CENTO GIORNI PER RICORDARE

BAMBINI NELLA GUERRA

Episodio 12 de”La lista del Console”

«Tu sei pazzo. Che cosa ci fai qua? Vai via, torna indietro». Quel colonnello lo conoscevo da tempo. «Cosa sta succedendo?», chiesi. «L’Fpr è in piena offensiva. Sta attaccando a metà strada fra Nyanza e Gitarama». Il colonnello, in quel momento, era il comandante delle truppe della zona. C’eravamo incrociati per caso, sulla strada, quella mattina del 26 maggio. «Io e Alexis ci fermiamo a Nyanza», risposi, «fra pochi chilometri. Se fin là non ci sono problemi, raggiungiamo l’orfanotrofio dei rogazionisti».
Mi spiegò che il Fronte patriottico stava avanzando. Di lì a poche ore la strada per Gitarama avrebbe potuto essere interrotta. Ancora una volta il Fronte patriottico aveva spiazzato gli avversari, attaccando nella zona meno prevedibile. Questo cambiava completamente lo scenario: forse per evacuare i bambini di Nyanza non c’era più tempo.
Pensammo, tuttavia, che poteva crearsi una situazione vantaggiosa da un altro punto di vista: se s’interrompevano i collegamenti fra Gitarama e Butare, l’autorità massima nel Sud del Paese tornava a essere Sylvain Nsabimana, il prefetto. Forse avremmo potuto tentare la sortita.
Ci ponevamo troppe domande, e non avevamo risposte.
La città era nel panico. La gente prendeva su quello che poteva e scappava. Presto Nyanza sarebbe stata deserta. Le barriere erano scomparse. Varcai ancora una volta quel cancello. All’orfanotrofio c’era più silenzio che mai. I bambini percepivano che stavano vivendo le ore più drammatiche. Il rimbombo della guerra era vicino. Era una mattina di sole, molti di loro erano sulle panche di una sorta di anfiteatro, che veniva usato in tempi normali per riunioni speciali o qualche spettacolo. Erano, però, tutti seduti e immobili.
Padre Giorgio si trovava nella parte alta dell’orfanotrofio, vicino alla sua stanza, seduto su una seggiola con davanti cinque bambini in fila: la più grande aveva più o meno dieci anni, il più piccolo forse tre. Erano appena arrivati. Il missionario, con grande tatto e infinita dolcezza, cercava di ottenere un sommario racconto di ciò che era accaduto loro. Era importante farlo subito: non solo per avere nome, cognome ed età approssimativa dei bambini, ma anche per compilare una scheda con tutti gli elementi possibili, compresa la zona di provenienza. Molti di quei piccoli, passata la furia degli avvenimenti bellici, avrebbero potuto ritrovare i genitori, o i fratelli, o parenti prossimi che avrebbero potuto prendersene cura.
Tre di quei bambini erano fratelli, gli altri due provenivano da famiglie diverse, ma si erano aggregati al gruppetto perché erano rimasti completamente soli. Tutti e cinque ritenevano di aver perduto i genitori. Forse era vero. Il racconto di uno di loro era tanto raccapricciante da essere inequivocabile. Ma, per esperienza, padre Giorgio sapeva che talvolta i bambini consideravano morti i genitori per il semplice fatto che improvvisamente erano scomparsi, magari in un momento di fuga o di confusione. Qualche speranza c’era.
Alla fine della guerra in Ruanda c’erano centinaia di migliaia di bambini non accompagnati (si usava questo termine proprio perché non era certo che fossero orfani). Migliaia di loro nei mesi successivi ritrovarono i genitori o i fratelli maggiori che credevano morti.
Concluso il colloquio, padre Giorgio ci raggiunse, insieme al dottor Mussi. Discutemmo se tentare o meno l’evacuazione, quello stesso giorno. «Abbiamo l’impegno del governo a dare tutto l’appoggio per salvare i bambini», ci dicevamo. «Possiamo ottenere l’autorizzazione del prefetto. Quanto ai militari, nel caos generale dell’attacco in corso, non avranno molto tempo per pensare a noi». Forse era il momento di tentare un colpo di mano. «Costa, abbiamo bisogno solo dei mezzi», concluse il missionario. «Tentiamo». «Tentiamo, padre», risposi, «ma bisogna fare in fretta, abbiamo poche ore».
Io e Alexis ci rimettemmo in strada. Attraverso percorsi interni arrivammo a Gitarama, facendo un largo giro per evitare la zona dei combattimenti. Ci arrabattammo tutto il giorno per cercare i mezzi di trasporto. Inutilmente. Non c’erano camion né autobus disponibili. Dovevamo far presto, se ci tagliavano la strada del ritorno saremmo rimasti bloccati.
All’imbrunire ci arrendemmo. Non c’era nulla da fare, i mezzi di trasporto non si trovavano. Tornammo verso Nyanza. Ma ci giunse una pessima notizia: l’Fpr aveva cambiato direzione dell’offensiva. Ora si combatteva furiosamente tra Nyanza e Butare. Arrivammo in città mentre un fiume di gente fuggiva, a piedi, in bicicletta, in macchina, in tutti i modi.
All’orfanotrofio, il grande spiazzo centrale era vuoto, e anche nel refettorio non c’era più nessuno. Fra le casupole che facevano da camerata per i bambini, circolava solo qualche ragazzo dei più grandi, per controllare la situazione. Padre Giorgio e il dottor Mussi mi vennero incontro. Anche loro sapevano come stavano evolvendo le cose. Seri, tesi in volto, erano consapevoli che nelle prossime ore qualsiasi cosa sarebbe potuta accadere: il massacro indiscriminato come la liberazione.
«Mi spiace», esordii, «non ci sono veicoli disponibili». «Credo che ormai siano inutili», rispose padre Giorgio. «Noi restiamo, Costa, sarà quel che Dio vorrà. Non c’è più alcuno spiraglio per andarsene. Potremmo allontanarci dai combattimenti per una sola strada, quella per Gikongoro. Sarebbe la morte certa per tutti. Anche i miliziani e i soldati in rotta si ritireranno in quella direzione». «Lo so, Giorgio, non c’è più via di scampo. Avete scorte di viveri?». «Sì, abbondanti. Dalle notizie che mi arrivavano nei giorni scorsi avevo capito che si sarebbe potuto arrivare a questo. Ho comprato molta roba. Per un po’ possiamo resistere. I bambini li abbiamo sistemati là sotto. C’è un ampio seminterrato, dove teniamo il cibo e il materiale. Il tetto è di cemento armato, sono abbastanza al sicuro. La radio funziona, ci terremo in contatto».
Stavamo per ripartire quando un ragazzo venne a chiamare padre Giorgio: «C’è una signora alla porta», disse, «mi ha chiesto di mostrarti questo documento». Era una carta d’identità italiana.
Si trattava della «signora Illuminata Uwaygabe, coniugata Rumi». «La moglie di Mario Rumi», esclamai. Uscii fuori per accoglierla. Il suo arrivo a Nyanza aveva dell’incredibile. Il marito era un volontario venuto in Ruanda qualche anno addietro. I due si erano conosciuti e sposati. Poi erano tornati a vivere in Italia.
Illuminata, una splendida ragazza tutsi originaria del Sud-est del Ruanda, era venuta per le feste di Pasqua a stare qualche giorno con la sua famiglia. E dal 6 aprile si era trovata improvvisamente in mezzo al caos della guerra. In tutto quel tempo avevamo cercato di rintracciarla, senza successo. Il marito era disperato. Dapprima aveva chiesto aiuto all’Unità di crisi del Ministero degli Esteri italiano, poi all’ambasciata di Kampala, infine direttamente a me. Via fax, aveva cercato di darmi tutte le informazioni di cui disponeva per avviare ricerche. Ma nulla era valso a ritrovarla.
Sapevamo che da Butamwa, il suo paese natale, Illuminata era fuggita dapprima verso Kigali. Poi si era spostata a Rwamagana, verso est. Infine a ovest, nella zona di Butare.
Dopo, più nulla. Non avevamo notizie di lei. Era riuscita a viaggiare di nascosto per quasi due mesi. Chissà come, ora sbucava a Nyanza, distante oltre 100 km da Rwamagana. Finalmente, la signora Rumi era approdata in un luogo sicuro, ma nel momento più critico. «Benvenuta, Illuminata», disse padre Giorgio. «Se resti qui, ci darai una mano con i bambini. C’è parecchio da fare in questi giorni».

