La lista del Console

PROFILO DI PIERANTONIO COSTA

Candidato al Premio Nobel per la Pace 2010

Scarica il Pdf: profilo-costa-i1

Download Pdf in English: profilo-costa-i-eng

 

Pierantonio è il penultimo di sette fratelli, nasce a Mestre il 7 maggio 1939, studia a Vicenza e a Verona e a quindici anni raggiunge il padre emigrato nello Zaire. A Bukavu, nel 1960, fa la prima esperienza di guerra africana e, con alcuni suoi fratelli, si prodiga per traghettare sull’altra sponda del lago Kivu gruppi di profughi congolesi. Quando scoppia la rivoluzione mulelista, Pierantonio decide di trasferirsi nel vicino Rwanda, il paese dalle mille colline, che ha da poco ottenuto l’indipendenza. Il 5 maggio 1965 ottiene il primo permesso permanente di residenza in Rwanda e da allora fino al 1994 risiede a Kigali. Qui ha sposato Mariann, una cittadina svizzera, e ha avuto tre figli: Olivier, che vive ancora in Rwanda, Caroline, che vive in Germania, e Matteo che vive con la madre a Bruxelles. Oggi Costa fa la spola tra il Rwanda e Bruxelles.
Imprenditore di successo, allo scoppio del genocidio ha in attività quattro imprese. Per quindici anni, dal 1988 al 2003, l’Italia gli affida la rappresentanza diplomatica.

Nei tre mesi del genocidio, dal 6 aprile al 21 luglio 1994, Costa porta in salvo dapprima gli italiani e gli occidentali, poi si stabilisce in Burundi, a casa del fratello, e da lì comincia una serie incessante di viaggi attraverso il Rwanda per mettere in salvo il maggior numero di persone possibile. Costa usa i privilegi di cui gode, la rappresentanza diplomatica, la sua rete di conoscenze e il suo denaro per ottenere visti di uscita dal paese per tutti coloro che gli chiedono aiuto.
“Decisi che avrei operato così. Mi sarei vestito sempre allo stesso modo per essere riconoscibile: pantaloni scuri, camicia azzurra, giacca grigia. Distribuite nelle tasche – e sempre nello stesso posto – avrei messo banconote da 5000 franchi rwandesi (circa 20 euro), da 1000, da 500 e, infine, da 100 franchi, per essere sempre pronto a estrarre la cifra giusta, senza dover contare i soldi: la mancia dev’essere data nella misura giusta, se dai troppo ti ammazzano per derubarti, se dai troppo poco non passi. Nella borsa avrei avuto costantemente con me alcuni fogli con la carta intestata del consolato d’Italia, e sul fuoristrada ci sarebbero state le immancabili bandiere italiane. Quanto alla durata delle incursioni oltre confine, avrei evitato il più possibile di dormire in Rwanda e di viaggiare col buio”. (cfr. La lista del console, pag. 113).
Aiutato dal figlio Olivier, Costa agisce di concerto con rappresentanti della Croce Rossa e di svariate Ong, e alla fine del genocidio avrà perso beni per oltre 3 milioni di dollari e salvato quasi 2000 persone, tra cui 375 bambini di un orfanotrofio della Croce Rossa.

Verrà insignito della medaglia d’oro al valore civile per gli italiani portati in salvo e analoga onorificenza riceverà dal Belgio. Nei cento giorni del genocidio rwandese, Costa, che non è un missionario votato al sacrificio, ma un noto imprenditore con famiglia che si fa guidare dalla sua coscienza, decide di rischiare la sua vita, compiendo azioni straordinarie mettendo semplicemente a disposizione del prossimo la sua umanità e i suoi beni. “In mezzo a tanta violenza e sofferenza, qualcosa avevo fatto. Solo questo. Questo e niente di più”, ma col costante rammarico che si poteva fare di più.

Il giornalista che ne ha raccolto la testimonianza, Luciano Scalettari, commenta così: Secondo me, è un giusto, nel senso che danno a questo termine gli ebrei”.Risponde Costa: ”Ho solo risposto alla mia coscienza. Quello che va fatto lo si deve fare”.

Fonte: P. Costa–L. Scalettari, La lista del console, “nordsud”, ed. Paoline, Milano, 2004

Aggiungi un commento luglio 24th, 2009

CENTO GIORNI, UN MILIONE DI MORTI

Episodio 15-Conclusione de “La lista del Console”

Le risaie erano abbandonate, il raccolto stava marcendo senza che nessuno se ne curasse. Campi e case erano vuoti. Qua e là si scorgevano i segni della furia appena passata: qualche casa bruciata; qualche altra svuotata di tutto, compresi tetto, porte e finestre; ogni tanto, sul ciglio della strada, una jeep o un camion militare abbandonati.
Viaggiavo piano, per osservare meglio. Dai dolci declivi delle colline lo sguardo spazia lontano. Sono paesaggi che ho visto decine di volte. Ma al posto del consueto andirivieni brulicante di gente, c’era solo desolazione e vuoto. Dov’erano i ruandesi? Il genocidio, la guerra, poi la fuga in massa avevano lasciato questa terra tristemente inanimata.
Stavo entrando a Kigali. Lungo tutta la strada, dalla frontiera alla capitale avevo incontrato sette persone.
Un milione di ruandesi era stato ucciso durante il genocidio, altri due milioni, forse più, erano profughi appena oltre il confine, in Zaire, a vivere l’ultimo capitolo di quella tragedia. Quasi la metà della popolazione non c’era più. In soli cento giorni questo piccolo Paese era stato cancellato. I nuovi arrivati, il Fronte patriottico ruandese guidato da Paul Kagame, dovevano ricostruirlo dalle ceneri. Avevano vinto la guerra, avevano sbaragliato gli avversari. Ma il governo e l’esercito del genocidio si erano ritirati facendosi scudo della gente. L’avevano portata con sé, lasciandosi alle spalle solo morti e rovine.
Non mettevo piede a Kigali dal 3 maggio. Era il 21 luglio 1994. Nei trent’anni passati in Ruanda non ero mai stato assente tanto a lungo. Ma non sapevo se tornavo per restare o per l’ultima volta, per poi andarmene per sempre.
Il fuoristrada mi portava lento tra le vie più familiari. Passai davanti al mio negozio. Le saracinesche erano incredibilmente intatte: i fax, le fotocopiatrici, i computer erano ancora in vetrina. L’officina di ricarica delle gomme no, i cancelli erano spalancati. Non entrai nemmeno. Sapevo già cosa avrei trovato: i trenta container – come vidi il giorno dopo – erano stati scassinati e svuotati della merce, come pure il magazzino di pneumatici. Con mio grande rammarico, il giorno successivo avrei avuto un’altra amara sorpresa: proprio quella notte, tra il 21 e il 22 luglio, mi avrebbero saccheggiato il negozio. L’avrei trovato devastato e vuoto. La guerra era finita ma alcuni ladri e sciacalli, evidentemente, erano ancora in circolazione.
Anche le strade della capitale erano tremendamente vuote. Non si vedevano più i segni della morte che aveva abitato questi quartieri. Tutto ripulito. Ma i fatti erano tanto recenti che la memoria collocava ancora, con precisione, i luoghi delle barriere dove i miliziani fermavano, perquisivano, interrogavano, uccidevano. Mi guardai intorno cercando di immaginare dove potevano essere le innumerevoli fosse comuni.
Le cinque del pomeriggio. È l’ora in cui in Africa la luce del sole si fa un po’ più morbida, e i colori cominciano a diventare più dorati. Ricordavo che, prima della guerra, era il momento più bello della giornata, a Kigali, quando le strade col fresco della sera si animavano ancora di più.

Casa mia. Quando l’avevo lasciata non pensavo che l’avrei rivista. Un colpo di clacson, per vedere se c’era qualcuno. Li vidi spuntare al cancello, uno a uno, arrivarono tutti. Tutti e quindici. «Patron, come va? Come stai?». Erano emozionati, commossi. Io pure, ma non mi è mai piaciuto farlo troppo vedere. Si erano salvati tutti. Mi fecero mille domande, tutti insieme. E mi raccontarono i loro cento giorni. Sembrava il diario di Anna Frank, ma a lieto fine. Quattordici tutsi e un hutu. Si erano protetti a vicenda. Finché impazzavano le bande degli interahamwe, l’hutu andava ad aprire la porta, mentre gli altri stavano nascosti in soffitta. Liberata la città dall’Fpr, era l’hutu, il mio custode, ad avere paura. Durante i primi giorni, lui stava nascosto e gli altri lo proteggevano.
In quel mare di violenza e di bestialità c’era stato anche qualcuno capace di fare qualcosa di buono, di comportarsi da uomo anziché da animale. Non si erano mai traditi. Non era affatto scontato. I miei ospiti mi raccontarono che nella casa a fianco alla mia erano state uccise quattro persone perché il guardiano aveva fatto la spia. Erano nascosti in casa e li aveva fatti ammazzare. Mi dissero che li avevano sepolti poco più in basso, sul ciglio della strada. E ci sono ancora. In seguito, fu piantata una croce sulla loro tomba.
«Come avete fatto col cibo?». «Eh, Monsieur, prima abbiamo dato fondo alle scorte, poi barattavamo le bottiglie della tua cantina con roba da mangiare. Infine, sono venuti a saccheggiare. Allora è stata dura, perché non c’era più nulla da scambiare. Ma il vero problema era l’acqua. A Kigali non ce n’era più. Così ci siamo messi a bere quella della piscina. Era verde ormai, ma disinfettandola col cloro abbiamo tirato avanti. Insomma, ce l’abbiamo fatta».
Dovevo ancora entrare in casa. «Non c’è più nulla, vero?», chiesi. «No, nulla, tranne il pianoforte e qualche mobile troppo pesante da portar via», mi risposero. «Sono venuti tre volte a saccheggiare. Ma, per tua fortuna, l’ultima volta uno dei rapinatori ti conosceva, anche se non sapeva che questa era la tua casa. Quando ha letto il nome “Costa”, inciso su un mobile, ha detto che ti avrebbe custodito tutto, ma era meglio che la roba restasse da lui per evitare altre ruberie».
In effetti, in seguito mi riconsegnò oltre la metà dell’arredamento e delle nostre cose.

Varcai la soglia. Restavano i muri. Sulle pareti si intravedevano i segni del mobilio e dei quadri scomparsi. Erano spariti anche letti e materassi. Lo prevedevo, per cui mi ero portato un lettino da campo per dormire.
La casa era vuota come me, come quella città, come trent’anni della mia vita e della nostra piccola storia in Ruanda.
Su Kigali scendeva la sera. Uscii in giardino, mi sedetti su un gradino e d’istinto aprii la mia inseparabile borsa di pelle marrone. In un fascicoletto portavo con me le poche carte che avevo messo insieme durante quei cento giorni. Qualche relazione fatta all’ambasciata, fax mandati e ricevuti. Documenti. Ogni pagina una storia.
Ritrovai il fax della dottoressa Anna Ascoli Marchetti con il quale ci chiedeva di cercare Gemma Mukagashaiyja, la madre dei bambini che ospitava in Italia. E unito a quello, il nostro triste messaggio di risposta: avevamo saputo che Gemma era stata uccisa. Io mi trovavo fuori città, ed era toccato a Mariann, mia moglie, l’ingrato compito di comunicare la notizia: «Ti sono vicina con tutto il cuore», scriveva con delicatezza Mariann, «perché avrai il difficile compito di annunciare questa tragedia ai bambini».
Ritrovai le autorizzazioni rilasciateci da Sylvain Nsabimana, il giovane prefetto di Butare che ci aveva aiutato per far uscire diversi gruppi di persone in pericolo dal Ruanda. In seguito Sylvain fu messo sotto accusa al Tribunale internazionale di Arusha. Non so cosa gli imputino, ma posso testimoniare (come ho fatto con una lettera che gli ho mandato) che con me si è prodigato in tutti i modi per agevolare la salvezza di tante persone.
Ritrovai, soprattutto, le liste. Erano su carta intestata del consolato. Vi scrivevo nomi e dati delle persone che portavo fuori, con i convogli. Da Kigali, Musha, Rwamagana, Butare, Gitarama, Kabgayi.
Le scorsi. Non le avevo più guardate da quando avevo vissuto quegli avvenimenti.
23 aprile 1994. Contai i nomi: 42 persone. Frugavo nella memoria. No, erano di più, erano 51. Forse mancava una pagina. Italiani e ruandesi, laici e religiosi. Mi tornavano alla mente le immagini dei volti, quasi tutti. E del convoglio di auto che, lentamente, una barriera dopo l’altra, una trattativa dopo l’altra, arrancava verso la frontiera.
4 maggio, la spedizione dove caricai i figli del colonnello. Un gran colpo di fortuna, quello. In cambio del favore di portargli i figli in Burundi mi feci dare scorta e permessi. Uscirono 32 persone.
E poi le altre, il gruppo di Gitarama, i dipendenti dell’Astaldi, la famiglia Sunier con altri 17 ruandesi. Ritrovai un pezzo di carta con i dati di tre religiose: suor Marie, suor Esteffe, suor Anna. Ero rimasto impressionato dalla serenità di quelle missionarie. Una era piuttosto anziana, non era facile affrontare un’esperienza simile a settantaquattro anni. Eppure nulla le turbava. Non avevano mai mostrato il benché minimo segno di paura.
In quei consunti fogli di carta c’erano i nomi che avevo potuto scrivere. Mancavano quelli che non avevo incontrato, che non erano riusciti a raggiungere il posto convenuto di ritrovo, quelli che non avevo la possibilità di caricare a bordo, o che avevano scelto coraggiosamente di restare, per tante diverse ragioni.
La lista dei bambini non c’era, i 375 bambini della Croce Rossa. Probabilmente era rimasta in mano al mio compagno in quell’avventura, Alexis Briquet.
Sfogliavo quei pezzi di carta pensando che sembrava passato un secolo. Invece, tutto era avvenuto non più di due mesi addietro. Sfogliavo, e mi chiedevo se si poteva continuare a vivere in Ruanda dopo tutto ciò che avevo visto.
Ci abitavo da trent’anni, in quel Paese, più di metà della mia vita, allora. Ma i miei amici, la gran parte, non c’erano più. Tutto era cambiato, tutto era stravolto. Avevo veramente voglia di ricominciare?
Ripresi in mano una lettera del 31 maggio precedente, mandata a un mio dipendente perché mi vedevo costretto a interrompere il rapporto di lavoro. Gli avevo scritto cose molto lucide.

