Interviste-Video

COSTA, PER IL QUOTIDIANO CITY E’ LO SCHINDLER ITALIANO

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Lei viveva in Ruanda quando è scoppiato il massacro del 1994: cosa successe?

C’era una guerra civile, che la fazione al potere stava perdendo. Il regime hutu ha pensato al genocidio come alla soluzione per mantenere il potere contro i tutsi.

Genocidio perché in 100 giorni sono morte un milione di persone…

Sì, su una popolazione di sette milioni. Le armi utilizzate erano molto primitive: coltelli, machete, bastoni. Quelli che sono stati uccisi con le fucilate hanno avuto una morte semplice.

Leggi l’articolo integrale dal quotidiano City

Incontro di Dario Fo con Pieratonio Costa e Yolande Mukagasana

Aggiungi un commento giugno 17th, 2009

INTERVISTA A BOUBACAR BORIS DIOP

L’intervista realizzata dal blog di Beppe Grillo allo scrittore senegalese Boubacar Boris Diop.

La storia del Capitano Mbaye 

Aggiungi un commento giugno 17th, 2009

NICCOLO’ RINALDI: ONU, CHIESA O FUCILE?

Se foste un rwandese al tempo del genocidio e voleste sfuggire a chi vuole scannarvi con un machete a chi vi rivolgereste?
1. All’ONU
2. Alla Chiesa cattolica
3. A un buon fucile
Se avete scelto la terza risposta siete ancora vivi.
Nel quindicesimo anniversario del massacro in Rwanda il silenzio è la parola d’ordine. Per centinaia d’anni Tutsi e Hutu hanno vissuto insieme in pace, poi è arrivato l’uomo bianco. Niccolò Rinaldi è un testimone del genocidio.Le sue parole sono agghiaccianti.

Beppe Grillo intervista Niccolò Rinaldi, segretario generale aggiunto al Parlamento Europeo, capolista dell’Italia dei Valori nella Circoscrizione Centro alle Elezioni europee e autore del libro “L’invenzione dell’Africa”.

Aggiungi un commento giugno 1st, 2009

DANIELE SCAGLIONE: “COSI’ FU PIANIFICATO IL GENOCIDIO”

Il genocidio in Rwanda non è stato un episodio incomprensibile di follia collettiva. E’ stato piuttosto la realizzazione di un piano progettato con cura. Un grande progetto di comunicazione che attraverso un uso strategico dei mezzi di informazione più diffusi ha creato un nemico. E poi ha dato istruzioni puntuali per eliminarlo. Daniele Scaglione, direttore della comunicazione di Action Aid International Italia, ha scritto il libro “Istruzioni per un genocidio. Rwanda: cronache di un massacro evitabile”.

Beppe Grillo intervista Daniele Scaglione

Aggiungi un commento maggio 7th, 2009

“INTERVISTA A EMMANUEL MURANGIRA” DI BEPPE GRILLO



Il 16 aprile 1994 65.000 Tutsi cercarono rifugio nella scuola tecnica di Murambi confidando invano sulla protezione dei militari francesi. Dopo aver cercato di resistere alcuni giorni difendendosi con pietre e laterizi, le milizie Hutu ebbero la meglio. La moglie e i cinque figli di Emmanuel Murangira furono massacrati, assieme ad altre 40.000 persone. Lui, colpito alla testa da un proiettile, si salvò fingendosi morto e nascondendosi tra i cadaveri. E’ un sopravvissuto. Oggi è il solitario custode del Murambi Genocide Memorial. Il
Blog di Beppe Grillo lo ha raggiunto via Skype per raccogliere la sua testimonianza nel 15esimo anniversario della strage.

Aggiungi un commento aprile 25th, 2009

MASSACRO A MURAMBI, IL VIDEO


In occasione del XV anniversario del genocidio del Rwanda pubblichiamo il video con i sottotitoli in italiano che racconta la storia di uno dei massacri più efferati della storia contemporanea (Fonte).