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BOLLETTINO DEL GENOCIDIO

Dodicesima settimana: 23 giugno 1994 –  29 giugno 1994

Giugno: Pagamento a Paul Barril di 1.200.000 dollari per un contratto di “servizio ed assistenza” sottoscritto con il governo Habyarimana, secondo un documento pubblicato dalla Missione parlamentare sul Ruanda.

23 giugno: Entrata ufficiale delle forze francesi in Ruanda da Cyangugu (sud-ovest) e da Gisenyi (nord-ovest), provenendo dalle rispettive città zairesi di oltre confine Bukavu e Goma: “E’ là (a Cyangugu) che troveremo (…) tutti i Tutsi ancora vivi, di cui abbiamo bisogno per la televisione” (dichiara Gérard Prunier, consigliere dell’operazione).

27 giugno: Paul Barril afferma su France 2 che l’attentato contro Habyarimana sarebbe opera del FPR con la complicità di militari belgi, di cui ha riconosciuto l’accento in intercettazioni radiofoniche.

28 giugno: Pubblicazione a Ginevra del rapporto della Commissione Diritti Umani delle Nazioni Unite da parte dell’inviato speciale René Degni-Segui, in cui viene dichiarata la realtà del genocidio, attestando che i massacri verificatisi in tutto il paese erano pre-pianificati e facevano parte di una sistematica campagna di genocidio.

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TESTIMONIANZE DAL GENOCIDIO/10

Brani tratti dal libro “Le ferite del silenzio” di Yolande Mukagasana

 11  

Innocent N.
36 anni, superstite, presidente di un’associazione di handicappati del genocidio, Nyamata

I.N. – Eravamo circa 20.000 resistenti. Insieme a molti altri, ci siamo rifugiati nella chiesa di Nyamata. Abbiamo resistito un mese. Là ho perso mia moglie e mio figlio appena nato. Alla fine, abbiamo dovuto fuggire nelle paludi di papiro.
Y.M. – Come hai perso la gamba?
I.N. – Sono saltato su una mina antipersone.
Y.M. – Come hai avuto l’idea di creare un’associazione di handicappati?
I.N. – Volevo che noi handicappati non fossimo costretti a mendicare. Volevo che grazie alle nostre idee e alle nostre capacità, fossimo in grado di prenderci cura di noi stessi.
Y.M. – Le ONG (organizzazioni non governative) presenti vi aiutano?
I.N. – Non proprio. Ho contattato Handicap International ma non mi hanno risposto. In cambio, ZOA, un’altra ONG, sembra volerci aiutare. Quello che più ci converrebbe, sarebbe trovare un’associazione in Europa che potesse sostenerci un po’.
Y.M. – E al momento, come fate funzionare l’associazione?
I.N. – Paghiamo una quota mensile di 100 franchi a testa. (cioè più o meno 500 lire)


21 

HITIMANA Noël
Circa 50 anni, giornalista, Nyamirambo

La memoria di Noël diventa selettiva durante il colloquio …
Y.M. – Ti dichiari colpevole?
N.H. – Colpevole?
Y.M. – Cioè, coloro che accettano quello che hanno fatto, il loro lavoro durante il genocidio.
N.H. – Si, accetto quello che ho fatto, il mio lavoro durante il genocidio. Ma non mi sono dichiarato colpevole.
Y.M. – Pertanto, mi sembra aver sentito la tua voce, tu hai dato il mio nome alla radio, dicendo che ero morta. Non so se ti ricordi. Il 7 aprile mattina.
N.H. – Un comunicato o cosa? Si, è possibile. È possibile, perché i comunicati passavano.
Y.M. – Conosci Musoni? Era mio fratello. Eravate insieme all’ospedale di Kabgayi, durante il genocidio. Aveva voglia di chiederti se era vero che ero morta.
N.H. – Potevo sapere?
Y.M. – Si, visto che sei stato tu a dirlo alla radio!
N.H. – No. Questo non l’ho detto.
Y.M. – Eppure …
N.H. – NON L’HO DETTO!
Jean-Pierre Martin filmava il colloquio per RTL-Tvi.
J-P.M. – Perché avete accettato di lavorare per una radio che ha fatto parte della pianificazione del genocidio e che giorno dopo giorno incitava ad uccidere una parte della popolazione?
N.H. – Quando mi hanno chiamato per lavorare in questa stazione, si trattava di una radio libera, commerciale. Radio Télévision Libre des Mille Collines (radio televisione libera delle Mille Colline). Ed era autorizzata dallo Stato.
J-P.M. – Ma tutti i paesi occidentali avevano chiesto la sua chiusura.
N.H. – Perché non è stata chiusa?
J-P.M. – È a voi che lo chiedo.
N.H. – Io, non lo so.