Caro Claude,
è con enorme tristezza che devo scriverti per porre fine al contratto di lavoro con Bandag. La decisione è definitiva perché ho perduto ogni speranza di vedere le cose ristabilirsi. Dopo la partenza da Nairobi ho fatto numerosi viaggi in Ruanda nella speranza di trovare una soluzione che permettesse di salvare qualcosa. Al contrario, sono stato testimone della dissoluzione di un Paese nella barbarie, nel tribalismo e nel vandalismo. Due giorni fa ho deciso di non ritornarci più, perché i rischi sono diventati veramente eccessivi.
Quale che sia la fine che potrà un giorno delinearsi, ho la convinzione che non sarà prossima e lascerà il Paese diviso e in guerra civile ancora per molti anni. Troppi morti, troppi assassini, la ragione ha abbandonato il Ruanda e il sangue chiama il sangue.
Credimi, caro Claude, sarei il primo a felicitarmi di essermi sbagliato e se ci sarà un minimo spiraglio, ti contatterò immediatamente.
Per il momento resto a Bujumbura per permettere a Matteo di terminare l’anno scolastico, poi rientreremo in Europa dove spero di incontrarti.
Auguri a te e alla tua famiglia.

In quel momento la guerra e la carneficina erano in corso. Il 21 luglio invece era finita. Ma mi domandavo se il Ruanda poteva riprendersi da un evento tanto drammatico e lacerante. Era un intero popolo privato dell’innocenza. Non c’era una famiglia che non avesse provato la violenza più bruta, inflitta o subita.
“E io”, mi chiedevo, “ho la forza di ricominciare?”. Perché di questo si trattava. Ricominciare da zero.

Oggi sono passati dieci anni, da quegli avvenimenti. E sono ancora in Ruanda. Alla fine, una risposta me la diedi. Ricominciai. Mi dissi che, in fondo, avrei dovuto comunque ricominciare. In Ruanda, in Italia, o in Belgio. In ogni caso dovevo tirarmi su le maniche in una realtà nuova e ripartire da capo. Ma il problema non riguardava gli aspetti economici o imprenditoriali. Si trattava di tirarsi su le maniche per ricostruire un sistema di pensieri, principi, idee, valori che erano stati terremotati da un’esperienza devastante. Volevo affrontare o rimuovere i ricordi di quei cento giorni? Volevo affrontare o rimuovere le domande inquietanti che quei fatti avevano provocato?
Alla fine, forse, non ho fatto né l’una né l’altra cosa. Ho lavorato, forse dedicando un po’ più d’attenzione agli avvenimenti sociali e politici che avvengono intorno a me. Ho rimesso in piedi le mie aziende. Ho ricominciato a tessere, in Ruanda, una nuova rete di relazioni e di amicizie. Insomma, ho semplicemente vissuto.
Ma in questi dieci anni sono tornato in alcuni di quei luoghi dell’orrore. Sono andato alla cattedrale di Nyamata, nella quale sono state uccise – pare – più di mille persone. La chiesa non è più stata usata come luogo di culto. I cadaveri sono stati sepolti, ma la chiesa è rimasta come allora. Si vede ancora il lenzuolo bianco dell’altare striato di sangue. Ci sono le chiazze sui muri e i piccoli fori sul tetto, provocati dalle schegge delle bombe a mano.
Sono andato alla scuola di Murambi, a 15 km da Butare, che è stata consacrata a monumento alla memoria. Sono entrato in tutte le aule, una a una. In quel caso i corpi li hanno lasciati esattamente com’erano, cosparsi di calce. È un groviglio di esseri umani che ricopre i pavimenti di tutte le classi della scuola.
Sono andato ogni anno a rivedere uno di quei luoghi. E ce ne sono tanti in Ruanda. Come console ho partecipato alle cerimonie di commemorazione. Ho continuato a provare incredulità, rabbia, dolore. Ogni volta mi sono ritornate alla mente immagini che forse volevo rimuovere.
Facce paralizzate dalla paura, tanto che non riuscivano più a parlare. Cani che si cibavano dei corpi delle vittime. Scene di violenza a cui ero stato costretto ad assistere impotente. Volti di amici che non ho saputo salvare.
Oggi che sono passati dieci anni, mi rendo conto che quei cento giorni sono ancora un incubo a occhi aperti, che mi ha spesso tormentato e che talvolta mi ha tolto il sonno.
Ho visto massacrare i figli di una famiglia di nostri amici, i Sebulicoco. La loro casa era sulla collina di fronte alla nostra. Ho ricevuto, due ore dopo, la telefonata allarmata della madre che mi chiedeva se tutto andava bene, e non me la sono sentita di dirle la verità. Ho saputo troppo tardi che lei e il marito, il 6 aprile, erano rimasti bloccati fuori città, in un paesino a pochi chilometri da dove avevo condotto una delle spedizioni di salvataggio. Dovevo andarci in quel villaggio. Ero stanco, era sera, non ce la facevo più. Ci mandai qualcun altro. Così non li incontrai, quei due miei amici. Non li incontrai per una stupida serie di coincidenze. E loro, due giorni dopo, erano morti. Massacrati come i figli.
Mi accadevano intorno queste cose, e io intanto dovevo andare a trattare con alcuni dei responsabili di quelle nefandezze, per ottenere il permesso di portare fuori qualche decina di persone. Loro stavano pianificando l’eliminazione di migliaia di esseri umani. E io battagliavo per una lista di qualche decina di poveracci.
Non ho fatto finta di non sapere. E quando ho potuto, ho detto quel che ne pensavo. A uno di loro che mi chiedeva un intervento diplomatico ho semplicemente risposto che smettesse di far ammazzare la gente, e poi avrebbe potuto chiedermi qualcosa. In un’altra occasione, mi trovai a cena a Gitarama con un altro di questi personaggi. Ne discutemmo a lungo, ma inutilmente. Costui era un amico, un tempo. Avevo la confidenza di chiedergli il perché di tutto ciò che stava accadendo. Sembrava invasato, fuori dalla realtà, assetato di sangue, imbevuto di folli idee razziste.
In mezzo a tanta barbarie, ho incrociato anche l’altro volto dell’umanità: gente semplice, come alcuni dei miei dipendenti, che nonostante la propaganda e la follia collettiva continuava a nascondere gente in pericolo e a compiere gesti di solidarietà; missionari che mettevano la propria vita in gioco; volontari, medici, cooperanti che senza alcun interesse o ragione personale erano venuti apposta in Ruanda per fare qualcosa, per salvare qualcuno.
Ecco, forse oggi ho la risposta da dare a quanti, all’epoca, mi domandarono «chi te lo fa fare». Di fronte a quell’apocalisse, mi afferrai forse a quei pochi brandelli di bene, al dare una mano al missionario, al carico di viveri da portare a un orfanotrofio, a un amico che potevo aiutare. Non serviva discutere con quello che sparava, né si poteva convincerlo a diventare un benefattore. Ma certo si poteva fare qualcosa.
A volte, nei momenti difficili ho corso qualche pericolo, ma ho sempre ritenuto che erano rischi calcolati, in situazioni sotto controllo.
Spesso, questo sì, mi sono chiesto perché altri non hanno cercato di farlo, specie chi ne aveva le opportunità, specie chi ricopriva una carica che gli avrebbe permesso di agire efficacemente. Perché tanti non ci hanno nemmeno provato? Perché non hanno neppure utilizzato il potere, il denaro, l’influenza che avevano per alleviare almeno una piccola parte di quelle sofferenze?
Oggi, dopo dieci anni, posso forse dire che il mio cruccio non sono solo i brutti ricordi. La cicatrice che ti resta è il dubbio che potevi fare di più, potevi prendere qualche rischio in più. Forse potevo farlo.
Alcune persone straordinarie che ho conosciuto in quel periodo, loro sì, sono arrivati fino all’estremo delle loro possibilità. Io no. In questi anni mi sono convinto che avrei potuto fare di più. C’era tanta sofferenza attorno a me, forse potevo evitarne una piccola parte, viaggiando un po’ di più, pagando qualche soldo in più.
Ho detto a qualcuno che non avevo la possibilità di portarlo fuori dal Paese. Forse era proprio così, forse avrei fallito e sarebbe finita male. Ma, forse, avrei potuto cercare di farlo lo stesso.
Questo tarlo mi si è insinuato quel 21 luglio. Perciò ho voluto partire da lì. Sono ritornato a Kigali. Ho visto cosa restava del Ruanda. Ho avuto per la prima volta la piena percezione dell’enormità del massacro. Per la prima volta ho pensato che, no, non avevo lasciato nessuno per strada. Ma non ero andato io a cercarli, non avevo dedicato tutte le energie a immaginare ogni sistema possibile per salvarne qualcuno in più.
E oggi, dopo dieci anni, mi rendo conto che non ho mai raccontato a nessuno quei cento giorni. Forse nemmeno a Mariann, fino in fondo.
So che, per sbloccare il trauma, ai bambini ruandesi facevano innanzitutto raccontare ciò che avevano visto e vissuto. E raccontandolo riuscivano lentamente a superarlo.
Spero che sia servito anche a me.

1 comment luglio 22nd, 2009

“HO FATTO SOLO QUESTO. NIENTE DI PIU’”

Episodio 14 de “La lista del Console”

«Costa, domani vado in Ruanda, per portare via i bambini della Croce Rossa. Devi venire con me». Era Daniel Philippin, il responsabile della Croce Rossa di Bujumbura. Non era passata più di una settimana dalla mia promessa di non varcare più il confine. Era sabato 4 giugno. Non risposi. Andai da Mariann, in cucina. Le dissi: «Domani vado a Butare, portiamo fuori i bambini della Croce Rossa. Non dirlo ai miei fratelli, se no me ne dicono di tutti i colori». Non obiettò. Mariann non si oppose mai ai miei viaggi.
Alle nove del mattino dopo eravamo già alla frontiera, con due macchine e un paio di camion. Briquet, intanto, stava trattando a Butare per ottenere i lasciapassare per i bambini.
Giunse la prima doccia fredda: da Bujumbura ci comunicarono via radio che la Croce Rossa di Ginevra non autorizzava l’operazione. Daniel non poteva proseguire, i mezzi di trasporto neppure. «Che significa?», urlò nella radio. «Cosa vuol dire che “non autorizzano l’operazione”? Si rendono conto che siamo già al confine? A Butare, Briquet ha predisposto tutto».
L’ordine era perentorio: uomini e mezzi della Croce Rossa non potevano proseguire. Decisi di andare da solo. Avrei raggiunto Briquet, e avremmo valutato il da farsi.
«Proviamo, Pierantonio», suggerì Alexis. «Oggi lo si può ancora fare, domani non si sa. Certo, è una pazzia, ma la guerra è quanto mai vicina e in quel centro ci sono 700 bambini che fra breve non avranno più da mangiare. Pochi giorni fa i militari hanno ucciso un’altra ragazza. Questi ragazzini sono in condizioni disperate».
Tuttavia, trasferirli tutti in un colpo solo era impossibile. Decidemmo, intanto, di portare via i più piccoli, fino all’età di nove anni. Scorremmo le loro schede, una a una: erano 375 bambini.
Potevamo contare sulla disponibilità del prefetto, Sylvain, ma c’era il solito scoglio dell’autorizzazione del comando militare. Interpellammo l’ufficiale di collegamento con la Croce Rossa e un graduato dei servizi segreti che conoscevamo. Entrambi ci diedero il via libera, ma senza nulla di scritto.
Corremmo in prefettura. Non c’era nessuno. Sylvain, sfortunatamente, era fuori. Tutto sembrava congiurare contro di noi. Ci demmo un tempo limite: «Se entro le tre del pomeriggio non abbiamo combinato nulla, rinunciamo».
Nell’attesa che tornasse il prefetto, ci mettemmo a caccia dei mezzi di trasporto. Non era uno scherzo trovare posto per quasi 400 persone, tra bambini e accompagnatori.
Il tempo passava, inesorabile. Erano le due del pomeriggio e tutto quel che avevamo trovato erano tre minibus da diciotto posti l’uno. «In qualche modo ce li faremo entrare», disse Alexis. Il problema era un altro: il prefetto non arrivava.
«Mi ha chiamato, sarà qui a minuti», annunciò finalmente l’ufficiale di collegamento. «Però, vi devo chiedere un favore», aggiunse. «Caricate anche la mia famiglia». Erano altre persone da stipare nei tre pulmini da diciotto posti.
Sylvain autorizzò immediatamente il trasferimento. Cominciammo a far salire i bambini. I pulmini erano stracarichi. Eravamo ormai pronti a partire. Anche la famiglia del colonnello era a bordo. Ma al momento di aprire i cancelli del centro, si pararono davanti quindici soldati con i fucili spianati. Il colonnello intimò loro di farsi da parte. Niente da fare. «Di qua non passate», ruggì il soldato più esagitato del gruppo. Erano quasi le tre, ogni minuto che passava peggiorava la situazione di sicurezza delle strade.
Il colonnello e i soldati cominciarono a discutere, animatamente. La tensione era alle stelle. I bambini, ammassati all’inverosimile, tacevano impauriti. I motori dei minibus erano in moto.
Il colonnello ruppe gli indugi. Col fucile a sua volta puntato sui soldati, aprì il cancello: «Io passo. Se devo sparare contro qualcuno, lo faccio. Provate a impedirmelo». I militari esitarono, lentamente cominciarono ad abbassare le armi, e si scostarono. I minibus uno dopo l’altro sfilarono dal cancello. Era fatta.
Scesi dall’auto e diedi una mancia a tutti. Volevo evitare che ci inseguissero.