Leggi la testimonianza di Emmanuel Murangira, il guardiano delle ossa di Murambi

Aggiungi un commento aprile 24th, 2009

LE INTERVISTE DI BEPPE GRILLO: YOLANDE MUKAGASANA SUL PRIMO BLOG D’ITALIA

Ho raccolto la testimonianza di una madre scampata al genocidio in Rwanda.
Sono passati 15 anni fa. Hutu contro Tutsi. Il mondo rimase a guardare. L’ONU non intervenne. Un milione di morti. Yolande aveva tre bambini. Li perse tutti. Adottò dei piccoli orfani che le diedero amore e la forza di vivere.
Yolande racconta storie atroci, di ieri e di oggi. Anche di oggi. Con assassini che eliminano i testimoni degli omicidi. Con i suicidi di chi non riesce a dimenticare. Il Rwanda è ovunque ci sia il razzismo, il pregiudizio nei confronti del diverso, l’egoismo, la presunzione di superiorità. Il genocidio è solo l’ultimo passo. Si elimina chi è inferiore, chi è valutato meno di una bestia. Prima lo si annulla, poi lo si uccide.

Postato da Beppe Grillo alle 15:41

Fonte: www.beppegrillo.it

Continua a leggere l’intervista

Continua a leggere Aggiungi un commento aprile 9th, 2009

LE FOTO DELLA GIORNATA DELLA MEMORIA A ROMA

A seguire le foto della Giornata dl XV° aniversario della Memoria per il genocidio del Rwanda celebratosi a Roma, in piazza Farnese, di fronte all’Ambasciata Francese, e al teatro Piccolo Eliseo in via Nazionale.

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Clicca qui per vedere tutte le foto della Giornata della Memoria 2009

Copyright: Archivio fotografico Bene Rwanda Onlus

Continua a leggere Aggiungi un commento aprile 7th, 2009

IL MESSAGGIO DI DARIO FO PER IL XV° ANNIVERSARIO

In occasione del 15° anniversario del genocidio in Rwanda del 1994, Dario Fo interviene con questo video alla commemorazione organizzata il 7 aprile 2009 al Teatro Piccolo Eliseo di Roma dall’associazione Bene-Rwanda.
Partendo dalla percezione vaga e distorta che l’immaginario occidentale ha del genocidio ruandese, il Premio Nobel prosegue con un’analisi degli interessi geopolitici e delle responsabilità internazionali nei tragici eventi del 1994, per finire con un’amara considerazione: la vergognosa indifferenza con la quale il mondo intero assistette al genocidio di un milione di persone in meno di 100 giorni senza intervenire, dipese anche e soprattutto da una grave colpa di quel milione di vittime: il colore della loro pelle.

1 comment aprile 7th, 2009

RWANDA 1994 – QUINDICI ANNI DI COLPEVOLE OBLIO

Tra il 6 aprile ed il 18 luglio 1994, si é compiuto in Ruanda uno dei piú mostruosi crimini della storia dell’umanitá: il genocidio dei Tutsi (accompagnato dai massacri degli Hutu moderati) commesso dagli estremisti dell’Hutu Power. Almeno ottocentomila persone (un milione secondo alcune stime) furono massacrate nello spazio di cento giorni, ad un ritmo cinque volte superiore a quello del genocidio degli ebrei durante la seconda guerra mondiale, con modalitá particolarmente barbare ed atroci.

Il genocidio dei Tutsi, che affonda le sue radici nei gravissimi, criminali errori commessi dal colonialismo belga (colpevole di avere artificialmente creato il divisionismo etnico nella societá ruandese), fu pianificato, organizzato, istigato e compiuto, a diversi livelli di responsabilitá, dal governo ruandese, dall’esercito regolare ruandese, da milizie estremiste quali i famigerati Interahamwe e Inpuzamugambi, e da milioni di ruandesi, uomini e donne, istigati dal nazismo tropicale dell’Hutu Power.

Le Nazioni Unite (benchè fossero presenti sul campo con una missione di pace) e le potenze internazionali (in primis la Francia, alleata del governo ruandese dell’epoca, e gli Stati Uniti), informate con largo anticipo di quanto si stava preparando, nulla fecero per evitare o almeno bloccare il genocidio dei Tutsi.

Mentre si commettevano massacri su larghissima scala ed efferratezze innominabili, preferirono ignorare gli obblighi non solo morali, ma anche legali, derivanti dalla Convenzione del 1948 per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio. A lungo rifiutando persino che si pronunciasse la parola “genocidio” (per non doverne trarre le conseguenze legali previste dalla Convenzione) mentre i massacratori proseguivano il “lavoro”, la comunitá internazionale non intervenne a porre un fine al genocidio e a difendere le vittime, ma lasció invece che fossero atrocemente trucidate.