 

31 

NGANIMANA Paul
49 anni, superstite, Bugesera

Y.M. – Quando vedi come si fa la giustizia in Ruanda e ad Arusha, pensi che verrà il giorno in cui si fará una vera giustizia sul genocidio?
P.N. – È possibile, se c’è la volontà. Tutto quello che so è che bisogna avere una giustizia secondo le leggi sul genocidio, ma nello stesso tempo non dimenticare che si è prodotto in Ruanda e non altrove. Dire ai superstiti di portare cinque o più testimoni, quando si sa che si trattava di uno sterminio e che molte colline sono state rasate, è inumano. Avere un solo testimone è già difficile. Dove vogliono che troviamo molti testimoni? A meno di resuscitare i morti. È piuttosto un modo di scoraggiarci, noi i superstiti del genocidio. Finché la giustizia non sarà fatta, i Ruandesi non avranno futuro.
Y.M. – E cosa ne pensi della riconciliazione?
P.N. – Non ci credo affatto. Perché non si può obbligare alla riconciliazione. E come se si dicesse “Devi amare quella persona.” Si tratta di un sentimento che può venire solo dall’individuo. Non si può comandare questo sentimento. Non si può esigere che mi riconcili come non si può esigere che ami una certa persona. E poi, chi si riconcilia con chi? Gli assassini che sono ancora in libertà vogliono ancora assassinare. Fino al momento in cui loro non prenderanno l’iniziativa di venire a cercarci, noi superstiti, e dirci “abbiamo peccato contro di voi, perdonateci. Ecco la ragione per la quale l’abbiamo fatto”, finché non ci sarà questa sincerità, non si parlerà di riconciliazione. Che ci perdonino piuttosto, dal momento che non abbiamo fatto loro niente. E che smettano di ucciderci.
Paul è vedovo dal genocidio. Ha resistito a Ntarama con il suo neonato sulla schiena.

 

Aggiungi un commento giugno 26th, 2009

IL DOVERE DELLA MEMORIA

 

 Chi non fa in modo di essere ricordato?

La memoria è Padrona della Morte, la fessura

Nella sua corazza di vanità. Lascerò

 Quello che rende la mia partenza il più semplice

Sogno pomeridiano. I viaggiatori non dovrebbero viaggiare.

Leggeri? Lasciate che il viandante prudente

Si disfi del suo peso eccessivo, di tutto

Ciò che possa giovare al vivente

 

                                                                      Wole Soyinka

 

 

Che altro fare se non rievocare per un istante le anime e le persone scomparse, ascoltarle a lungo, sfiorarle, accarezzarle con parole impacciate e silenzi, sorvolarle ad ali spiegate, perché non possiamo condividere la loro sorte?

Farle sorridere, anche, se è possibile, se si prestano al gioco e se un tale compito non trascende le nostre forze.

Dire il nome di tutti quegli esseri umani falciati così presto, di tutte quelle correnti prosciugate dall’odio e dall’egoismo.

Trasformarsi in cassa di risonanza.

Innalzare un pantheon d’inchiostro e di carta in memoria delle vittime, chiamare in causa le coscienze un pizzico disponibili.

 

Abdourahman Waberi           

 

 

Piangi o popolo

Versa le tue lacrime

Che esse fecondino

La terra insaziabile

Inappagata dal sangue

Del tuo fratello immolato

Che inonda i solchi

Dei campi fertilizzati

Dalle ceneri delle ossa calcinate

Del negro tuo fratello

Che cade salmodiando

Un cantico amaro

 

Sei tu popolo 

Popolo assassino

 Popolo assassinato

 

                                                                 Tshiakatumba Mukadi Mutala

Aggiungi un commento giugno 25th, 2009

“LA MORTE NON MI HA VOLUTA”, CAP. XXI-XXII DI YOLANDE MUKAGASANA

Quando, al termine di un lungo viaggio, una contadina entra nella casa di un uomo rispettabile, questa posa il suo bagaglio in un angolo e avanza a testa bassa verso il personaggio sostenendo il suo braccio destro col sinistro e offrendo una mano in segno di rispetto.
Così faccio io con questo piccolo colonnello magrolino e catarroso che sembra ballare nei suoi vestiti.
Fa un sorrisino quasi cinico e mi saluta facendo vedere che miconosce.
«La mie condoglianze, signora. Le abbiamo tagliato i seni».
Mi si rizzano i capelli, capisco il senso figurato dell’osservazione,significa che i miei figli sono morti.

Scarica i capitoli: 11_cap-21-22

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Aggiungi un commento giugno 24th, 2009

UNA RADIO NELLA NOTTE

XI episodio de “La lista del console”:

«Caro padre, sono contento che tu sia arrivato. Quanto a te, Mussi, c’era veramente bisogno di un medico, su a Nyanza. Credo, purtroppo, che troverai molto da fare». Erano finalmente giunti padre Giorgio Vito, missionario rogazionista, e il dottor Mussi, un grande, grosso e (apparentemente) burbero medico di Varese amico di Eros Borile, che si era reso disponibile a restare per qualche tempo all’orfanotrofio. Si poteva così dare il cambio a don Vito e a padre Eros. Era il 20 maggio. A Nyanza di fatto erano isolati ormai da un mese e mezzo. Tranne me, nessuno era in grado di mettersi in contatto con l’orfanotrofio. Avrei lasciato là i nuovi venuti e sarebbero tornati con me i due religiosi tanto duramente provati. In più, era arrivata dall’Italia una radio piuttosto potente, che avrebbe reso molto più facili le comunicazioni.
Partii ancora una volta. I viaggi ormai si susseguivano ravvicinati. Restavo a casa a Bujumbura una notte, massimo due, e poi mi rimettevo in macchina. Talvolta non potevo portar fuori nessuno in Burundi, ma erano viaggi importanti per tenere sotto controllo le diverse realtà difficili, e organizzare passo dopo passo il tentativo di evacuazione dei bambini, nel quale sia io che Alexis continuavamo a sperare.
Mia moglie non si opponeva a queste missioni, anche se certo non le faceva piacere vedermi partire. Quanto a mio fratello Arturo, che mi ospitava, era perplesso, ma ancora taceva.
La radio era ben nascosta, nel bagagliaio. Alla frontiera non ci furono problemi. Chiedemmo notizie della situazione. Ci dissero che il Fronte si avvicinava. Non si sapeva per quanto avrebbe retto l’esercito. Ormai il rumore sordo della guerra si cominciava a sentire, in lontananza. Cominciammo l’estenuante trafila del passaggio dei posti di blocco: ne contammo ventuno, in 60 km di strada.
Finalmente apparve il cancello dell’orfanotrofio: un colpo di clacson e si aprì. Una moltitudine di bambini silenziosi di tutte le età circondò il fuoristrada. Seppi che erano diventati esattamente 568. Padre Giorgio aprì la portiera e alcuni ragazzini – quelli che vivevano nell’orfanotrofio prima della guerra – lo riconobbero: il missionario era stato il fondatore del centro e lo aveva gestito per molti anni. Un’esplosione di giubilo c’investì: per qualche momento sentii di nuovo la gioia incontenibile dei piccoli africani. Il nostro arrivo aveva ridato fiato alla speranza. Si percepiva che i più grandi (fra i quali c’era qualche giovane adulto e alcune ragazze rifugiate) pensavano che una possibilità di farcela ora c’era: se eravamo arrivati noi forse la situazione del Paese stava lentamente migliorando. Anche i due religiosi, Eros e Vito, riuscirono per qualche momento a sciogliere la tensione in uno stanco sorriso.
Aspettammo la notte per provare a far funzionare la radio. I bambini erano andati a dormire. Non c’era corrente elettrica, così la collegammo alla batteria di una macchina. Tutti gli adulti presenti erano stretti intorno al tavolo. Mussi provò. Una frequenza dopo l’altra si sentivano sfrigolii, rumori e parole. A quell’ora, come d’accordo, in Italia un gruppo di amici di padre Eros doveva mettersi in collegamento su alcune frequenze concordate. «Nyanza, rispondete. Qui Monselice. Rispondete». Proruppe un urlo di gioia, incontrollabile (forse svegliammo pure i bambini). Alcuni s’abbracciarono. Nyanza non era più così isolata, una flebile voce nell’etere la univa a un paese vicino a Padova. Oggi mi sembra poca cosa, ma in quel momento pensai che la salvezza di tutta quella gente fosse un po’ più vicina.

«Non è possibile, porca miseria. Come si può perdere un bambino per la mancanza di una cannula da 50 lire?». Imprecava, Mussi. Di brutto. Gridava e brontolava. Era stato portato all’orfanotrofio un ragazzino di una decina d’anni. Era paralizzato. Le solite bande di assassini avevano massacrato tutta la sua famiglia. Lui non l’avevano ucciso, ma con un atto di insensata ferocia gli avevano torto il collo, ledendogli probabilmente la spina dorsale a livello cervicale. Il piccolo era arrivato denutrito e disidratato. Ma il medico non poteva metterlo sotto flebo, perché erano terminate le cannule di plastica che connettono la boccia all’ago.
In Ruanda, nella primavera del 1994, si moriva anche per questo. Per la mancanza di una cannula da 50 lire, 25 centesimi di euro. E quel povero bambino morì, dopo qualche giorno.
Il mattino dopo dovevo andare a Gitarama, sempre per discutere l’accordo con i ministri. «Aspettatemi», dissi a Eros e Vito. «Passo a prendervi entro le due del pomeriggio».
Ci furono invece complicazioni e ritardi. Arrivai dopo le tre e mezza. Era tardi, troppo tardi. Passare i posti di blocco nel tardo pomeriggio diventava estremamente pericoloso, perché i miliziani erano quasi tutti ubriachi fradici, e bastava trovare un prepotente perché la situazione precipitasse.
Infatti, un momento delicato ci fu, quando ebbi a che fare con uno dei personaggi più surreali che avessi mai incontrato: aveva lo sguardo iniettato di sangue, la voce impastata e le palpebre pesanti. Portava un lungo mantello blu e, sotto, era a torso nudo. Abbastanza alto e ossuto, era certamente il leader della banda che teneva il barrage. Portava addosso un intero campionario di tutte le armi circolanti in Ruanda: infilate alla cintura aveva un paio di bombe a mano, un machete e una pistola; in una mano teneva una lancia, nell’altra un kalashnikov.
Gli mostrai il lasciapassare e il tesserino consolare. Li prese in mano e cominciò a leggerli alla rovescia. Ebbi un gesto di stizza (di cui subito mi pentii): gli strappai i documenti di mano e glieli capovolsi. «Si leggono così», dissi. Tornai subito a sorridere. Lui no, non lo fece mai. Aveva uno sguardo carico d’odio. Era un tipo pericoloso, evitai lunghe discussioni. Il tramonto era prossimo. Misi la mano in tasca e allungai una sostanziosa mancia. La prese senza una parola e si girò dall’altra parte. Andò bene. Potemmo ripartire.

«Colonnello, mi devi una birra», sussurrai. «Forse ti devo la vita», mi rispose sottovoce. Quella birra me la offrì, due anni dopo a Kigali.
Alla frontiera burundese, dove ci trovavamo, il suo viso aveva ripreso colore. Non era passato più di un quarto d’ora dal momento più drammatico. Nteziryayo era un ufficiale da poco in pensione. Nelle settimane precedenti l’avevo incrociato un paio di volte a Butare e Gitarama, mentre brigava per ottenere i permessi di espatrio per sé, la moglie e i tre figli. Chi aveva i soldi per farlo, presto o tardi ci riusciva. La fuga costava 2000-3000 dollari. Dovevi pagare chi ti faceva i permessi, e pagare un militare che ti accompagnasse il più vicino possibile al confine, e pagare infine a ogni barriera, fino alla sospirata «sbarra della salvezza», alla frontiera. Qualcuno di quegli assassini forse si è arricchito, la maggior parte si è bevuta tutti i soldi che prendeva o che rubava.
Quel giorno avevo incontrato per caso l’ex colonnello alla dogana ruandese. Lui stava sbrigando le pratiche, mentre moglie e figli aspettavano nelle due auto, a pochi metri dalla sbarra. Io arrivai con padre Eros e don Vito. Gli facevano un sacco di storie. Così cercai di portare l’attenzione su di me. Distrassi con le domande più varie il funzionario che stava trattando col mio amico. Poi, offrii a tutti qualche soldo per prendersi da bere, e cominciai a chiacchierare con questo e con quel doganiere. Creai una discreta confusione nell’ufficio.
Intanto, tenevo d’occhio la situazione fuori, alle macchine. A un certo punto m’accorsi che si faceva delicata. Un gruppo di interahamwe, che ciondolava sempre in quei paraggi, si era avvicinato alle macchine. Guardavano dentro l’abitacolo, urlavano, chiedevano soldi. I toni cominciavano a trascendere. Uscii e mi avvicinai: «Guardate che stanno andando via», dissi loro. «Se volete un po’ di soldi ve li do io». Tirai fuori una sola banconota da 5000 franchi ruandesi, l’equivalente di una ventina di dollari, perché sapevo che così si sarebbero accapigliati fra loro per contendersela. L’ufficiale in quel momento giunse alla macchina. Le pratiche erano concluse. La sbarra si alzò, gli interahamwe distratti non ci fecero caso. In trenta, vitali secondi, le due auto erano sul ponte, nella «terra di nessuno». Fuori pericolo.
Rientrai da mio fratello sapendo che sarei dovuto subito ripartire: restava poco, pochissimo tempo per far uscire i bambini. La guerra ormai incombeva su Nyanza e Butare.