Nel primo veicolo c’erano il prefetto e il colonnello. In coda c’eravamo noi. Cominciò la via crucis delle barriere: ne contai diciassette, tutte sorvegliate da soldati. Ogni volta i controlli, la lista da esibire, le discussioni e le spiegazioni. E tante mance. Arrivammo alla frontiera alle sette di sera. I problemi non erano finiti: il solito puntiglioso funzionario dell’immigrazione volle controllare l’identità dei bambini una per una. Faceva di tutto per rallentare le operazioni, non voleva farli passare. Ma i permessi erano in regola, ed era presente il prefetto, non poteva dire di no.
Quattro ore dopo, l’ultimo bambino superava la fatidica sbarra.
Io e Alexis ringraziammo e salutammo tutti, compresi il prefetto e il colonnello, che ovviamente avevano concluso il loro viaggio. Il colonnello mi si avvicinò, mi posò una mano sulla spalla e disse: «Costa, penso sia meglio che tu resti a Bujumbura». Ci guardammo per un attimo. Il messaggio era chiarissimo, me l’aspettavo da tempo. Non l’ho mai più visto quell’ufficiale, credo sia morto. Non ho mai potuto chiedergli spiegazioni ulteriori. Ma sapevo che quella frase significava una cosa sola: “Non tornare più in Ruanda, perché al prossimo viaggio ti ammazzano”. Era un amico, mi aveva avvertito in tempo.
Alla dogana burundese c’erano in attesa, dalla mattina, gli uomini e i camion della Croce Rossa. Erano ormai le undici di sera. Vedendo che si faceva notte, avevano anche allertato il comandante di stanza a Kayanza, la prima cittadina oltre la frontiera. Gli avevano detto semplicemente che stavano arrivando 375 bambini e che bisognava trovare loro un posto per dormire e qualcosa da mangiare.
A mezzanotte i camion si fermarono nel cortile di un edificio. Sembrava una grande sala conferenze. Entrai, e mi commossi: c’erano 375 stuoie per terra, 375 coperte, 375 panini, 375 bottiglie di coca-cola. Come avesse fatto quell’ufficiale non l’ho mai saputo.
I bambini sfilavano nella grande stanza, prendevano posto e si distendevano sulle stuoie, sopraffatti dalla stanchezza. Li osservavo, uno ad uno, e trattenevo a fatica l’emozione. Pensavo agli altri, a quelli di Nyanza. Forse anche per loro i pericoli maggiori erano passati. Forse no, chi poteva dirlo?
Mentre quei piccoli mi trotterellavano davanti, nella mia mente si affacciavano le immagini di quei due mesi terribili: i viaggi, i volti, i gruppi che avevo condotto fuori dal “mattatoio-Ruanda”. La guerra continuava, la caccia all’uomo pure. Altri eventi drammatici, ben più grandi di me, si stavano compiendo, milioni di vite erano ancora in gioco.
Di sicuro, il Ruanda che avevo conosciuto per trent’anni, non esisteva più.
Ero terribilmente spossato. Dal 6 aprile al 6 giugno avevo perduto dieci chili. Mi rendevo conto che anch’io ero alla fine della mia corsa. Ma, almeno, quei 375 bambini erano in salvo, quell’operazione era finita bene.
In mezzo a tanta violenza e sofferenza, qualcosa avevo fatto. Solo questo. Niente di più.

Aggiungi un commento luglio 17th, 2009

“MA CHI TE LO FA FARE?”

Episodio 13 de “La lista del console”

Partimmo per Butare, io e Alexis, attraverso quell’unica lunga strada praticabile che passava per Gikongoro. Appena usciti da Nyanza, ci rendemmo conto che c’eravamo cacciati in un guaio. Un grosso guaio. Eravamo nel bel mezzo della ritirata dei soldati.
Procedevamo a passo d’uomo, attorniati dai militari. Ebbi veramente paura. Mi rendevo conto che ognuno di loro era un potenziale pericolo. Erano sbandati, disperati, stanchi, molti ubriachi, di sicuro disposti a tutto. Certamente pensavano che la nostra macchina poteva portarli rapidamente lontano. E sapevano che, come tutti i bianchi, non viaggiavamo mai senza soldi. Avevo con me un migliaio di dollari, la cifra che più o meno portavo sempre. Per quella gente che ci camminava intorno era una fortuna. Percepivo la minaccia incombente.
Feci salire in macchina il primo ufficiale che vidi sulla strada. Non contava granché, ma era meglio di niente. La divisa di un ufficiale poteva almeno fare da deterrente nei confronti di qualche scalmanato.
Dopo qualche chilometro avemmo il primo contatto con la popolazione. Era l’intera città di Nyanza che scappava: macchine, moto, biciclette stracariche. La gran parte dei fuggitivi procedeva a piedi, col materasso e i sacchetti in testa, con le stoviglie e un po’ di legna per far da mangiare, madri e padri con i figli in spalla, maiali, capre, vitelli, vacche, cani. Ognuno portava via ciò che poteva.
Il tempo passava, lento, sempre viaggiando alla velocità del fiume umano. Impiegammo nove ore per percorrere i 35 km che separano Nyanza da Gikongoro. L’importante era per noi riuscire al più presto a piegare verso sud, in direzione di Butare. L’Fpr, se fosse giunto rapidamente in quella zona, avrebbe certamente proseguito verso ovest. Trovarsi bloccati dalla folla con i combattimenti alle spalle non sarebbe stata la migliore delle situazioni.
Arrivammo in vista di Butare alle cinque e mezzo del pomeriggio, ma la macchina ormai non andava più. Il radiatore sbuffava da tutte le parti, ogni quarto d’ora dovevamo riempirlo d’acqua. Stavamo fondendo il motore, se l’avessi spento non saremmo più ripartiti. Il fuoristrada aveva viaggiato troppo a lungo a passo d’uomo.
Arrivati al vescovado, chiedemmo ospitalità per la notte. Eravamo esausti, per la fatica e la tensione. E molto preoccupati per le sorti dell’orfanotrofio.
Il mattino dopo chiamai subito: «Stiamo bene, il peggio è passato», esordì padre Giorgio. «Nyanza ormai è stata conquistata dall’Fpr». Ma aggiunse che alle quattro del pomeriggio precedente avevano passato un brutto momento. I militari governativi, in fuga, li avevano minacciati, avevano rubato un veicolo e tutti i soldi che erano riusciti a trovare.
I soldati dell’Fpr erano giunti poco dopo. Avevano chiesto a tutti di restare sul posto e di non muoversi. «Ora i problemi sono altri», concluse. «Abbiamo poca acqua. Non c’è energia elettrica e le pompe dei pozzi non funzionano».
Né io né Alexis conoscevamo i nuovi arrivati. Ovviamente non avevamo amicizie fra gli uomini del Fronte patriottico. Non potevamo fare nulla per organizzare un immediato trasferimento dei bambini lontano dalla zona di combattimento. Lui decise di rimanere a Butare, per controllare le condizioni dei diversi centri dei bambini di cui si prendeva cura. Io andai a cercare un’auto per rientrare in Burundi.
Ottenni un passaggio in un minibus che andava alla frontiera. Appena di là, trovai un mio impiegato ad aspettarmi, con una macchina mandata da mio fratello. La famiglia non aveva mie notizie da quattro giorni. Seppi solo più tardi che a Bujumbura era circolata la notizia che proprio sulla strada tra Butare e Nyanza erano stati uccisi dei bianchi. La notizia si rivelò infondata, ma solo dopo il mio rientro.
A casa erano tutti nel panico. Perché Arturo aveva mandato la macchina ad aspettarmi? Perché in Africa queste cose si fanno. Se e quando fossi arrivato al confine, sarei passato di là. Lui lo sapeva. In ogni caso una macchina pronta poteva essermi molto utile.
Arrivai a casa verso le quattro del pomeriggio. Non c’era nessuno. Mariann rientrò un’ora dopo. Mi guardò, per lunghi istanti rimanemmo in silenzio. Poi mi abbracciò e disse: «Sono contenta di vederti». Nient’altro. Ma in quel momento vidi nei suoi occhi che doveva aver sofferto terribilmente. Decisi che dovevo fermarmi. Promisi a me stesso che non sarei più andato oltre confine.
In famiglia siamo in sei: tre fratelli e tre sorelle. Mi presi la ripassata da tutti. Più dolci le sorelle, un po’ più rudi (per usare un eufemismo) i fratelli: Arturo, quello che vive a Bujumbura, mi mandò semplicemente a quel paese, ma non disse di più, forse perché era troppo contento di vedermi; Paolo, il più giovane, invece, mi telefonò dal Belgio. Era incazzato nero, ed era comprensibile. A migliaia di chilometri di distanza aveva vissuto per quattro giorni attaccato al telefono: «Piantala, razza di imbecille. Tua moglie ti aveva ormai dato per morto. Ma chi te lo fa fare?»
Già, chi me l’ha fatto fare? Non me l’ero mai chiesto fino in fondo. E forse non saprei rispondermi neanche adesso.
 

Aggiungi un commento luglio 11th, 2009

BAMBINI NELLA GUERRA

Episodio 12 de”La lista del Console”

