi ed evitare di essere costretto ad ammazzare.
Y.M. - Sapete, trovo che noi, Ruandesi, meriteremmo di sparire per non contaminare gli altri popoli con il nostro crimine.

Innocent R.
32 anni, Twa, in prigione a Butare
Y.M. - Tu sai bene me che in tutta la storia del Ruanda, i Twa erano amici dei Tutsi. Allora, raccontami come mai li avete uccisi.
I.R. - Il cognato del brigadiere è venuto a dire che eravamo degli esseri insignificanti e che dovevamo inseguire i Tutsi scappati nella foresta, perché altrimenti saremmo stati tutti uccisi.
Y.M. - E tu hai partecipato a questa caccia?
I.R. - Sì. Ho ucciso tre Tutsi. Un certo Karasira, con un colpo di manganello. Un certo Vianney, che era un mio amico, con un colpo di lancia. E un bambino di 12 anni, con diversi colpi di pugnale.
Y.M. - Qual era il tuo stato d’animo mentre facevi queste cose?
I.R. - Era un po’ come un’epidemia. Prima di uccidere la prima volta, avevo paura. Ma dopo il primo assassinio, sono diventato molto cattivo e molto crudele. Era come se dentro di me fosse cresciuta una grande collera contro i Tutsi, senza che ne capissi il perché. Le nostre azioni non erano premeditate, agivamo sotto il dominio di una collera irrazionale fomentata in noi dalle autorità. Non ero più un essere umano.
Y.M. - E dopo, come ti sei sentito?
I.R. - Quando mi hanno arrestato, mi sono sentito sollevato e ho confessato direttamente. Era così bello tornare ad essere un essere umano. Oggi, mi rimetto alla giustizia degli uomini, accetterò la pena che mi sarà inflitta, anche se si tratta della morte. E per l’eternità mi affido alla giustizia di Dio.
luglio 18th, 2009
Episodio 14 de “La lista del Console”
«Costa, domani vado in Ruanda, per portare via i bambini della Croce Rossa. Devi venire con me». Era Daniel Philippin, il responsabile della Croce Rossa di Bujumbura. Non era passata più di una settimana dalla mia promessa di non varcare più il confine. Era sabato 4 giugno. Non risposi. Andai da Mariann, in cucina. Le dissi: «Domani vado a Butare, portiamo fuori i bambini della Croce Rossa. Non dirlo ai miei fratelli, se no me ne dicono di tutti i colori». Non obiettò. Mariann non si oppose mai ai miei viaggi.
Alle nove del mattino dopo eravamo già alla frontiera, con due macchine e un paio di camion. Briquet, intanto, stava trattando a Butare per ottenere i lasciapassare per i bambini.
Giunse la prima doccia fredda: da Bujumbura ci comunicarono via radio che la Croce Rossa di Ginevra non autorizzava l’operazione. Daniel non poteva proseguire, i mezzi di trasporto neppure. «Che significa?», urlò nella radio. «Cosa vuol dire che “non autorizzano l’operazione”? Si rendono conto che siamo già al confine? A Butare, Briquet ha predisposto tutto».
L’ordine era perentorio: uomini e mezzi della Croce Rossa non potevano proseguire. Decisi di andare da solo. Avrei raggiunto Briquet, e avremmo valutato il da farsi.
«Proviamo, Pierantonio», suggerì Alexis. «Oggi lo si può ancora fare, domani non si sa. Certo, è una pazzia, ma la guerra è quanto mai vicina e in quel centro ci sono 700 bambini che fra breve non avranno più da mangiare. Pochi giorni fa i militari hanno ucciso un’altra ragazza. Questi ragazzini sono in condizioni disperate».
Tuttavia, trasferirli tutti in un colpo solo era impossibile. Decidemmo, intanto, di portare via i più piccoli, fino all’età di nove anni. Scorremmo le loro schede, una a una: erano 375 bambini.
Potevamo contare sulla disponibilità del prefetto, Sylvain, ma c’era il solito scoglio dell’autorizzazione del comando militare. Interpellammo l’ufficiale di collegamento con la Croce Rossa e un graduato dei servizi segreti che conoscevamo. Entrambi ci diedero il via libera, ma senza nulla di scritto.
Corremmo in prefettura. Non c’era nessuno. Sylvain, sfortunatamente, era fuori. Tutto sembrava congiurare contro di noi. Ci demmo un tempo limite: «Se entro le tre del pomeriggio non abbiamo combinato nulla, rinunciamo».
Nell’attesa che tornasse il prefetto, ci mettemmo a caccia dei mezzi di trasporto. Non era uno scherzo trovare posto per quasi 400 persone, tra bambini e accompagnatori.
Il tempo passava, inesorabile. Erano le due del pomeriggio e tutto quel che avevamo trovato erano tre minibus da diciotto posti l’uno. «In qualche modo ce li faremo entrare», disse Alexis. Il problema era un altro: il prefetto non arrivava.
«Mi ha chiamato, sarà qui a minuti», annunciò finalmente l’ufficiale di collegamento. «Però, vi devo chiedere un favore», aggiunse. «Caricate anche la mia famiglia». Erano altre persone da stipare nei tre pulmini da diciotto posti.