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BOLLETTINO DEL GENOCIDIO

Undicesima settimana: 16 giugno 1994 –  22 giugno 1994

16 giugno: Alain Juppé parla di “genocidio” e annuncia l’imminente intervento militare francese, l’operazione Turquoise. Nel piano, annunciato al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, il dispiegamento di truppe francesi in Ruanda è presentato come una forza di peacekeeping ad interim. Il Segretario Generale e gli USA supportano tale idea.

 Il progetto di François Mitterrand, di inviare paracadutisti francesi su Kigali, viene impedito da Balladur e dai membri più prudenti dell’esecutivo di coabitazione.

21 giugno: Le prime truppe francesi arrivano sul confine tra Zaire e Ruanda.

22 giugno: Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU con la risoluzione 929 approva l’operazione Turquoise, la proposta francese di inviare proprie truppe in Ruanda come missione di peacekeeping delle Nazioni Unite.

Condanna dell’intervento francese da parte del FPR e dei partiti dell’opposizione democratica, in particolare del Primo ministro nominato dagli accordi di Arusha, l’hutu moderato Faustin Twagiramungu.

 

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COSTA, PER IL QUOTIDIANO CITY E’ LO SCHINDLER ITALIANO

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Lei viveva in Ruanda quando è scoppiato il massacro del 1994: cosa successe?

C’era una guerra civile, che la fazione al potere stava perdendo. Il regime hutu ha pensato al genocidio come alla soluzione per mantenere il potere contro i tutsi.

Genocidio perché in 100 giorni sono morte un milione di persone…

Sì, su una popolazione di sette milioni. Le armi utilizzate erano molto primitive: coltelli, machete, bastoni. Quelli che sono stati uccisi con le fucilate hanno avuto una morte semplice.

Leggi l’articolo integrale dal quotidiano City

Incontro di Dario Fo con Pieratonio Costa e Yolande Mukagasana

Aggiungi un commento giugno 17th, 2009

INTERVISTA A BOUBACAR BORIS DIOP

L’intervista realizzata dal blog di Beppe Grillo allo scrittore senegalese Boubacar Boris Diop.

La storia del Capitano Mbaye 

Aggiungi un commento giugno 17th, 2009

TESTIMONIANZE DAL GENOCIDIO/9

Brani tratti dal libro “Le ferite del silenzio” di Yolande Mukagasana

1

Charles W.
45 anni, superstite, Bugesera

C.W. – Per noi il genocidio si preparava dal momento in cui hanno incominciato a misurarci il naso e le tempie. Qui, nel Bugesera, lo hanno fatto tra il 1970 e il 1973.
Y.M. – E durante gli anni novanta?
C.W. – Negli anni novanta, avevamo degli operai che in realtà erano dei militari inoltrati. Lavoravano di giorno e di sera assistevano a delle riunioni. Nel momento in cui hanno incominciato ad uccidere, sono stati i primi, con l’aiuto dei Francesi.
Y.M. – I Francesi?
C.W. – Sì, i Francesi! Avevano una barriera a Gahanga. Là, fermavano i Tutsi che avevano dei figli nel FPR e li consegnavano ai FAR.
Y.M. – Cosa ne pensi del modo in cui si rende giustizia oggi?
C.W. – Sono triste quando vedo che si fanno uscire dalle prigioni gli autori del genocidio con il pretesto che sono vecchi o malati, mentre loro hanno ucciso i loro simili nei letti. Come il mio vicino Fidèle, costretto a letto da molto tempo; l’hanno fatto a pezzi e non dimenticherò mai l’immagine di quel cane con il piede di Fidèle in bocca. Ora, ci si basa sull’assenza di prove o sull’età troppo avanzata per liberarli. Sapete come hanno ucciso l’unico figlio che avevo? Hanno giocato a calcio con lui, fino a quando è morto. Assistevo, impotente. Qualcuno può rispondere a questa domanda: “perché giocare con il mio bambino come se fosse un pallone?”. Ho l’impressione che sono gli assassini a fare giustizia oggi e vogliono fare uscire i loro dalle prigioni. Durante il genocidio, per ammazzare più facilmente la gente, la si faceva raggruppare nelle chiese, nelle scuole, negli stadi, etc. Ora si costruiscono dei villaggi per i superstiti del genocidio o per i poveri Tutsi rientrati dall’esilio. Chi può garantirmi che una volta raggruppati non saranno uccisi di nuovo?
Y.M. – Di che cosa vivi oggi?
C.W. – Cerco di coltivare qualcosa. Ho due figli nati dopo il genocidio e mi occupo di tre orfani del genocidio. Ma moglie ha un braccio tagliato. Non può aiutarmi.
Y.M. – Hai una casa?
C.W. – No. Occupo la casa di persone che sono andate via, ma se tornano dovrò lasciarla.
Y.M. – Cosa pensi dei Bianchi?
C.W. – Sono tutti uguali. I Belgi hanno creato la divisione tra noi inventando una carta d’identità etnica poi, sulla base di questa carta d’identità, i Francesi sono venuti ad appoggiare il genocidio. Se hai l’occasione di incontrare dei Francesi, chiedi loro se si ricordano della barriera di Nyanza a Kicukiro. E poi, che i Bianchi la smettessero di dire che ci sono stati tra 500 e 800.000 morti. Perché diminuiscono le cifre? Abbiamo perso 2 milioni di persone. Osano parlare di 500 a 800.000! Perché? Le persone come voi devono rinfrescar loro la memoria.
Y.M. – Continuerò a lottare per la verità. È tutto quello che posso fare. Quando sarò morta, lo saprete.
C.W. – Se non sei ancora morta, pensi che sia per pietà?
(risa)