«Tu sei pazzo. Che cosa ci fai qua? Vai via, torna indietro». Quel colonnello lo conoscevo da tempo. «Cosa sta succedendo?», chiesi. «L’Fpr è in piena offensiva. Sta attaccando a metà strada fra Nyanza e Gitarama». Il colonnello, in quel momento, era il comandante delle truppe della zona. C’eravamo incrociati per caso, sulla strada, quella mattina del 26 maggio. «Io e Alexis ci fermiamo a Nyanza», risposi, «fra pochi chilometri. Se fin là non ci sono problemi, raggiungiamo l’orfanotrofio dei rogazionisti».
Mi spiegò che il Fronte patriottico stava avanzando. Di lì a poche ore la strada per Gitarama avrebbe potuto essere interrotta. Ancora una volta il Fronte patriottico aveva spiazzato gli avversari, attaccando nella zona meno prevedibile. Questo cambiava completamente lo scenario: forse per evacuare i bambini di Nyanza non c’era più tempo.
Pensammo, tuttavia, che poteva crearsi una situazione vantaggiosa da un altro punto di vista: se s’interrompevano i collegamenti fra Gitarama e Butare, l’autorità massima nel Sud del Paese tornava a essere Sylvain Nsabimana, il prefetto. Forse avremmo potuto tentare la sortita.
Ci ponevamo troppe domande, e non avevamo risposte.
La città era nel panico. La gente prendeva su quello che poteva e scappava. Presto Nyanza sarebbe stata deserta. Le barriere erano scomparse. Varcai ancora una volta quel cancello. All’orfanotrofio c’era più silenzio che mai. I bambini percepivano che stavano vivendo le ore più drammatiche. Il rimbombo della guerra era vicino. Era una mattina di sole, molti di loro erano sulle panche di una sorta di anfiteatro, che veniva usato in tempi normali per riunioni speciali o qualche spettacolo. Erano, però, tutti seduti e immobili.
Padre Giorgio si trovava nella parte alta dell’orfanotrofio, vicino alla sua stanza, seduto su una seggiola con davanti cinque bambini in fila: la più grande aveva più o meno dieci anni, il più piccolo forse tre. Erano appena arrivati. Il missionario, con grande tatto e infinita dolcezza, cercava di ottenere un sommario racconto di ciò che era accaduto loro. Era importante farlo subito: non solo per avere nome, cognome ed età approssimativa dei bambini, ma anche per compilare una scheda con tutti gli elementi possibili, compresa la zona di provenienza. Molti di quei piccoli, passata la furia degli avvenimenti bellici, avrebbero potuto ritrovare i genitori, o i fratelli, o parenti prossimi che avrebbero potuto prendersene cura.
Tre di quei bambini erano fratelli, gli altri due provenivano da famiglie diverse, ma si erano aggregati al gruppetto perché erano rimasti completamente soli. Tutti e cinque ritenevano di aver perduto i genitori. Forse era vero. Il racconto di uno di loro era tanto raccapricciante da essere inequivocabile. Ma, per esperienza, padre Giorgio sapeva che talvolta i bambini consideravano morti i genitori per il semplice fatto che improvvisamente erano scomparsi, magari in un momento di fuga o di confusione. Qualche speranza c’era.
Alla fine della guerra in Ruanda c’erano centinaia di migliaia di bambini non accompagnati (si usava questo termine proprio perché non era certo che fossero orfani). Migliaia di loro nei mesi successivi ritrovarono i genitori o i fratelli maggiori che credevano morti.
Concluso il colloquio, padre Giorgio ci raggiunse, insieme al dottor Mussi. Discutemmo se tentare o meno l’evacuazione, quello stesso giorno. «Abbiamo l’impegno del governo a dare tutto l’appoggio per salvare i bambini», ci dicevamo. «Possiamo ottenere l’autorizzazione del prefetto. Quanto ai militari, nel caos generale dell’attacco in corso, non avranno molto tempo per pensare a noi». Forse era il momento di tentare un colpo di mano. «Costa, abbiamo bisogno solo dei mezzi», concluse il missionario. «Tentiamo». «Tentiamo, padre», risposi, «ma bisogna fare in fretta, abbiamo poche ore».
Io e Alexis ci rimettemmo in strada. Attraverso percorsi interni arrivammo a Gitarama, facendo un largo giro per evitare la zona dei combattimenti. Ci arrabattammo tutto il giorno per cercare i mezzi di trasporto. Inutilmente. Non c’erano camion né autobus disponibili. Dovevamo far presto, se ci tagliavano la strada del ritorno saremmo rimasti bloccati.
All’imbrunire ci arrendemmo. Non c’era nulla da fare, i mezzi di trasporto non si trovavano. Tornammo verso Nyanza. Ma ci giunse una pessima notizia: l’Fpr aveva cambiato direzione dell’offensiva. Ora si combatteva furiosamente tra Nyanza e Butare. Arrivammo in città mentre un fiume di gente fuggiva, a piedi, in bicicletta, in macchina, in tutti i modi.
All’orfanotrofio, il grande spiazzo centrale era vuoto, e anche nel refettorio non c’era più nessuno. Fra le casupole che facevano da camerata per i bambini, circolava solo qualche ragazzo dei più grandi, per controllare la situazione. Padre Giorgio e il dottor Mussi mi vennero incontro. Anche loro sapevano come stavano evolvendo le cose. Seri, tesi in volto, erano consapevoli che nelle prossime ore qualsiasi cosa sarebbe potuta accadere: il massacro indiscriminato come la liberazione.
«Mi spiace», esordii, «non ci sono veicoli disponibili». «Credo che ormai siano inutili», rispose padre Giorgio. «Noi restiamo, Costa, sarà quel che Dio vorrà. Non c’è più alcuno spiraglio per andarsene. Potremmo allontanarci dai combattimenti per una sola strada, quella per Gikongoro. Sarebbe la morte certa per tutti. Anche i miliziani e i soldati in rotta si ritireranno in quella direzione». «Lo so, Giorgio, non c’è più via di scampo. Avete scorte di viveri?». «Sì, abbondanti. Dalle notizie che mi arrivavano nei giorni scorsi avevo capito che si sarebbe potuto arrivare a questo. Ho comprato molta roba. Per un po’ possiamo resistere. I bambini li abbiamo sistemati là sotto. C’è un ampio seminterrato, dove teniamo il cibo e il materiale. Il tetto è di cemento armato, sono abbastanza al sicuro. La radio funziona, ci terremo in contatto».
Stavamo per ripartire quando un ragazzo venne a chiamare padre Giorgio: «C’è una signora alla porta», disse, «mi ha chiesto di mostrarti questo documento». Era una carta d’identità italiana.
Si trattava della «signora Illuminata Uwaygabe, coniugata Rumi». «La moglie di Mario Rumi», esclamai. Uscii fuori per accoglierla. Il suo arrivo a Nyanza aveva dell’incredibile. Il marito era un volontario venuto in Ruanda qualche anno addietro. I due si erano conosciuti e sposati. Poi erano tornati a vivere in Italia.
Illuminata, una splendida ragazza tutsi originaria del Sud-est del Ruanda, era venuta per le feste di Pasqua a stare qualche giorno con la sua famiglia. E dal 6 aprile si era trovata improvvisamente in mezzo al caos della guerra. In tutto quel tempo avevamo cercato di rintracciarla, senza successo. Il marito era disperato. Dapprima aveva chiesto aiuto all’Unità di crisi del Ministero degli Esteri italiano, poi all’ambasciata di Kampala, infine direttamente a me. Via fax, aveva cercato di darmi tutte le informazioni di cui disponeva per avviare ricerche. Ma nulla era valso a ritrovarla.
Sapevamo che da Butamwa, il suo paese natale, Illuminata era fuggita dapprima verso Kigali. Poi si era spostata a Rwamagana, verso est. Infine a ovest, nella zona di Butare.
Dopo, più nulla. Non avevamo notizie di lei. Era riuscita a viaggiare di nascosto per quasi due mesi. Chissà come, ora sbucava a Nyanza, distante oltre 100 km da Rwamagana. Finalmente, la signora Rumi era approdata in un luogo sicuro, ma nel momento più critico. «Benvenuta, Illuminata», disse padre Giorgio. «Se resti qui, ci darai una mano con i bambini. C’è parecchio da fare in questi giorni».

Aggiungi un commento luglio 3rd, 2009

UNA RADIO NELLA NOTTE

XI episodio de “La lista del console”:

«Caro padre, sono contento che tu sia arrivato. Quanto a te, Mussi, c’era veramente bisogno di un medico, su a Nyanza. Credo, purtroppo, che troverai molto da fare». Erano finalmente giunti padre Giorgio Vito, missionario rogazionista, e il dottor Mussi, un grande, grosso e (apparentemente) burbero medico di Varese amico di Eros Borile, che si era reso disponibile a restare per qualche tempo all’orfanotrofio. Si poteva così dare il cambio a don Vito e a padre Eros. Era il 20 maggio. A Nyanza di fatto erano isolati ormai da un mese e mezzo. Tranne me, nessuno era in grado di mettersi in contatto con l’orfanotrofio. Avrei lasciato là i nuovi venuti e sarebbero tornati con me i due religiosi tanto duramente provati. In più, era arrivata dall’Italia una radio piuttosto potente, che avrebbe reso molto più facili le comunicazioni.
Partii ancora una volta. I viaggi ormai si susseguivano ravvicinati. Restavo a casa a Bujumbura una notte, massimo due, e poi mi rimettevo in macchina. Talvolta non potevo portar fuori nessuno in Burundi, ma erano viaggi importanti per tenere sotto controllo le diverse realtà difficili, e organizzare passo dopo passo il tentativo di evacuazione dei bambini, nel quale sia io che Alexis continuavamo a sperare.
Mia moglie non si opponeva a queste missioni, anche se certo non le faceva piacere vedermi partire. Quanto a mio fratello Arturo, che mi ospitava, era perplesso, ma ancora taceva.
La radio era ben nascosta, nel bagagliaio. Alla frontiera non ci furono problemi. Chiedemmo notizie della situazione. Ci dissero che il Fronte si avvicinava. Non si sapeva per quanto avrebbe retto l’esercito. Ormai il rumore sordo della guerra si cominciava a sentire, in lontananza. Cominciammo l’estenuante trafila del passaggio dei posti di blocco: ne contammo ventuno, in 60 km di strada.
Finalmente apparve il cancello dell’orfanotrofio: un colpo di clacson e si aprì. Una moltitudine di bambini silenziosi di tutte le età circondò il fuoristrada. Seppi che erano diventati esattamente 568. Padre Giorgio aprì la portiera e alcuni ragazzini – quelli che vivevano nell’orfanotrofio prima della guerra – lo riconobbero: il missionario era stato il fondatore del centro e lo aveva gestito per molti anni. Un’esplosione di giubilo c’investì: per qualche momento sentii di nuovo la gioia incontenibile dei piccoli africani. Il nostro arrivo aveva ridato fiato alla speranza. Si percepiva che i più grandi (fra i quali c’era qualche giovane adulto e alcune ragazze rifugiate) pensavano che una possibilità di farcela ora c’era: se eravamo arrivati noi forse la situazione del Paese stava lentamente migliorando. Anche i due religiosi, Eros e Vito, riuscirono per qualche momento a sciogliere la tensione in uno stanco sorriso.
Aspettammo la notte per provare a far funzionare la radio. I bambini erano andati a dormire. Non c’era corrente elettrica, così la collegammo alla batteria di una macchina. Tutti gli adulti presenti erano stretti intorno al tavolo. Mussi provò. Una frequenza dopo l’altra si sentivano sfrigolii, rumori e parole. A quell’ora, come d’accordo, in Italia un gruppo di amici di padre Eros doveva mettersi in collegamento su alcune frequenze concordate. «Nyanza, rispondete. Qui Monselice. Rispondete». Proruppe un urlo di gioia, incontrollabile (forse svegliammo pure i bambini). Alcuni s’abbracciarono. Nyanza non era più così isolata, una flebile voce nell’etere la univa a un paese vicino a Padova. Oggi mi sembra poca cosa, ma in quel momento pensai che la salvezza di tutta quella gente fosse un po’ più vicina.

«Non è possibile, porca miseria. Come si può perdere un bambino per la mancanza di una cannula da 50 lire?». Imprecava, Mussi. Di brutto. Gridava e brontolava. Era stato portato all’orfanotrofio un ragazzino di una decina d’anni. Era paralizzato. Le solite bande di assassini avevano massacrato tutta la sua famiglia. Lui non l’avevano ucciso, ma con un atto di insensata ferocia gli avevano torto il collo, ledendogli probabilmente la spina dorsale a livello cervicale. Il piccolo era arrivato denutrito e disidratato. Ma il medico non poteva metterlo sotto flebo, perché erano terminate le cannule di plastica che connettono la boccia all’ago.
In Ruanda, nella primavera del 1994, si moriva anche per questo. Per la mancanza di una cannula da 50 lire, 25 centesimi di euro. E quel povero bambino morì, dopo qualche giorno.
Il mattino dopo dovevo andare a Gitarama, sempre per discutere l’accordo con i ministri. «Aspettatemi», dissi a Eros e Vito. «Passo a prendervi entro le due del pomeriggio».
Ci furono invece complicazioni e ritardi. Arrivai dopo le tre e mezza. Era tardi, troppo tardi. Passare i posti di blocco nel tardo pomeriggio diventava estremamente pericoloso, perché i miliziani erano quasi tutti ubriachi fradici, e bastava trovare un prepotente perché la situazione precipitasse.
Infatti, un momento delicato ci fu, quando ebbi a che fare con uno dei personaggi più surreali che avessi mai incontrato: aveva lo sguardo iniettato di sangue, la voce impastata e le palpebre pesanti. Portava un lungo mantello blu e, sotto, era a torso nudo. Abbastanza alto e ossuto, era certamente il leader della banda che teneva il barrage. Portava addosso un intero campionario di tutte le armi circolanti in Ruanda: infilate alla cintura aveva un paio di bombe a mano, un machete e una pistola; in una mano teneva una lancia, nell’altra un kalashnikov.
Gli mostrai il lasciapassare e il tesserino consolare. Li prese in mano e cominciò a leggerli alla rovescia. Ebbi un gesto di stizza (di cui subito mi pentii): gli strappai i documenti di mano e glieli capovolsi. «Si leggono così», dissi. Tornai subito a sorridere. Lui no, non lo fece mai. Aveva uno sguardo carico d’odio. Era un tipo pericoloso, evitai lunghe discussioni. Il tramonto era prossimo. Misi la mano in tasca e allungai una sostanziosa mancia. La prese senza una parola e si girò dall’altra parte. Andò bene. Potemmo ripartire.

«Colonnello, mi devi una birra», sussurrai. «Forse ti devo la vita», mi rispose sottovoce. Quella birra me la offrì, due anni dopo a Kigali.
Alla frontiera burundese, dove ci trovavamo, il suo viso aveva ripreso colore. Non era passato più di un quarto d’ora dal momento più drammatico. Nteziryayo era un ufficiale da poco in pensione. Nelle settimane precedenti l’avevo incrociato un paio di volte a Butare e Gitarama, mentre brigava per ottenere i permessi di espatrio per sé, la moglie e i tre figli. Chi aveva i soldi per farlo, presto o tardi ci riusciva. La fuga costava 2000-3000 dollari. Dovevi pagare chi ti faceva i permessi, e pagare un militare che ti accompagnasse il più vicino possibile al confine, e pagare infine a ogni barriera, fino alla sospirata «sbarra della salvezza», alla frontiera. Qualcuno di quegli assassini forse si è arricchito, la maggior parte si è bevuta tutti i soldi che prendeva o che rubava.
Quel giorno avevo incontrato per caso l’ex colonnello alla dogana ruandese. Lui stava sbrigando le pratiche, mentre moglie e figli aspettavano nelle due auto, a pochi metri dalla sbarra. Io arrivai con padre Eros e don Vito. Gli facevano un sacco di storie. Così cercai di portare l’attenzione su di me. Distrassi con le domande più varie il funzionario che stava trattando col mio amico. Poi, offrii a tutti qualche soldo per prendersi da bere, e cominciai a chiacchierare con questo e con quel doganiere. Creai una discreta confusione nell’ufficio.
Intanto, tenevo d’occhio la situazione fuori, alle macchine. A un certo punto m’accorsi che si faceva delicata. Un gruppo di interahamwe, che ciondolava sempre in quei paraggi, si era avvicinato alle macchine. Guardavano dentro l’abitacolo, urlavano, chiedevano soldi. I toni cominciavano a trascendere. Uscii e mi avvicinai: «Guardate che stanno andando via», dissi loro. «Se volete un po’ di soldi ve li do io». Tirai fuori una sola banconota da 5000 franchi ruandesi, l’equivalente di una ventina di dollari, perché sapevo che così si sarebbero accapigliati fra loro per contendersela. L’ufficiale in quel momento giunse alla macchina. Le pratiche erano concluse. La sbarra si alzò, gli interahamwe distratti non ci fecero caso. In trenta, vitali secondi, le due auto erano sul ponte, nella «terra di nessuno». Fuori pericolo.
Rientrai da mio fratello sapendo che sarei dovuto subito ripartire: restava poco, pochissimo tempo per far uscire i bambini. La guerra ormai incombeva su Nyanza e Butare.

Aggiungi un commento giugno 23rd, 2009

COSTA, PER IL QUOTIDIANO CITY E’ LO SCHINDLER ITALIANO

2_0_453036851

Lei viveva in Ruanda quando è scoppiato il massacro del 1994: cosa successe?