Sylvain autorizzò immediatamente il trasferimento. Cominciammo a far salire i bambini. I pulmini erano stracarichi. Eravamo ormai pronti a partire. Anche la famiglia del colonnello era a bordo. Ma al momento di aprire i cancelli del centro, si pararono davanti quindici soldati con i fucili spianati. Il colonnello intimò loro di farsi da parte. Niente da fare. «Di qua non passate», ruggì il soldato più esagitato del gruppo. Erano quasi le tre, ogni minuto che passava peggiorava la situazione di sicurezza delle strade.
Il colonnello e i soldati cominciarono a discutere, animatamente. La tensione era alle stelle. I bambini, ammassati all’inverosimile, tacevano impauriti. I motori dei minibus erano in moto.
Il colonnello ruppe gli indugi. Col fucile a sua volta puntato sui soldati, aprì il cancello: «Io passo. Se devo sparare contro qualcuno, lo faccio. Provate a impedirmelo». I militari esitarono, lentamente cominciarono ad abbassare le armi, e si scostarono. I minibus uno dopo l’altro sfilarono dal cancello. Era fatta.
Scesi dall’auto e diedi una mancia a tutti. Volevo evitare che ci inseguissero.
Nel primo veicolo c’erano il prefetto e il colonnello. In coda c’eravamo noi. Cominciò la via crucis delle barriere: ne contai diciassette, tutte sorvegliate da soldati. Ogni volta i controlli, la lista da esibire, le discussioni e le spiegazioni. E tante mance. Arrivammo alla frontiera alle sette di sera. I problemi non erano finiti: il solito puntiglioso funzionario dell’immigrazione volle controllare l’identità dei bambini una per una. Faceva di tutto per rallentare le operazioni, non voleva farli passare. Ma i permessi erano in regola, ed era presente il prefetto, non poteva dire di no.
Quattro ore dopo, l’ultimo bambino superava la fatidica sbarra.
Io e Alexis ringraziammo e salutammo tutti, compresi il prefetto e il colonnello, che ovviamente avevano concluso il loro viaggio. Il colonnello mi si avvicinò, mi posò una mano sulla spalla e disse: «Costa, penso sia meglio che tu resti a Bujumbura». Ci guardammo per un attimo. Il messaggio era chiarissimo, me l’aspettavo da tempo. Non l’ho mai più visto quell’ufficiale, credo sia morto. Non ho mai potuto chiedergli spiegazioni ulteriori. Ma sapevo che quella frase significava una cosa sola: “Non tornare più in Ruanda, perché al prossimo viaggio ti ammazzano”. Era un amico, mi aveva avvertito in tempo.
Alla dogana burundese c’erano in attesa, dalla mattina, gli uomini e i camion della Croce Rossa. Erano ormai le undici di sera. Vedendo che si faceva notte, avevano anche allertato il comandante di stanza a Kayanza, la prima cittadina oltre la frontiera. Gli avevano detto semplicemente che stavano arrivando 375 bambini e che bisognava trovare loro un posto per dormire e qualcosa da mangiare.
A mezzanotte i camion si fermarono nel cortile di un edificio. Sembrava una grande sala conferenze. Entrai, e mi commossi: c’erano 375 stuoie per terra, 375 coperte, 375 panini, 375 bottiglie di coca-cola. Come avesse fatto quell’ufficiale non l’ho mai saputo.
I bambini sfilavano nella grande stanza, prendevano posto e si distendevano sulle stuoie, sopraffatti dalla stanchezza. Li osservavo, uno ad uno, e trattenevo a fatica l’emozione. Pensavo agli altri, a quelli di Nyanza. Forse anche per loro i pericoli maggiori erano passati. Forse no, chi poteva dirlo?
Mentre quei piccoli mi trotterellavano davanti, nella mia mente si affacciavano le immagini di quei due mesi terribili: i viaggi, i volti, i gruppi che avevo condotto fuori dal “mattatoio-Ruanda”. La guerra continuava, la caccia all’uomo pure. Altri eventi drammatici, ben più grandi di me, si stavano compiendo, milioni di vite erano ancora in gioco.
Di sicuro, il Ruanda che avevo conosciuto per trent’anni, non esisteva più.
Ero terribilmente spossato. Dal 6 aprile al 6 giugno avevo perduto dieci chili. Mi rendevo conto che anch’io ero alla fine della mia corsa. Ma, almeno, quei 375 bambini erano in salvo, quell’operazione era finita bene.
In mezzo a tanta violenza e sofferenza, qualcosa avevo fatto. Solo questo. Niente di più.
luglio 17th, 2009
Quattordicesima settimana: 7 luglio 1994 – 13 luglio 1994
7 luglio: L’aeroporto di Kigali riapre.
13 luglio: Conquista di Ruhengeri, città principale del Nord del Ruanda, da parte del FPR.
Le FAR disfatte fuggono nello Zaire grazie ad un corridoio aperto dall’operazione Turquoise. Anche un milione di persone circa, (Hutu), fuggono nel vicino Zaire.
luglio 16th, 2009
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