2

MUNYAMBUGA Thaddée
45 anni, catechista, in prigione a Butare

Y.M. – Sembra che vi dichiariate colpevole?
M.T. – Si, mi dichiaro colpevole. Ma sono innocente.
Y.M. – Siete davvero innocente? Ma allora, perché dichiararsi colpevole?
M.T. – Ho solo impedito ai Tutsi di sfuggire ai gendarmi. Ma io, io non ho ucciso con le mie mani. Sono innocente.
Y.M. – E i Tutsi che avete consegnato ai gendarmi, sono morti?
M.T. – Nessuno è stato ucciso alla barriera che sorvegliavo, tranne i Tutsi del mio quartiere.
Y.M. – Parlo di quelli che voi avete consegnato ai gendarmi.
M.T. – Quei Tutsi, ho solo impedito loro di fuggire e li ho portati dai gendarmi. Ma non li ho uccisi. Non ho ucciso nessuno con le mie mani. Bisogna riconoscere la mia innocenza. Sorvegliavo solo la barriera. Ho solo ubbidito.
Y.M. – Ma avete ubbidito a delle persone che volevano uccidere!
M.T. – Sono innocente. Non ho sangue sulle mie mani.
Y.M. – E avete salvato delle persone?
M.T. – Non ho salvato nessuno. Ma c’erano solo due famiglie tutsi nel mio quartiere.
Y.M. – E loro sono morti?
M.T. – Si, sono morti. Ci sono stati pochi morti nel mio quartiere.
Y.M. – Credo che non abbiamo più niente da dirci.

3

Odette M.
32 anni, superstite, Nyamirambo (Kigali)

O.M. – Dall’assassinio del presidente, mio marito, mio figlio ed io ci siamo nascosti a casa di diverse persone. Ma il 24 aprile ci hanno trovato e portati alla barriera. Gli assassini hanno chiesto a mio marito la sua carta d’identità. Lui l’ha mostrata, è stato subito colpito con un manganello e poi freddato con tre pallottole nel petto. Uno dei nostri vicini è stato ucciso nello stesso momento: i miliziani l’hanno frugato, hanno trovato dei soldi e se li sono contesi. Approfittando della lite, uno degli assassini, di nome Antoine, mi ha fatto portare a casa sua. Là, mi ha nascosta sotto il letto con il mio bimbo. Ci sono rimasta cinque settimane. è così che mi sono salvata. Quando il FPR è arrivato, siamo stati riuniti insieme a molti altri superstiti, gli Interahamwe hanno gettato una granata sul nostro gruppo ed è così che sono stata ferita.
Y.M. – E ora, ti capita di avere paura degli Interahamwe o delle persone che hai visto uccidere? Ti capita di incontrarli?
O.M. – (sorridendo) Li incontro tutti i giorni! Sono i miei vicini. Ma non ho paura perché‚ non ho nessuna via d’uscita. Mi uccideranno quando lo vorranno.
Y.M. – E il tuo bambino si ricorda del genocidio?
O.M. – No, aveva solo un anno. A scuola, ne parla con i suoi compagni e mi chiede perché non ha il papà e perché io ho solo un braccio. Quando glielo spiego, mi dice “mamma, ti vendicherò; prima o poi, dovranno ridarmi il mio papà”.

Aggiungi un commento giugno 16th, 2009

HUTU POWER: I DIECI COMANDAMENTI HUTU

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1. Ogni hutu deve sapere che una donna tutsi, ovunque lei sia, lavora nell’interesse del suo gruppo etnico tutsi. Di conseguenza noi consideriamo traditore qualsiasi hutu che:
- sposi una donna tutsi;
- si leghi d’amicizia con una donna tutsi;
- impieghi una donna tutsi come segretaria o come concubina.

2. Ogni hutu deve sapere che le nostre ragazze hutu sono migliori e più coscienziose nel loro ruolo di donne, mogli, madri. Non sono forse belle, brave segretarie e più oneste?

3. Donne hutu, siate vigili e cercate di ricondurre a ragione mariti, fratelli e figli.

4. Ogni hutu deve sapere che ogni tutsi è disonesto in affari. Il suo unico obbiettivo è la superiorità del suo gruppo etnico. Di conseguenza è traditore qualsiasi hutu che faccia le cose seguenti:
- fare affari con un tutsi;
- investire il proprio denaro o il denaro governativo in un’impresa tutsi;
- prestare o prendere in prestito denaro da un tutsi;
- rendere servizio a un tutsi a livello di affari (fargli ottenere licenze di importazione, crediti bancari, agevolarlo nella costruzione di edifici, di mercati pubblici …)

5. Tutte le posizioni strategiche, siano esse politiche, amministrative, economiche, militari o di sicurezza, devono essere affidate a hutu.

6. Il settore dell’educazione (allievi, studenti, insegnanti) devono essere composti in maggioranza da hutu.

7. Le forze armate ruandesi devono essere esclusivamente hutu. L’esperienza della guerra del 1990 ci ha dato una lezione. Nessun membro dell’esercito deve sposare una tutsi.

8. Gli hutu devono smettere di avere pietà dei tutsi.

9. Gli hutu, dovunque siano, devono dare prova di unità e solidarietà e devono sentirsi direttamente toccati dalla sorte dei fratelli hutu
- Gli hutu dentro e fuori il Rwanda devono essere continuamente alla ricerca di amici e alleati in favore della causa hutu, a cominciare dai loro fratelli bantu.
- Devono lottare costantemente contro la propaganda tutsi.
- Gli hutu devono essere fermi e vigili nei confronti dei nemici comuni, i tutsi.

10. La rivoluzione sociale del 1959, il referendum del 1961 e l’ideologia hutu devono essere insegnati a tutti gli hutu a tutti i livelli. Ognuno deve diffondere questa ideologia. Ogni hutu che perseguiti il suo fratello hutu per avere letto, trasmesso o insegnato questa ideologia, è un traditore.