C’era una guerra civile, che la fazione al potere stava perdendo. Il regime hutu ha pensato al genocidio come alla soluzione per mantenere il potere contro i tutsi.

Genocidio perché in 100 giorni sono morte un milione di persone…

Sì, su una popolazione di sette milioni. Le armi utilizzate erano molto primitive: coltelli, machete, bastoni. Quelli che sono stati uccisi con le fucilate hanno avuto una morte semplice.

Leggi l’articolo integrale dal quotidiano City

Incontro di Dario Fo con Pieratonio Costa e Yolande Mukagasana

Aggiungi un commento giugno 17th, 2009

MA COME LI TRASFERIAMO 1.300 BAMBINI?

X episodio de “La lista del console”:
A ogni rientro a Bujumbura, Mariann, mia moglie, mi faceva l’elenco delle chiamate e degli appelli. Suor Ambrosina Misuraca, sorella di don Vito, ci supplicava di evacuare l’intero orfanotrofio. Chiamava la nostra ambasciata di Kampala, e arrivavano sollecitazioni anche dall’Italia. Ma non si poteva farli uscire. Era estremamente pericoloso. C’era il rischio che lungo la strada tutti i bambini venissero massacrati.
«Alexis, facendo due conti, i bambini dei diversi centri ormai sono più di 1300». «Lo so. Ma come li trasferiamo 1300 bambini fuori dal Ruanda? E se restano, per quanto tempo riusciamo a procurare loro da mangiare?». Era una situazione disperante. Consideravamo tutte le ipotesi, per scartarle subito dopo.
L’unico aeroporto raggiungibile, quello di Butare, aveva una pista troppo corta. I soli aerei di grandi dimensioni che potevano atterrarvi erano i C-130. Avevamo provato a informarci sulla possibilità di ottenere un velivolo di questo tipo, ma al momento erano disponibili solo quelli dell’aviazione militare francese. Impossibile utilizzarli, in zona di guerra. L’alternativa era un piccolo velivolo da una cinquantina di posti. Questo significava un ponte aereo della durata almeno di una giornata intera. Con i combattimenti a pochi chilometri e le bande di interahamwe ovunque era un suicidio. Impensabile.
Via terra, poi, c’erano due strade: una attraversava la foresta, in direzione ovest, verso lo Zaire. Ed era pericolosissima. L’altra correva verso sud, in direzione del Burundi, quella che continuavamo a percorrere a ogni viaggio. C’era una trentina di barriere da superare, senza contare che servivano diversi camion o pullman. Che non avevamo.
Rilessi quel che avevo scritto qualche settimana prima, il 27 aprile, a suor Ambrosina: «Devo segnalarvi che nella situazione attuale l’evacuazione di duecento bambini appare impossibile. Al di là delle difficoltà che certamente ci faranno le autorità, il trasporto di duecento bambini verso le frontiere significa esporli a tutti i pericoli rappresentati dalle bande di assassini che sono concentrati negli innumerevoli posti di blocco lungo tutte le strade. La mia azione attuale è diretta essenzialmente nella ricerca di creare attorno all’orfanotrofio il massimo di protezione possibile».
La situazione non era migliorata. Anzi, i bambini erano triplicati, Eros non stava bene, e la guerra era più vicina. Mi sentivo profondamente impotente.
Alexis chiamò il centro della Croce Rossa di Butare. Quando appese il telefono, il volto era contratto e teso: «Hanno trasferito i soldati di Kanombe al centro», disse. Era il grosso campo militare governativo della capitale, nei pressi dell’aeroporto. In battaglia i governativi erano stati sopraffatti e avevano dovuto ritirarsi. Feriti e mutilati erano stati trasferiti a Butare. «Ora i bambini devono anche subire le vessazioni e le violenze dei militari», aggiunse. «Mi hanno riferito che appena arrivati hanno ucciso 27 persone, 5 sorveglianti e 22 bambini tutsi. Sottraggono loro pure il cibo». La situazione diventava veramente difficile.
Non ci demmo per vinti. In ogni caso, qualcosa si doveva pur tentare. Ci rimettemmo in contatto con il ministro degli Affari sociali. Nel mio precedente viaggio a Kigali avevo scoperto che era una persona che conoscevo bene: prima di entrare nel governo era il segretario dell’Unione degli industriali ruandesi. Così avevo cominciato a parlargli della necessità di non lasciare tutti quei ragazzi dispersi in giro per il Paese. Avevo suggerito di fare un accordo che ci autorizzasse a raggrupparli in alcuni centri e magari anche a portarli in luoghi sicuri, lontano dal conflitto. Si era detto favorevole. Ora si trattava di concretizzare in fretta.
L’intero governo, intanto, aveva ripiegato a Gitarama, nella parte Sud-occidentale del Paese. Kigali ormai era troppo insicura e non si sapeva quanto avrebbe retto. I ministri avevano deciso di spostare il quartier generale in un grande centro scolastico alla periferia di Gitarama. Per noi questo comportava il vantaggio di poter trattare direttamente con i ministri. Ma anche lo svantaggio che avevamo perso la possibilità di ottenere facilmente le autorizzazioni da Sylvain Nsabimana, il prefetto di Butare, che non aveva più il potere di farlo.
Alexis preparò una bozza di progetto per questi bambini da sottoporre ai ministri del Lavoro e degli Affari sociali. A metà maggio cominciammo le trattative. Ma non si arrivava alla firma. Il problema era tutto in una frase, che per noi era indispensabile: volevamo l’autorizzazione a prenderci carico di tutti «gli orfani, compresi coloro che si trovano nei campi di rifugiati, senza nessuna distinzione etnica, di razza o di religione».
Era quel «senza distinzione etnica» che creava problemi. Il mio conoscente, quello degli Affari sociali, si mostrava – almeno a parole – favorevole. L’altro evidentemente no.

Il Ruanda, intanto, scivolava verso l’anarchia più completa. Sapevamo che i militari perdevano via via di credibilità. Le sorti della guerra volgevano al peggio, e ormai chi contava veramente erano gli interahamwe. Mi era già capitato di vedere miliziani civili alle barriere che bastonavano i soldati, perché non avevano il permesso scritto per circolare. Quindi gli stessi militari, in quella situazione, non rappresentavano più una sicurezza: non avrebbero certo rischiato la pelle per condurre in salvo un convoglio di bambini.
D’altro canto, con l’arrivo del governo a Gitarama, la tensione era salita alle stelle. Di tutsi e oppositori politici in giro non se ne vedevano più. Ogni giorno, però, i capi degli interahamwe delle città del Sud mandavano sicari ad ammazzare qualcuno. Erano omicidi che servivano a mantenere alta la pressione sulla popolazione. Doveva essere costantemente rinforzato il clima di terrore. La gente doveva restare consapevole che chi non era col governo sarebbe stato automaticamente contro, cioè nemico da eliminare. Per questo c’era, ad esempio, l’obbligo quotidiano di fare un turno di alcune ore ai posti di blocco.
Un’organizzazione scientifica, capillare, pensata a tavolino. E supportata da idee folli che sentivo ripetere spesso: «Durante la rivoluzione dei primi anni ‘60, quando i tutsi scappavano, noi tutti abbiamo preso i loro beni e le loro case. Se tornano dovremo restituire ogni cosa». Questa era una delle mostruosità che facevano circolare, per rinforzare l’impegno della gente alla difesa popolare del territorio.
Va considerato, poi, che il ruandese per sua cultura ha un forte senso dell’obbedienza. Quando l’autorità ordina di fare qualcosa, la fa, giusto o sbagliato che sia.
La radio, questi ordini, li ricordava ogni giorno e ogni ora. La radio, in Ruanda, è la Gazzetta ufficiale. Per trent’anni era stato lo strumento principale di governo del Paese. Ancora oggi il calendario scolastico o le feste nazionali, le date dei funerali o le riunioni importanti si annunciano per radio. Tutti sanno di doverla ascoltare. Tutti sanno che quella è la voce delle comunicazioni ufficiali e dell’autorità.

Quella mattina del 16 maggio avevamo finalmente avuto le autorizzazioni a occuparci della salvaguardia dei bambini. I due ministri si erano convinti. L’atto della firma dell’accordo sarebbe avvenuto solo dodici giorni dopo, il 28 maggio, ma ormai c’era un impegno formale (per quel che contava, in quella situazione di anarchia) delle autorità a non ostacolarci. Comunque, era un pezzo di carta importante, che non ci esimeva, tuttavia, dall’ottenere le altre autorizzazioni: ogni spedizione e iniziativa necessitava comunque di permessi specifici relativi alle liste di persone che avessimo voluto trasferire. Permessi che venivano rilasciati, come sempre, sia dall’autorità politica sia da quella militare.
Non ebbi il tempo di rallegrarmene. Mi ero subito rimesso in macchina per raggiungere il centro della Croce Rossa Internazionale di Kabgayi. Volevo assicurarmi delle condizioni di padre Eros, che era ancora ricoverato. In più, avevo provviste e medicine per l’ospedale, datemi dalla base della Croce Rossa di Bujumbura.
L’ospedale da campo era sulla costa di una collina, e dominava proprio il centro di raggruppamento dei tutsi. Quando lo vidi, rimasi profondamente turbato: si trattava in realtà di un infernale campo di concentramento, nel quale si trovavano ammassate almeno 25 mila persone. Erano all’addiaccio, sotto la pioggia, in mezzo al fango e alle pozzanghere. I responsabili della Croce Rossa mi spiegarono che ogni giorno morivano diverse persone, specie per malattie respiratorie. Chi sopravviveva alle epidemie, rischiava di finire sotto i colpi dei machete, perché ogni notte qualche commando d’interahamwe andava ad ammazzare qualcuno.
La Croce Rossa non poteva intervenire. Erano bravissimi, quei ragazzi, e stavano facendo un lavoro immane. Ma non potevano interferire sul campo degli sfollati, perché sarebbero stati immediatamente cacciati via. O peggio. Allora, per limitare quello stillicidio avevano montato dei potenti riflettori in modo che il campo di notte non rimanesse totalmente al buio.

Aggiungi un commento giugno 14th, 2009

LE ORE PIU’ DRAMMATICHE

IX episodio de “La lista del console”:

 

Sunier Claude André, Sunier Kabengera Alphonsine, Sunier Patrick, Sunier Pascal, Sunier Louis-Adrien. Due adulti e tre bambini. Lessi i nomi e guardai il diplomatico svizzero. «Va bene, cancelliere, ci proverò», dissi. «Perché non sono scappati prima?». «Non lo so, signor Costa. Ma la moglie è una tutsi, per loro si sta mettendo male».

Partii per evacuare la famiglia Sunier. Avevo con me un lasciapassare dell’ambasciata svizzera, che in quella situazione non era un granché. La guerra infuriava, più violenta che mai. La capitale non era ancora al collasso, ma poco ci mancava. Il Fronte patriottico guadagnava terreno, anche se non era ancora riuscito a vincere la resistenza dell’esercito governativo.

Kigali è proprio al centro del Paese, e l’Fpr stava tentando una manovra a tenaglia, guadagnava terreno sia a Nord che a Sud. Era la tecnica più usata dal comandante, Paul Kagame: stringeva i nemici dentro una specie di “U”, ma senza mai circondarli. Non li chiudeva in una sacca, lasciava sempre una via di fuga. Forse intendeva fare così pure per conquistare la capitale. Se l’intenzione era questa, ci si doveva presto aspettare un attacco in direzione di Nyanza e Butare. Ma dove esattamente avrebbero lanciato l’offensiva? Quanto tempo avevamo ancora per portare in salvo le centinaia di bambini di Nyanza e di Butare?

D’altra parte, più sentivano aria di sconfitta, più gli interahamwe e i soldati diventavano nervosi e intrattabili. Mi rendevo conto che i rischi aumentavano, di giorno in giorno.

La linea del fronte, d’altro canto, era ancora abbastanza lontana, quell’8 maggio. E quindi andai alla ricerca di questa famiglia Sunier. Forse sarebbe stata un’altra occasione per formare un piccolo convoglio. Alexis Briquet venne con me.

Arrivammo dalla famiglia svizzera, che abitava in una bella casa alla periferia di Butare. Mi resi subito conto che avrei avuto più problemi con lui, Claude, che con i barrage. Il signor Sunier aveva subito cominciato a lamentarsi del fatto che eravamo arrivati tardi. Era pieno di pretese, e considerava tutto dovuto. La moglie, invece, era assai più ragionevole, sveglia e capace di gestire la situazione. Aveva capito subito che era un’occasione unica per salvarsi con i bambini.

C’era poi un’ulteriore complicazione: in casa trovammo non solo la sua famiglia, ma anche tutti i parenti della moglie, una quindicina di persone. Claude voleva portarli con sé. Tentai di spiegargli che non era la stessa cosa muoversi in cinque o in venti persone. Non avevamo i lasciapassare, né le autorizzazioni. L’ambasciata svizzera ci aveva consegnato delle carte d’identità consolari sulle quali appiccicare le foto. Ma erano cinque, per i membri della famiglia. Sunier, intanto, protestava perché non volevamo portare via tutti i bagagli. Sembrava intenzionato a traslocare la casa.

Persi la pazienza in fretta: «Caro Sunier», gli urlai, «solo gli imbecilli rimangono in situazioni simili, è da un mese che dovresti essere uscito e invece sei ancora qui». «Ma l’ambasciata non mi ha detto niente, io attendevo direttive», mi rispose. «Solo gli imbecilli aspettano gli ordini dell’ambasciata». Ero veramente infuriato, anche perché venni a sapere in quell’occasione che cominciavano a circolare i “mercenari del salvataggio”, cioè alcuni personaggi burundesi che in cambio di 10.000 dollari garantivano l’uscita dal Ruanda. Uno di questi sciacalli aveva fatto la proposta anche alla famiglia svizzera.