La Radio Televisione delle Mille Colline incitava la popolazione a “tagliare tutti gli alberi alti”, ricordando che “le fosse” erano “solo a metá piene”, e intanto i mass-media internazionali erano incapaci o addirittura riluttanti a spiegare quanto realmente succedeva in quell piccolo (e fino ad allora pressoché sconosciuto) paese africano.

Non svolsero affatto il loro dovere di divulgare un’informazione chiara e veritiera all’opinione pubblica internazionale, peraltro già distratta da altri eventi internazionali, quali i campionati del mondo di calcio negli Stati Uniti, la fine dell’era dell’apartheid in Sudafrica, o il prolungarsi del conflitto nell’Ex-Yugoslavia. Non spiegarono che era in corso un genocidio lungamente annunciato, e diffusero invece la vaga e menzognera idea che quanto stava accadendo in Ruanda era uno scoppio irrazionale ed improvviso di violenza, un tipico “conflitto interetnico”, una questione “tra selvaggi africani” per la quale c’e’ ben poco da fare, nella quale non vale la pena interferire.

Paradossalmente, ulteriore imperdonabile offesa alle vittime del genocidio, furono questi stessi media occidentali che avevano ignorato lo sterminio dei Tutsi a suscitare poi l’ondata di commozione pubblica internazionale intorno alla sorte dei milioni di “profughi” hutu colpiti da un’epidemia di colera nei campi infernali di Goma e Bukavu, nell’allora Zaire, oggi Repubblica Democratica del Congo!

Tuttavia non di classici profughi si trattava, ma in larga misura di assassini fuggitivi, poichè in tali campi spadroneggiavano, numerosissimi, gli autori del genocidio, i promotori, i pianificatori, i miliziani e centinaia di migliaia di ordinari assassini, tenendo in ostaggio il resto della massa di oltre due milioni di Hutu che si era riversata in Congo ed altri paesi vicini alla fine del genocidio, mentre l’esercito francese ne copriva la ritirata strategica.

Questa fuga di massa senza precedenti nella storia scaturiva dall’avanzata delle truppe vittoriose del Fronte Patriottico Ruandese, il movimento di opposizione armata predominatemente Tutsi, che aveva appena vinto la guerra civile e progressivamente messo fine al genocidio, e che si apprestava a prendere il controllo politico e amministrativo del paese. Con la generosa e quantomeno acritica assistenza della comunitá umanitaria internazionale, questi fuggitivi, guidati dalle gerarchie genocidarie ed inquadrati dalle milizie, rimasero per due anni in campi vicini alle cittá di Goma e Bukavu, sulla frontiera stessa tra Zaire e Ruanda, da lì proseguendo le azioni militari e gli atti di genocidio nel vicino Ruanda.

Nel 1996, questi campi furono chiusi con la forza dall’esercito ribelle congolese guidato da Laurent Désiré Kabila, la cui inesorabile avanzata, sostenuta dall’Esercito Patriottico Ruandese e dai guerriglieri Banyamulenge (Tutsi congolesi), finí poi per rovesciare il trentennale regime del giurassico, cleptocratico despota Joseph Désiré Mobutu Sese Seko, fondando l’attuale Repubblica Democratica del Congo (RDC).

Numerosi Hutu perirono nei combattimenti; una parte si disperse per l’Africa e per il mondo; molti miliziani Interahamwe rimasero nell’est della RDC, dove hano imperversato fino ad oggi taglieggiando le popolazioni civili, stuprando donne e bambini senza pietà, e costituendo la causa principale del perpetuarsi fino ad oggi del cruentissimo conflitto congolese, che ha portato alla destabilizzazione regionale, e allo sfruttamento illecito delle ricchezze minerali della RDC da parte di numerosi attori congolesi, regionali ed internazionali.

Una larga maggioranza di Hutu fece comunque ritorno in un paese devastato e coperto di cadaveri, dove rimanevano gli Hutu che non erano fuggiti ed i pochissimi Tutsi dell’interno sopravvissuti. Contemporaneamente fecero ritorno, dopo la fine del genocidio, centinaia di migliaia di Tutsi della diaspora, che mettevano fine ad un esilio trentennale cominciato con i primi pogrom anti-Tutsi del 1959 che avevano segnato l’inizio del dominio Hutu in Ruanda.