(Apparso sul giornale degli estremisti pro-hutu, “Kangura”, il 10 dicembre 1990)

Aggiungi un commento giugno 15th, 2009

MA COME LI TRASFERIAMO 1.300 BAMBINI?

X episodio de “La lista del console”:
A ogni rientro a Bujumbura, Mariann, mia moglie, mi faceva l’elenco delle chiamate e degli appelli. Suor Ambrosina Misuraca, sorella di don Vito, ci supplicava di evacuare l’intero orfanotrofio. Chiamava la nostra ambasciata di Kampala, e arrivavano sollecitazioni anche dall’Italia. Ma non si poteva farli uscire. Era estremamente pericoloso. C’era il rischio che lungo la strada tutti i bambini venissero massacrati.
«Alexis, facendo due conti, i bambini dei diversi centri ormai sono più di 1300». «Lo so. Ma come li trasferiamo 1300 bambini fuori dal Ruanda? E se restano, per quanto tempo riusciamo a procurare loro da mangiare?». Era una situazione disperante. Consideravamo tutte le ipotesi, per scartarle subito dopo.
L’unico aeroporto raggiungibile, quello di Butare, aveva una pista troppo corta. I soli aerei di grandi dimensioni che potevano atterrarvi erano i C-130. Avevamo provato a informarci sulla possibilità di ottenere un velivolo di questo tipo, ma al momento erano disponibili solo quelli dell’aviazione militare francese. Impossibile utilizzarli, in zona di guerra. L’alternativa era un piccolo velivolo da una cinquantina di posti. Questo significava un ponte aereo della durata almeno di una giornata intera. Con i combattimenti a pochi chilometri e le bande di interahamwe ovunque era un suicidio. Impensabile.
Via terra, poi, c’erano due strade: una attraversava la foresta, in direzione ovest, verso lo Zaire. Ed era pericolosissima. L’altra correva verso sud, in direzione del Burundi, quella che continuavamo a percorrere a ogni viaggio. C’era una trentina di barriere da superare, senza contare che servivano diversi camion o pullman. Che non avevamo.
Rilessi quel che avevo scritto qualche settimana prima, il 27 aprile, a suor Ambrosina: «Devo segnalarvi che nella situazione attuale l’evacuazione di duecento bambini appare impossibile. Al di là delle difficoltà che certamente ci faranno le autorità, il trasporto di duecento bambini verso le frontiere significa esporli a tutti i pericoli rappresentati dalle bande di assassini che sono concentrati negli innumerevoli posti di blocco lungo tutte le strade. La mia azione attuale è diretta essenzialmente nella ricerca di creare attorno all’orfanotrofio il massimo di protezione possibile».
La situazione non era migliorata. Anzi, i bambini erano triplicati, Eros non stava bene, e la guerra era più vicina. Mi sentivo profondamente impotente.
Alexis chiamò il centro della Croce Rossa di Butare. Quando appese il telefono, il volto era contratto e teso: «Hanno trasferito i soldati di Kanombe al centro», disse. Era il grosso campo militare governativo della capitale, nei pressi dell’aeroporto. In battaglia i governativi erano stati sopraffatti e avevano dovuto ritirarsi. Feriti e mutilati erano stati trasferiti a Butare. «Ora i bambini devono anche subire le vessazioni e le violenze dei militari», aggiunse. «Mi hanno riferito che appena arrivati hanno ucciso 27 persone, 5 sorveglianti e 22 bambini tutsi. Sottraggono loro pure il cibo». La situazione diventava veramente difficile.
Non ci demmo per vinti. In ogni caso, qualcosa si doveva pur tentare. Ci rimettemmo in contatto con il ministro degli Affari sociali. Nel mio precedente viaggio a Kigali avevo scoperto che era una persona che conoscevo bene: prima di entrare nel governo era il segretario dell’Unione degli industriali ruandesi. Così avevo cominciato a parlargli della necessità di non lasciare tutti quei ragazzi dispersi in giro per il Paese. Avevo suggerito di fare un accordo che ci autorizzasse a raggrupparli in alcuni centri e magari anche a portarli in luoghi sicuri, lontano dal conflitto. Si era detto favorevole. Ora si trattava di concretizzare in fretta.
L’intero governo, intanto, aveva ripiegato a Gitarama, nella parte Sud-occidentale del Paese. Kigali ormai era troppo insicura e non si sapeva quanto avrebbe retto. I ministri avevano deciso di spostare il quartier generale in un grande centro scolastico alla periferia di Gitarama. Per noi questo comportava il vantaggio di poter trattare direttamente con i ministri. Ma anche lo svantaggio che avevamo perso la possibilità di ottenere facilmente le autorizzazioni da Sylvain Nsabimana, il prefetto di Butare, che non aveva più il potere di farlo.
Alexis preparò una bozza di progetto per questi bambini da sottoporre ai ministri del Lavoro e degli Affari sociali. A metà maggio cominciammo le trattative. Ma non si arrivava alla firma. Il problema era tutto in una frase, che per noi era indispensabile: volevamo l’autorizzazione a prenderci carico di tutti «gli orfani, compresi coloro che si trovano nei campi di rifugiati, senza nessuna distinzione etnica, di razza o di religione».
Era quel «senza distinzione etnica» che creava problemi. Il mio conoscente, quello degli Affari sociali, si mostrava – almeno a parole – favorevole. L’altro evidentemente no.