Trovammo il modo di mettere al sicuro i familiari della moglie: erano quasi tutti minorenni. Ai due adulti che erano con loro demmo indicazioni per passare il confine attraverso la foresta. Bambini e ragazzi li portammo al centro della Croce Rossa di Butare, lo stesso dov’erano raccolti i bambini recuperati da Alexis.

Il centro rischiava il collasso. I minori erano ormai 700, un numero veramente ingestibile. E continuavano ad affluire. Quanto alla sicurezza, sapevamo benissimo che era piuttosto labile. Chi assicurava la protezione, ossia i soldati, erano gli stessi che andavano in giro a fare i massacri.

 Tornato a Bujumbura, mi fermai giusto il tempo di riposarmi un po’ dalle fatiche. Continuavo a dormire e a mangiare poco. E mi accorgevo che la cintola dei pantaloni cominciava a essere larga.

Purtroppo, da Nyanza arrivavano brutte notizie: il fronte si avvicinava e padre Eros Borile non stava per niente bene.

Decisi di ripartire, il 12 maggio, con la macchina carica di viveri e medicinali. Fortunatamente, esibendo il tesserino diplomatico, nessuno – almeno fino a quel momento – aveva osato farmi aprire il bagagliaio e perquisire il carico.

A pochi metri dal cancello della missione rogazionista c’era l’ultimo posto di blocco. Ho un ricordo nitido del capo dei miliziani: mi aveva colpito il fatto che fosse un vecchio, magro e abbastanza alto. Avrà avuto non più di sessant’anni, che però spesso in Ruanda ne valgono ottanta. Faceva fatica ad alzarsi dalla sedia, si muoveva lentamente. Quando arrivavo, mi riconosceva subito e mi veniva incontro: «Ah, sei ancora tu», diceva. Era vestito sempre allo stesso modo, pantaloni cachi e pullover rosso. Non era armato, le armi le avevano gli altri intorno a lui. Sembrava assolutamente convinto di compiere un’opera meritoria, cercando di “beccare” qualche tutsi in fuga: «Sai», diceva, «dobbiamo stare attenti. I tutsi sono dappertutto». Me lo ripeteva ogni volta.

Padre Eros stava proprio male. «Ho sempre bruciori allo stomaco, e vomito in continuazione», mi spiegò. «Non capisco, forse è la tensione». Eros, che già era esile di costituzione, era divenuto ancor più magro, pallidissimo. Sembrava non reggersi in piedi.

Ripresi la strada del ritorno col pensiero fisso a Nyanza. Non vedevo vie d’uscita. Anche avessi portato il missionario a Butare, non c’era nessuno che potesse curarlo. La soluzione si materializzò lungo la strada: incrociai un camion della Croce Rossa Internazionale. Segnalai il problema al responsabile, un giovane franco-libanese. Lui entrò subito in contatto radio con la loro base di Kabgayi. Dall’ospedale da campo che avevano in città partì subito un medico per Nyanza.

In poche ore individuò il problema: padre Eros aveva una stranissima malaria, che si era manifestata con sintomi atipici. Lo misero sotto flebo per quattro giorni, e con un’altra settimana d’ospedale lo riportarono a Nyanza in discrete condizioni.

Ovviamente era molto debole. S’imponevano decisioni rapide. In quelle condizioni padre Eros e don Vito non avrebbero retto a lungo nel gestire i 500 e più bambini dell’orfanotrofio.

Aggiungi un commento giugno 11th, 2009

EROI DELLA SOLIDARIETA’

VIII episodio de “La lista del console”:

“Bene”, pensai. “Ho la scorta, ho l’autorizzazione scritta del colonnello. Passiamo per Gitarama”. Andai a caricare la moglie e i figli del mio dipendente Tchali, alcuni impiegati ruandesi dell’Astaldi e un gruppo di altre persone che non conoscevo. Inoltre, colsi l’occasione per portare con me anche il dottor Legrand, che nell’attesa di essere evacuato s’era trasferito a Gitarama.
François Legrand, chirurgo belga, era stato per un certo periodo uno dei medici dell’ospedale da campo della Croce Rossa Internazionale di Kabgayi. Ma quasi ogni notte, i commando assassini irrompevano nei reparti, e uccidevano alcuni pazienti. Di giorno Legrand li curava, di notte glieli ammazzavano. Ne aveva perduti trenta. Non aveva retto, era caduto in uno stato di prostrazione preoccupante. Bisognava portarlo via dal Ruanda. Nell’attesa di evacuarlo, la Croce Rossa l’aveva trasferito a Gitarama.
In realtà, avevo già organizzato la sua uscita. Essendo belga, non potevo rischiare di far passare Legrand ai posti di blocco col suo passaporto. I massacratori, oltre ai tutsi e agli oppositori, incitavano a dare la caccia ai belgi, perché la propaganda del regime aveva fin dall’inizio accusato il Belgio di essere implicato nell’abbattimento dell’aereo presidenziale. Non era vero, ma evidentemente gli organizzatori del genocidio avevano pianificato che dovesse esserci anche un «nemico bianco». E i belgi, una grossa comunità di 1500 persone, erano il bersaglio perfetto, anche per il loro passato di colonizzatori del Ruanda.
Avevo preparato, giorni prima, un lasciapassare valido un mese su carta intestata del consolato d’Italia a nome di Francesco Grande. Era un documento falso, per cui avevo chiesto all’ambasciata belga di avallare l’operazione. Legrand doveva solo evitare di parlare, per passare per italiano.
Compilai al momento anche la lista della comitiva, come al solito. Senza quella, alle barriere avrebbero ucciso i tutsi che erano a bordo. La colonna era formata da tre macchine, due camionette e la mia Toyota, col cassone scoperto. Eravamo stracarichi: 32 persone in tutto.
A Butare, però, incontrai un mio ex dipendente. L’avevo licenziato mesi addietro perché coinvolto in un traffico poco chiaro. Era tutsi, lui e tutta la famiglia di cinque persone. Mi prese per un braccio, mi guardò negli occhi con la voce rotta dalla paura, e mi disse: «Pierantonio, lo so, non mi sono comportato bene. Non mi merito che ora tu mi dia una mano. Ma almeno aiuta la mia famiglia. Non ti chiedo nulla per me, ma porta fuori loro».
Ovviamente li presi tutti a bordo. Eravamo 37, più stipati che mai.
Mancava solo un timbro, quello del comando militare.
Col prefetto, Sylvain, ormai non c’era alcun problema. Ma con i soldati dovetti discutere parecchio. Dovevo sempre evitare che dicessero un «no». Un ruandese, quando si pronuncia, difficilmente cambia idea. «Ragioniamoci insieme», dicevo loro. «Vediamo se troviamo una soluzione utile a tutti. È il vostro collega di Kigali che mi ha affidato questi bambini da portare a Bujumbura. E poi, sapete, anch’io ho qualche persona che vorrei far uscire. Ma state tranquilli, voi non siete implicati per nulla, perché ho la scorta del colonnello. Nessuno vi può accusare di aver fatto scappare della gente. Basta che mi timbriate la lista», aggiunsi, mettendola sotto il naso al comandante. «Fai un favore a me, e io ne faccio uno a te. Per esempio, quando torno posso portarvi qualcosa che vi serve». Medicine. Di questo avevano bisogno. Alla fine, promisi che al prossimo viaggio avrei portato loro dei farmaci.
Quel timbro era assolutamente necessario, perché sapevo che alla frontiera ogni nome sarebbe passato al vaglio del tipo rompiscatole dell’immigrazione. Se non fosse stato tutto perfettamente regolare, ci avrebbe bloccati.
Tuttavia, non andò tutto liscio. A un barrage c’era un miliziano che non ne voleva sapere. Continuavamo a discutere, ma sembrava irremovibile: «Ho detto che non potete passare», continuava a ripetere. Gli spiegai ancora una volta che ero autorizzato dal colonnello della gendarmeria e dal prefetto. Mi rispose: «Je ne comprends pas le français», non capisco il francese. Capii dove voleva arrivare, dato che tutta la conversazione era avvenuta in francese. Allora misi una mano in tasca e tirai fuori 5000 franchi, e gli dissi: «E questa lingua la comprendi?». Mi strappò i soldi di mano. Dietro a me c’era un bambino. Scoppiò a ridere, e più gli spiegavano che non era proprio il momento di sghignazzare, più lui rideva a squarciagola, in modo irrefrenabile. Era uno dei figli di Tchali.
Quel bambino era rientrato a Kigali, dopo la guerra. Era sveglio, e brillante a scuola. Ma un anno e mezzo più tardi cominciò a soffrire di svenimenti. Succedeva anche tre o quattro volte al giorno. Gli fecero tutti gli esami possibili, ma non risultava nulla di anormale.
I suoi genitori non sapevano più che fare. Finché lo portarono da uno psicologo che lo costrinse a raccontare, uno per uno, gli episodi a cui aveva assistito durante il genocidio. In poche settimane il problema scomparve. Quel ragazzo non riusciva più a vivere normalmente: aveva visto violenze e uccisioni prima di lasciare Kigali. Quella bella risata sguaiata, frenetica, copriva dentro qualcosa di terribile. Che cosa accade dentro di noi quando la nostra mente rifiuta quello che i nostri occhi sono costretti a vedere?
Molto dopo, nel novembre del 1995, andai ad assistere a una rappresentazione realizzata dai bambini. Era una drammatizzazione attraverso la quale raccontavano i fatti che avevano visto e subìto durante il genocidio, come conclusione del lavoro di recupero fatto dall’équipe di psicologi: i bambini ripercorrevano col massimo realismo gli attacchi, la cattura delle persone, gli assassinii. Solo raccontando, disegnando e rappresentando il trauma — dicevano gli esperti — quei bambini si liberavano dai loro incubi. Per me, però, era insopportabile, non riuscii a rimanere fino alla fine.

Mentre facevamo le infinite pratiche di uscita al confine, incontrai per la prima volta Alexis Briquet, una delle persone più in gamba che abbia conosciuto. Io uscivo, lui entrava. «Che ci vai a fare in Ruanda?», domandai. «Lavoro per Terres des Hommes (un’Ong svizzera, ndr). Sappiamo che c’è questo enorme problema dei bambini non accompagnati. Vorrei organizzare centri di raccolta dove metterli al sicuro. E magari, appena possibile, portarli fuori dai confini».
Riuscì a fare cose incredibili, Alexis. Bravissimo, con forti motivazioni ideali e una buona dose di coraggio. Da quel momento tra me e lui nacque un sodalizio. Abbiamo viaggiato spesso insieme, e insieme abbiamo progettato un accordo da sottoporre al Ministero degli Affari sociali, che poi risultò indispensabile per mettere in salvo diversi gruppi di minori. Alexis in poco tempo riuscirà a organizzare centri di raccolta per i bambini a Butare, a Gitarama e in altre città, affittando la sede, assumendo personale per l’assistenza e garantendo in qualche modo l’arrivo regolare di viveri.
Non è stato l’unico «eroe della solidarietà» che ho conosciuto. In quei cento giorni di follia collettiva, mentre tanti facevano a gara a chi ammazzava di più, c’era anche qualcuno che si prodigava per la vita di quella povera gente. Ad esempio, il responsabile generale degli scout ruandesi, Sibomana, un ragazzo che non arrivava a trent’anni. Aveva accettato subito di aiutarci per i bambini.
Un giorno mentre erano a Butare con Alexis per mettere a punto alcune questioni logistiche, si recarono a mangiare al ristorante Ibis. Sibomana è stato fermato da un professore dell’università e da un religioso locale. Con quale autorità lo arrestarono? Per il solo fatto che appartenevano agli interahamwe. L’hanno portato in prefettura, ma Sylvain, il prefetto nostro amico, invece di mandarlo in prigione l’ha messo in una cella all’interno dell’edificio. E ha subito avvisato Alexis che era meglio sorvegliarlo. Lo stesso Briquet e altri scout sono rimasti fuori dalla cella, a turno, per tre giorni. Quando il prefetto ha trovato il modo di lasciarlo andare, lo hanno trasferito immediatamente a Gitarama, e poi all’estero. L’accusa nei suoi confronti era solo quella di collaborare con i bianchi.
Un altro personaggio formidabile è stato padre Viekoslav Kuric, un francescano dei frati minori di Kabgayi. Nonostante vivessimo tutti e due da molti anni in Ruanda, non ci eravamo mai incontrati. Lo conobbi al solito posto di frontiera, tra Ruanda e Burundi, mentre stava battagliando con le autorità burundesi che non volevano far passare un camion pieno di riso che Vieko, come tutti lo chiamavano, stava portando al campo degli sfollati di Kabgayi. Un vero vulcano. Tanto fece che alla fine la vinse, e lo lasciarono entrare anche se le frontiere erano chiuse.
Alla fine della guerra Vieko aveva messo insieme non meno di un centinaio di visti per i suoi innumerevoli passaggi al confine: i camion entravano carichi di viveri e uscivano pieni di gente, nascosta dietro materiali vari, in fondo ai rimorchi dei camion. Gli è sempre andata bene, non l’hanno mai scoperto.
Io non l’ho mai fatto. Lo consideravo troppo pericoloso, per me e per gli eventuali passeggeri. L’unica eccezione è stata proprio con Vieko. Insieme abbiamo fatto uscire 17 preti francescani che si trovavano in grave pericolo. Avevamo un grande autoarticolato, l’abbiamo riempito per due terzi di casse di birra e nell’ultimo terzo, in fondo, abbiamo nascosto i frati, altri due li abbiamo piazzati sotto il camion. Eravamo arrivati alla frontiera e stavamo sbrigando le formalità. Mi accorsi che si erano avvicinati al veicolo un sacco di bambini e che, essendo piccoli, avrebbero potuto scorgere le persone nascoste sotto. «Vieko», gli sussurrai, «che facciamo? C’è il rischio che li vedano». «Le caramelle», mi rispose, «sul cruscotto c’è un sacchetto di caramelle». Presi i dolciumi e ne lanciai alcune manciate, gridando: «Ecco, bambini, ecco a voi. Vediamo chi ne prende di più». I piccoli si gettarono sui dolci. Ne nacque un gran parapiglia, ma soprattutto i loro sguardi si fissarono a terra, anziché sul pianale del camion. Finite le caramelle, erano concluse le formalità. E partimmo.
Qualche anno dopo la fine della guerra, Vieko è stato trovato ammazzato, una notte, a Kigali. Un colpo alla nuca, era seduto al volante della sua automobile. Forse è stato vittima di quella sua stessa generosità che lo aveva spinto, durante il genocidio, a rischiare mille volte la vita.