Il nuovo governo ruandese, guidato dall’Fronte Patriottico Ruandese dell’attuale presidente Paul Kagame, si confrontava con il compito dantesco di risollevare dalle ceneri del genocidio un paese devastato, insanguinato e spopolato. Tra i molteplici, simultanei sforzi prioritari necessari in un tale contesto post-apocalittico, da cui si ripartiva da molto sotto zero, si impose con grande forza anche quello della giustizia del genocidio.

Tuttavia, come rendere tale giustizia, quando gli avvocati, i giudici, i funzionari, o erano stati massacrati, o erano divenuti massacratori, o si trovavano in fuga, o dispersi? Si dovevano giudicare oltrei centomila reclusi in attesa di giudizio nelle carceri piú sovraffollate del pianeta, e chiarire le responsabilità di una massa di almeno due milioni di persone in libertá o in fuga, che avrebbero partecipato a vari livelli al genocidio.

Questo immane processo é tuttora in corso, ed ha assunto forme molto varie e particolari. Esiste in Ruanda un contenzioso moderno nazionale specializzato nella giustizia del genocidio (ovvero gestito dal sistema giudiziario attraverso sezioni specializzate dei tribunali), che ha giudicato più di diecimila persone; e per affrontare l’emergenza di giudicare una massa sterminata di ordinari assassini, è stato allestito un particolare processo di giustizia derivato dal modello di giustizia tradizionale ruandese (chiamato “gacaca”) che ha funzioni non solo giudiziarie in senso stretto, ma di catarsi e, nella misura del possibile, di riconciliazione nazionale, per quanto ci si possa riconciliare dopo un genocidio…

Le Nazioni Unite, colpevoli di inazione nel 1994, hanno lanciato un anno dopo un (costoso e molto criticato) processo di giustizia internazionale ad hoc (il Tribunale Penale Internazionale per il Ruanda, sito a Arusha in Tanzania); e si sono osservati vari esempi di applicazione del principio di competenza universale per crimini contro l’umanitá che hanno portato alla celebrazione di processi a ruandesi accusati del genocidio in Belgio, Canada, Svizzera…

Tutti questi processi di giustizia, nonché la ricostruzione storica degli eventi da parte di giornalisti, studiosi, testimoni (quali in particolare Philippe Gourevitch, Colette Braekman, il generale Romeo Dallaire, la sopravvissuta Yolande Mukagasana) ed organizzazioni (quali in particolare la Federazione Internazionale dei Diritti dell’Uomo, Human Rights Watch, African Rights ed altri), nonchè il riconoscimento ufficiale del genocidio da parte dell’ONU, hanno dimostrato senza equivoco nè dubbio la realtá del genocidio dei Tutsi e le responsabilitá di un grande numero di individui appartenenti all’Hutu Power. Vari studi hanno anche sottolineato le responsabilitá delle chiese (ed in particolare la Chiesa Cattolica ruandese) e di certi paesi (soprattutto la Francia), coinvolti a vario titolo nel genocidio ruandese.

Tuttavia, questa veritá, a differenza della veritá sul genocidio degli ebrei, a tutt’oggi non é di dominio pubblico, non fa parte della cultura e della coscienza universali, ma rimane il patrimonio dei cosiddetti “africanisti”, l’appannaggio di “specialisti”: come dire che i crimini che altrove offendono l’umanitá nel suo insieme, in Africa, parafrasando Mitterrand, “non sono troppo importanti” .

Quindici anni dopo, è giunto il momento di rendere infine giustizia alle vittime del genocidio ruandese, è giunto il momento di rendere giustizia all’Africa, e affermare il principio che ogni genocidio, anche se le vittime sono Africane, offende l’umanità nel suo insieme e non può essere ignorato. Se è troppo tardi per salvare il milione di uomini, donne e bambini che sono stati violati, torturati e sterminati dalla notte tra il 6 e il 7 aprile al 18 di luglio 1994, non è però tardi per raccontarne la storia. Perchè la loro storia ci riguarda. Non siamo diversi da loro: le cause e le dinamiche che hanno portato a questo genocidio possono verificarsi anche da noi. Conosciamole, e riconosciamole. Non mentiamo a noi stessi con frase retoriche, “never again”. Perchè il diavolo del genocidio è ancora in azione…

Aggiungi un commento aprile 4th, 2009


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