Il Ruanda, intanto, scivolava verso l’anarchia più completa. Sapevamo che i militari perdevano via via di credibilità. Le sorti della guerra volgevano al peggio, e ormai chi contava veramente erano gli interahamwe. Mi era già capitato di vedere miliziani civili alle barriere che bastonavano i soldati, perché non avevano il permesso scritto per circolare. Quindi gli stessi militari, in quella situazione, non rappresentavano più una sicurezza: non avrebbero certo rischiato la pelle per condurre in salvo un convoglio di bambini.
D’altro canto, con l’arrivo del governo a Gitarama, la tensione era salita alle stelle. Di tutsi e oppositori politici in giro non se ne vedevano più. Ogni giorno, però, i capi degli interahamwe delle città del Sud mandavano sicari ad ammazzare qualcuno. Erano omicidi che servivano a mantenere alta la pressione sulla popolazione. Doveva essere costantemente rinforzato il clima di terrore. La gente doveva restare consapevole che chi non era col governo sarebbe stato automaticamente contro, cioè nemico da eliminare. Per questo c’era, ad esempio, l’obbligo quotidiano di fare un turno di alcune ore ai posti di blocco.
Un’organizzazione scientifica, capillare, pensata a tavolino. E supportata da idee folli che sentivo ripetere spesso: «Durante la rivoluzione dei primi anni ‘60, quando i tutsi scappavano, noi tutti abbiamo preso i loro beni e le loro case. Se tornano dovremo restituire ogni cosa». Questa era una delle mostruosità che facevano circolare, per rinforzare l’impegno della gente alla difesa popolare del territorio.
Va considerato, poi, che il ruandese per sua cultura ha un forte senso dell’obbedienza. Quando l’autorità ordina di fare qualcosa, la fa, giusto o sbagliato che sia.
La radio, questi ordini, li ricordava ogni giorno e ogni ora. La radio, in Ruanda, è la Gazzetta ufficiale. Per trent’anni era stato lo strumento principale di governo del Paese. Ancora oggi il calendario scolastico o le feste nazionali, le date dei funerali o le riunioni importanti si annunciano per radio. Tutti sanno di doverla ascoltare. Tutti sanno che quella è la voce delle comunicazioni ufficiali e dell’autorità.

Quella mattina del 16 maggio avevamo finalmente avuto le autorizzazioni a occuparci della salvaguardia dei bambini. I due ministri si erano convinti. L’atto della firma dell’accordo sarebbe avvenuto solo dodici giorni dopo, il 28 maggio, ma ormai c’era un impegno formale (per quel che contava, in quella situazione di anarchia) delle autorità a non ostacolarci. Comunque, era un pezzo di carta importante, che non ci esimeva, tuttavia, dall’ottenere le altre autorizzazioni: ogni spedizione e iniziativa necessitava comunque di permessi specifici relativi alle liste di persone che avessimo voluto trasferire. Permessi che venivano rilasciati, come sempre, sia dall’autorità politica sia da quella militare.
Non ebbi il tempo di rallegrarmene. Mi ero subito rimesso in macchina per raggiungere il centro della Croce Rossa Internazionale di Kabgayi. Volevo assicurarmi delle condizioni di padre Eros, che era ancora ricoverato. In più, avevo provviste e medicine per l’ospedale, datemi dalla base della Croce Rossa di Bujumbura.
L’ospedale da campo era sulla costa di una collina, e dominava proprio il centro di raggruppamento dei tutsi. Quando lo vidi, rimasi profondamente turbato: si trattava in realtà di un infernale campo di concentramento, nel quale si trovavano ammassate almeno 25 mila persone. Erano all’addiaccio, sotto la pioggia, in mezzo al fango e alle pozzanghere. I responsabili della Croce Rossa mi spiegarono che ogni giorno morivano diverse persone, specie per malattie respiratorie. Chi sopravviveva alle epidemie, rischiava di finire sotto i colpi dei machete, perché ogni notte qualche commando d’interahamwe andava ad ammazzare qualcuno.
La Croce Rossa non poteva intervenire. Erano bravissimi, quei ragazzi, e stavano facendo un lavoro immane. Ma non potevano interferire sul campo degli sfollati, perché sarebbero stati immediatamente cacciati via. O peggio. Allora, per limitare quello stillicidio avevano montato dei potenti riflettori in modo che il campo di notte non rimanesse totalmente al buio.

Aggiungi un commento giugno 14th, 2009

“LA MORTE NON MI HA VOLUTA”, CAP. IX-XX DI YOLANDE MUKAGASANA

In Rwanda i cognomi non si danno come in Europa.
Io mi chiamo Mukagasana, che vuol dire “la moglie di Gasana”,perché alla mia nascita mio padre mi destinava a diventare la sposa di un certo Gasana, il figlio di un amico per il quale provava ammirazione o che gli aveva fatto del bene, un tempo, non so.

Scarica i capitoli: 10_cap-19-20

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Aggiungi un commento giugno 13th, 2009

TRAMONTI D’OKLAHOMA

di Lance Henson

1
Vicino a Wewoka nella prima tempesta a cui ho assistito da quando sono tornato dalla costa est
guardo a nord verso le cupe nuvole di
temporale
immerse nella scia del vento
un lungo autunno affamato scarica le sue
nubi sulla terra
tormentato da un inverno pieno di sussurri
sento la mia vita che mi osserva
da una fila d’alberi scossi dal vento…

2
viaggiando nelle pianure infinite
la notte piena di domande mi interroga sulle cose
che ho sopportato
senza risposte abbasso un po’ il finestrino
annuso il primo frammento di buio che sibila
passando
colto dalla stanchezza di un altro tramonto
d’Oklahoma mi giro e chiedo a Jeanetta dove
siamo
le chiedo di accompagnarmi oltre questo
tratto
di oscurità
verso un luogo vicino l’alba
un luogo dove ci possiamo sistemare
per pregare

Oklahoma twilights

1
Near Wewoka in the first storm I have
witnessed since returning from the east
coast
I watch to the north dark thunderclouds
steeped in
furrows of wind
a long hungered autumn loosens its clouds
upon the earth
plagued by a winterful of whispers
I feel my life watching me
from a swaying treeline…

(march 29, 1988)
2
riding into the endless plains
the night filled with questions asks me the
things
I have endured
without answers I roll the window partially
down
smell the early clove of dark whistling past
caught in the weariness of another
Oklahoma
sundown I turn to Jeanetta asking her where
we are
ask her to accompany me across this stretch
of darkness
to a place near dawn
a place we can limp
to pray

Aggiungi un commento giugno 12th, 2009

BOLLETTINO DEL GENOCIDIO

Decima settimana: 9 giugno 1994 –  15 giugno 1994

 10 giugno: La ritirata delle FAR di fronte all’avanzata del FPR persuade alcuni membri del governo ad interim di lasciare Gitarama per Gisenyi.

 11 giugno: L’inviato speciale della Commissione ONU per i Diritti Umani René Dégni-Ségui inizia una missione sul campo di una settimana in Ruanda per investigare sulla violazione dei diritti umani.

Alain Juppé, ministro degli Esteri francese, dichiara che la comunità internazionale dovrà intraprendere nuove iniziative se in Ruanda continueranno combattimenti e atrocità.

 13 giugno: Il FPR conquista Gitarama. Il governo genocidario si trasferisce definitivamente a Gisenyi, alla frontiera con lo Zaire, (oggi Repubblica Democratica del Congo).

Aggiungi un commento giugno 11th, 2009

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