Aggiungi un commento giugno 6th, 2009

I BAMBINI DI NYANZA

VII episodio de “La lista del console”:

Avevo ormai perso il conto dei miei viaggi. Arrivavo e ripartivo in continuazione. La tragedia sembrava non avere fine, e si moltiplicavano le richieste d’aiuto, le segnalazioni, i tentativi di portare fuori gruppi di persone in pericolo. Eppure non si poteva fare molto: aiutare quei pochi con cui entravi in contatto, aggregare qualcun altro a un convoglio. Gli altri, tutti gli altri, erano abbandonati a se stessi.
Il 3 maggio volli arrivare alla capitale, Kigali, accompagnato da Marziano Bettega, il direttore dell’Astaldi, e da un militare. Lungo il percorso c’erano sempre moltissimi barrage, ma anche tanti sfollati accampati in qualche modo ai bordi della strada. Si erano fatti una capanna con quattro rami e un telo azzurro delle Nazioni Unite. Erano hutu che fuggivano dalla guerra. L’Fpr stava vincendo. Conquistava pezzi di territorio, e aveva preso anche il campo militare di Kanombe, nei pressi dell’aeroporto internazionale.
In quei giorni era in corso un’offensiva verso il quartiere di Nyamirambo. La gente scappava dai bombardamenti. Si accampavano a 30-40 km da Kigali, e aspettavano tempi migliori.
Per entrare in città si doveva attraversare un tratto esposto al tiro dei cannoni: meno di cinquecento metri nei quali si poteva solo accelerare e incrociare le dita. “Anche questa volta è andata bene”, pensai. Guardai il soldato che mi scortava alla mia destra: aveva la paura dipinta sul viso, era più spaventato di me.
Andammo alla gendarmeria e ottenemmo altri quattro soldati di scorta. Ci dividemmo. Bettega andò a prendere le carte e i dischetti del computer che aveva lasciato in ufficio. Io cominciai i miei giri.
Avevo la macchina piena di viveri, per i miei dipendenti. Qualcuno era scappato ma molti erano ancora in città. Volevo andare soprattutto da un mio vecchio dipendente, Alphonse, e dal contabile, Justin, che abitavano proprio a Nyamirambo, uno dei quartieri più decimati dai massacri.
Per arrivarci passai davanti al mio negozio, e vidi che era tutto in ordine. La strada era completamente deserta, ma non c’erano segni di saccheggio. Continuai a svoltare per le strade: vidi il concessionario di automobili, il bar, i negozi, le altre vetrine. Tutto chiuso, ma tutto in ordine. Non c’era stato alcun saccheggio. In giro non c’era anima viva.
Poi sbucai al mercato. Improvvisamente comparvero le barriere. Da quel punto in poi a ogni incrocio c’era un posto di blocco, ogni cento metri. Scorsi un colonnello che conoscevo, e gli chiesi di salire in macchina, per poter procedere più spedito. Mi resi conto che i posti di blocco erano anche una forma di autodifesa e di sorveglianza degli accessi della zona, perché, nel caos totale, oltre alle bande di assassini c’erano in giro anche gruppi di sciacalli e di ladri. Tutti quelli che venivano dall’esterno potevano essere dei potenziali pericoli, così le barriere erano divenute anche una forma di controllo capillare del territorio per evitare saccheggi e aggressioni.
Arrivammo alla casa di Alphonse, che era malato. Lasciammo alla moglie scorte di cibo e soldi. Poi mi spostai da Justin, il contabile. Aveva oltre cinquant’anni, non più di un metro e sessanta, più largo che alto. Un intellettuale, pacifico e tranquillo; da sempre lo conoscevo come una persona aperta al dialogo. Suo padre era stato il primo direttore ruandese di banca a Butare, ed era stato ucciso pochi giorni prima perché era intervenuto a difendere una persona che avevano arrestato a un posto di blocco. Justin era un hutu. Non aveva mai fatto del male a nessuno.
Mi accolse con una bomba a mano e una pistola infilate nella cintola, e il mitragliatore in mano. «Justin», gli dissi, «ma da quando hai imparato a sparare? Cosa fai, ti ha dato di volta il cervello?». Stava preparandosi per fare il suo turno alla barriera. «No», rispose, «bisogna difendersi, perché arrivano da tutte le parti. Non si sa mai chi è amico e chi nemico, perché anche gli hutu che vengono da fuori, se possono rubare, rubano. Bisogna difendersi».
Due soli dipendenti avevano le chiavi del negozio. Justin era uno dei due. «Vorranno prendere la roba in negozio, Justin», aggiunsi. «Fai quello che puoi. Cerca di salvare il più possibile, ma se devi dare dai. Meglio la merce che la pelle». In realtà, era già stato costretto a prelevare della roba dal negozio. Gli diedi un po’ di soldi, ma forse aveva ottenuto qualche pagamento dalla cessione del materiale. «Non preoccuparti», mi disse. «Penso io a distribuire un po’ di denaro e viveri anche agli altri dipendenti. So come raggiungerli». Ma non lo fece, come seppi in seguito.
Justin e la sua famiglia furono trucidati. Accadde molto più tardi, a metà giugno. Anche lui, come tanti altri, scappò quando ci fu la disfatta dell’esercito. Cercò di andare verso il confine dello Zaire, insieme al fiume di profughi che lasciò il Ruanda in quei giorni. A Ruhengeri, nel Nord-ovest del Paese, pare che un gruppo di soldati in rotta avesse intuito, o saputo, che Justin aveva con sé parecchio denaro. Per quel che sono riuscito a sapere, li hanno uccisi per derubarli. Infine passai a casa di Tchali, il mio braccio destro nella società Bandag, l’officina di pneumatici. Era voluto rimanere a Kigali perché, essendo per un quarto indiano e per tre quarti ruandese, non era considerato né hutu né tutsi. «Così», aveva detto, «quando posso, vado a sorvegliare la fabbrica». Ma adesso era in mezzo ai bombardamenti. «Che cosa fa ancora là?», dissi a sua moglie. Lei era tutsi. «Non vuole venire via», mi rispose, «non vuole lasciare il posto. Dice che deve proteggere Bandag».
Lo raggiunsi all’officina: «Dai, Tchali, andiamo». Non rispose. Si caricò in spalla uno zainetto e salì in macchina. Aveva il bagaglio già pronto, ma se non gliel’avessi detto io, non sarebbe venuto via.
Tornai a casa. Lungo la strada, sul marciapiede, ai piedi di un albero vidi un tanica di benzina vuota. Pensai: “Chissà se ce l’ha fatta”. Quella benzina me l’aveva chiesta un ragazzo tutsi che lavorava nella banca Bacar di Kigali. Lo incontrai mentre l’ambasciatore americano organizzava la colonna di macchine dei suoi connazionali per lasciare il Paese, il 9 aprile. Mi si avvicinò e mi disse: «Fammi un favore, portami alla stazione di benzina. Gli americani mi accettano nella colonna, ma non ho abbastanza carburante. Se perdo questa occasione non esco più, le barriere non le supero».
Ero convinto che al distributore non ci sarebbe mai arrivato, non avrebbe superato i barrage. Mi venne un’idea: la casa del padre di Renata, la mia segretaria, era poco lontano. Andai da lui e gli chiesi se aveva un po’ di scorta di benzina. «Tanto non te ne fai più niente. Usciremo tutti in aereo, e quello che lasciamo qui non ha più alcuna importanza. Dammene una tanica», gli dissi. La portai al giovane tutsi. Il bidone vuoto era rimasto là, sotto l’albero.
Quel ragazzo lo rividi tre mesi dopo, quando tutto era finito. Era ritornato a Kigali. «La tua benzina», mi disse, «mi ha portato fino a Bujumbura, con tutta la mia famiglia. Hai salvato cinque persone con venti litri di carburante». Gli diedi solo una pacca sulla spalla. Aveva ragione.
A casa non m’aspettavano. I miei quindici ospiti mi fecero grandi feste. Lasciai loro due valige di beni di prima necessità. Poi mi guardai intorno e mi sentii smarrito. Avevo con me due borse vuote, e un’intera casa da portare via. Era rimasto tutto come lo avevamo lasciato. Non sapevo che fare: fra quelle mura c’erano trent’anni di vita e di ricordi. Finii per infilare nelle borse qualche vestito leggero, che ci serviva a Bujumbura, e pochi piccoli oggetti cui ero particolarmente affezionato. Salutai tutti, mi girai un’ultima volta a osservare quella che era stata la mia casa. E che pensavo di non rivedere mai più.
Bettega si fece trovare nel luogo convenuto. Si doveva ripartire, per arrivare alla frontiera prima del buio. Riportammo i quattro militari alla gendarmeria. Il colonnello Rutaysire mi prese in disparte: «Ho bisogno di far andare a Bujumbura i miei due figli», mi disse. «Posso affidarteli?». «Va bene», risposi, «se ci dai la scorta, non c’è problema». In pochi minuti ci fece trovare pronta una camionetta con dentro i due ragazzi e sopra cinque soldati.
Uscimmo da Kigali, e ci trovammo in quel tratto di poche centinaia di metri esposto al fuoco dell’Fpr. Questa volta non la passammo liscia. Credo che da lontano avessero confuso la bandiera italiana con quella francese, e i francesi li consideravano nemici.
Sentimmo il colpo, lontano, il fischio della bomba che arrivava, il fragore dell’esplosione dietro di noi. Poi un secondo e un terzo. Ricordo solo che pigiai l’acceleratore a tavoletta, e non pensai a niente. Sentivo i lunghi fischi e le esplosioni. Scorsi la gente, ai lati della strada, che si buttava a terra. Io correvo, a più non posso.

Aggiungi un commento maggio 26th, 2009

IL SILENZIO DI 500 BAMBINI

VI episodio de “La lista del console”:

La colonna viaggiava lenta verso il confine. Lo scenario intorno a noi era terribile e impressionante. Dalle rosse colline punteggiate di banani salivano decine di colonne di fumo: erano case che bruciavano, ovunque intorno a noi. Quello che stava accadendo era al di là di ogni immaginazione. Tanto più incomprensibile per il fatto che quella era una regione tradizionalmente ostile a Habyarimana, il presidente ucciso. Al potere erano gli hutu del Nord. Quelli di Butare erano in opposizione al governo tanto quanto i tutsi. Ma ormai in Ruanda governava la follia. Erano bastate poche pattuglie di soldati ben addestrati per organizzare scientificamente la caccia all’uomo.
Le barriere erano numerosissime. Ai posti di blocco trovavamo gente armata nei modi più disparati, dai kalashnikov alle lance, dalle bombe a mano agli archi e ai machete. La situazione era già fuori controllo. Si uccideva per l’odio etnico, certo, sobillati dalla propaganda. Ma anche per interesse personale. Eliminare un tutsi significava anche impossessarsi della sua casa, delle sue capre, degli infissi e delle pentole. Conoscevo i ruandesi da trent’anni, ma non avrei mai immaginato che si sarebbe arrivati a questo.
Si susseguivano le curve, le colline, i barrage. La vastità della strage a cui stavo assistendo mi lasciava attonito. Osservavo quella barbarie pensando che millenni di civilizzazione e di convivenza erano solo un sottile strato di vernice sulla capacità dell’uomo di commettere atrocità, e di godere della sofferenza inflitta. E non era questione di «selvaggi africani». In Bosnia, nella civilissima Europa, in quegli anni stava accadendo la stessa cosa.
Ero costernato a pensare che anche i miei amici erano stati contagiati dallo stesso germe di pazzia: c’era chi, in quei giorni, stava cercando di salvarsi, ma altri erano fra i massacratori. Molti di loro, prima, sedevano allo stesso tavolo del Rotary club di Kigali, e tante volte avevamo cenato e conversato insieme. Ora alcuni davano la caccia agli altri. Uno di loro, il segretario generale del partito Mrnd, oggi è sotto processo per genocidio ad Arusha, presso il Tribunale penale internazionale. Prima del 6 aprile dirigeva la corale della cattedrale di Kigali ed era uno dei cattolici più in vista. Dopo, era diventato uno dei più accaniti organizzatori dei massacri.
Questo stava accadendo in Ruanda. Il presidente del Rotary, ucciso nei primi giorni a Kigali, probabilmente era finito vittima delle squadre organizzate dall’altro rotariano, il direttore della corale della chiesa. Entrambi miei cari amici.
Tutto sommato era meglio non pensare. Era meglio concentrarsi nella guida. Eravamo quasi al confine. Dovevo tornare a mostrarmi sereno e sicuro di me di fronte all’addetto all’immigrazione: dovevo convincerlo a far passare 51 persone, di cui 34 stranieri, tra civili e religiosi, e 17 ruandesi.

“È la festa del 25 aprile, ironia della sorte”, pensavo fra me e me. Già, per noi italiani festa della liberazione. Ero di nuovo in viaggio verso il confine ruandese. Destinazione: Nyanza. Ogni tentativo di entrare in contatto con i padri rogazionisti era stato inutile. Il telefono squillava sempre a vuoto. Cosa avrei trovato alla missione dei rogazionisti?
Era pieno di interahamwe intorno all’orfanotrofio. L’ultima barriera si trovava a non più di cinquanta metri dal cancello d’entrata. Lo varcai, lentamente, scesi e mi guardai intorno. Non avevo mai visto nulla del genere nella mia vita. Fu uno shock tale da segnarmi per sempre. Un nugolo di bambini mi si fecero attorno. Ma nel silenzio più irreale. Mi guardavano, e non dicevano una parola. Lo sguardo vuoto, senza un sorriso, senza fare niente. In tutti gli anni passati in Africa non mi era mai successo. Il bambino africano ti corre addosso, ride e gioca, fa chiasso e ti salta attorno. Sempre. Invece qui la loro coscienza era impregnata del dramma che avevano vissuto in famiglia e che continuava a consumarsi appena fuori dal recinto dell’orfanotrofio.
Il silenzio era completo. E m’è rimasto addosso. Da allora, non posso più guardare un bambino senza cercare di farlo ridere. Quell’immagine mi si è stampata nell’anima: un mare di bambini intorno alla macchina, tanto che riuscivo a malapena ad aprire la porta, ma nel silenzio assoluto. E tutti quei visi mi fissavano, corrucciati e tristi. Quanti erano? Trecento? Quattrocento? Continuavano ad affluire, ogni giorno, singoli e a gruppi. Alcuni venivano condotti là da adulti che li trovavano a vagare da soli nei dintorni di Nyanza. In qualche caso erano stati gli stessi soldati a portarceli, magari dopo aver sterminato il resto della famiglia, perché non avevano avuto il coraggio di uccidere anche i bambini piccoli.
Mi vennero incontro don Vito e padre Eros. Era la prima visita «amica» che ricevevano dal 6 aprile, dopo tre settimane di isolamento.

I due religiosi erano veramente col morale a terra, avviliti e sfiduciati. «I bambini sono troppi», mi disse padre Eros. «Non possiamo tirare avanti a lungo. Non c’è abbastanza da mangiare». Erano convinti che ogni giorno poteva essere l’ultimo. «Quando questa gente alle barriere intorno si renderà conto di quanti tutsi ci sono nell’orfanotrofio, sarà finita per tutti», aggiunse don Vito.
Sapevo che avevano perfettamente ragione. Tuttavia reagii un po’ rudemente. Dissi loro che bisognava prendere subito delle iniziative. «Innanzitutto, troviamo il modo di comunicare: d’ora in poi mettete sempre un bambino vicino al telefono. Lui risponderà in lingua kinyarwanda. Se riconosce l’interlocutore corre a chiamare uno di voi, se no dice che ha sbagliato numero».
Poi suggerii loro di muoversi, di uscire ogni giorno dall’orfanotrofio. Dovevano abituare i miliziani delle barriere alla loro presenza e al fatto che la loro macchina andava e veniva normalmente. Infine, insistetti sul fatto che dovevano avere contatti regolari con le autorità, con l’esercito, con il prefetto.
Andai subito dopo al comando militare e ottenni che di notte fossero piazzati due soldati al cancello, per fare da deterrente a eventuali incursioni notturne degli interahamwe. In ogni caso, arrivando di sera, i due gendarmi non si sarebbero resi conto della popolazione che affollava l’orfanotrofio, né della presenza di tanti bambini tutsi.
Era inspiegabile che non fosse ancora stato attaccato l’orfanotrofio. Penetrare all’interno sarebbe stato facilissimo: non c’era muro di cinta, a parte il lato del cancello. Se qualche gruppo di interahamwe avesse voluto entrare, sarebbe bastato tagliare in qualunque punto la siepe, l’unica protezione che circondava l’ampia superficie della missione.
Eppure non accadde. E nonostante l’afflusso quotidiano di bambini e il loro numero sempre più elevato, l’organizzazione della vita nell’orfanotrofio appariva incredibilmente efficiente. Dalle pulizie delle camerate, alla cucina, al lavaggio delle stoviglie, tutto veniva svolto regolarmente dagli stessi ragazzini, che eseguivano le disposizioni dei più grandi e dei giovani adulti a cui i missionari avevano affidato la responsabilità di gestire le necessità quotidiane. Mi sembrava un miracolo di concordia, una minuscola isola di pace dentro l’infernale bolgia della violenza e della guerra.
Stavo per andarmene quando un piccolo di cinque o sei anni mi prese per mano e volle che lo seguissi. Mi lasciai guidare, incuriosito. Non disse una parola. Mi condusse semplicemente in tutte le stanze dove si trovavano dei bambini ammalati. Poi, sempre per mano, mi riportò alla macchina.
Partii con un nodo alla gola. Da quel momento in poi, la salvezza di quei ragazzini diventò per me una sorta di ossessione. Era necessario portarli fuori dal Paese. Ma era un’impresa quasi impossibile. Come si potevano trasferire 400, forse 500 bambini per decine di chilometri? La loro vita era veramente appesa a un filo.

«Voi che fate? Venite via?». Avevo rintracciato due italiani che si trovavano ancora a Gikongoro, una cittadina a ovest di Butare. Uno dei due era sposato con una donna burundese, originaria di Bujumbura. «Sì, ma non voglio andare in Europa. Devo riportare mia moglie in Burundi». Erano rimasti a sorvegliare il cantiere dell’Astaldi. «Gli interahamwe ci hanno chiesto di dar loro una mano per sotterrare i morti con le scavatrici. Abbiamo risposto che, se volevano, le prendessero pure, le macchine, non potevamo impedirlo, ma che non chiedessero a noi di farlo. Costa, è una cosa schifosa. Sono venuti ad ammazzare i nostri dipendenti tutsi, qui, nel garage».
Ripartii per Bujumbura. Andai a prelevare tre religiose che mi avevano segnalato di portare via al più presto. A Butare, durante una sosta in città, mi capitò di udire un gruppo di miliziani che stava raccontando di una «battuta di caccia» appena terminata. Avevano individuato dei tutsi nascosti, ed erano andati a eliminarli. Raccontavano l’impresa e se ne vantavano.
Ormai si conviveva con la morte di continuo. Si vedevano i cadaveri abbandonati lungo le strade. E accanto a ogni barriera c’era una fossa comune. Anche a don Vito Misuraca era accaduto: uno dei suoi collaboratori era tutsi. Durante la fuga da Kigali, a un posto di blocco lo avevano tirato giù dalla macchina e ammazzato. Davanti a lui e ai suoi trenta bambini. Quale trauma avrà provocato nelle loro menti e nella loro psiche un episodio tanto drammatico?
Ma era né più né meno ciò che succedeva a tutte le ore in tutto il Ruanda, in quei terribili cento giorni.

Aggiungi un commento maggio 20th, 2009

BUJUMBURA – KIGALI E RITORNO

V episodio de “La lista del console”:

 

Che ne era stato degli italiani che vivevano nei dintorni di Butare? Da quella zona, nel Sud del Ruanda, non erano giunte molte notizie. Trasferitomi a Bujumbura, la capitale del Burundi, non mi sarebbe stato difficile risalire la strada che s’inerpica tra i monti e penetra nella parte meridionale del Ruanda. È un viaggio abbastanza agevole, di tre o quattro ore, su strada asfaltata, nella regione più bella e impervia delle montagne.

A Buja, come tutti chiamano la capitale burundese, abitava mio fratello Arturo che mi aveva offerto ospitalità. Mariann, Matteo e io ci eravamo spostati da lui, Olivier e Caroline erano tornati in Belgio.

Butare, mi dissero, era ancora calma. Il motivo lo capii in seguito. Anche per questo, molte persone fuggite da Kigali si erano dirette da quella parte.

Riguardo ai miei compiti di console, a quel punto sarei potuto starmene a prendere il sole sul lago Tanganyika. Infatti, gli altri colleghi e soprattutto gli ambasciatori, che certamente avevano doveri maggiori dei miei, erano tutti rientrati nei rispettivi Paesi. Alcuni avevano lasciato subito il Ruanda, nei primissimi giorni. Altri erano rimasti solo il tempo necessario a far evacuare con gli aerei o gli elicotteri i propri connazionali. Insomma avrei potuto considerare concluso il mio lavoro.

D’altro canto, come imprenditore, a differenza dei diplomatici, in Ruanda stavo lasciando tutto ciò che avevo realizzato. Avevo quattro ditte a Kigali che stavano andando in malora. Era un valore di qualche milione di dollari. Dovevo salvare il salvabile. È stata questa la prima molla che mi ha spinto ad andare avanti? O è stato un tarlo più profondo? E i bambini? Quanto hanno pesato loro nel mio crescente coinvolgimento? Non ero mai riuscito ad avere notizie dell’orfanotrofio dei rogazionisti di Nyanza. Sapevo che dovevano esserci due padri italiani e circa 150 bambini, di entrambe le etnie. Erano al sicuro? E fino a quando li avrebbero rispettati? Mi arrivavano notizie indirette che altri bambini andavano dai missionari in cerca di protezione. Ma quanti? Dall’inizio della guerra, in soli quindici giorni, sapevo che erano diventati più di 200. I rogazionisti avevano riserve tali da sfamarli tutti?

 «Maggiore, sto andando a Butare. Volevo che ne fosse informato». «Va bene, Costa. Non incontrerà particolari problemi. La situazione per ora è tranquilla». Mi ero fermato al comando burundese di Kayanza, l’ultima cittadina prima della frontiera. L’ufficiale era una brava persona. «La gente», aggiunse, «passa senza difficoltà, i commercianti stanno iniziando ad andare avanti e indietro dal Burundi per approvvigionarsi».

Al confine ruandese c’era un doganiere un po’ rognoso. Era puntiglioso e faceva troppe domande. Mentre stavamo discutendo e sbrigando le formalità, arrivò un commerciante di Butare che conoscevo. Mi raccontò che andava a Bujumbura a comprare qualche rifornimento, e mi offrì la scorta del militare che lo aveva accompagnato fino a quel momento. Questo mi convinse definitivamente a proseguire: avevo qualcuno che poteva aiutarmi nei passaggi alle barriere.

La strada – una quarantina di chilometri – era deserta, la città pure. Non c’erano soldati in circolazione. Andai alla prefettura, poi al comando militare: stranamente anche là non c’era nessuno. In seguito venni a sapere che tutti, sia le autorità civili che militari, erano riuniti alla sede del Mrnd, il partito del defunto presidente Habyarimana. Il suo successore ad interim, Théodore Sindikubwabo, che avevano messo a guidare una sorta di governo di transizione per gestire l’emergenza, stava pronunciando un discorso, che in seguito divenne tristemente famoso. Stava incitando «a finire il lavoro cominciato». «I ruandesi», spiegava, «sono degli agricoltori, quando cominciano a lavorare la terra arrivano fino alla fine del campo e tagliano tutto quello che devono tagliare».

Raggiunsi una missione italiana dei missionari rogazionisti. Vi trovai padre Tiziano Pegoraro. Gli spiegai di far girare la voce che sarei tornato due giorni dopo. Chi voleva uscire dal Paese doveva farsi trovare là.

Sulla via del ritorno, mi resi conto, appena uscito dalla città, che era cambiato qualcosa: ai barrage non c’erano civili ma militari, e facevano molte storie per farmi passare. Erano duri e incattiviti. Capii che quel meeting aveva cambiato radicalmente l’atteggiamento dell’esercito. Girai l’auto e tornai al comando: il colonnello mi concesse un militare di scorta.

La situazione era mutata: il clima era plumbeo, e durante il viaggio sentii diverse sparatorie sulle colline circostanti.

Appena passata la sbarra del confine ruandese, restai di sasso: c’era una scia di macchie di sangue, e delle orme che le avevano calpestate. Le macchie proseguivano fino oltre il ponte che fa da «terra di nessuno» fra Ruanda e Burundi. Quelle chiazze raccontavano una storia chiarissima, accaduta al massimo un paio d’ore prima del mio passaggio: un grosso gruppo di tutsi aveva cercato di forzare la frontiera. Si erano fatti sparare addosso per passare di là. Potevano essere 300, forse 400 persone. Con la forza del numero una buona parte era riuscita a passare il confine. Rimasi a fissare a lungo quelle macchie, mentre piano piano transitavo oltre il ponte.

Era il 19 aprile. Di ritorno da Butare passai alla base di Médecins sans frontières e a quella della Croce Rossa Internazionale. Entrambe le organizzazioni avevano posto i loro quartieri generali a Bujumbura. Riferii della situazione dei loro uomini presenti a Butare. Mi guardarono stupefatti quando dissi che venivo da Butare, consideravano una pazzia andarci. Ma il fatto che fossi potuto tornare senza grossi problemi fece capire anche a loro che era possibile farlo. Insomma, il buon esito di una missione spingeva gli altri a rischiare un po’ di più.

Così, due giorni dopo partimmo insieme, io e i ragazzi di Médecins sans frontières. Loro andarono all’ospedale di Butare, e scoprirono che proprio quella notte una pattuglia di militari era penetrata nell’ospedale e aveva ammazzato alcuni pazienti. Ormai anche nel Sud stava cominciando la mattanza. Dovetti aspettare qualche giorno prima di tentare un’altra spedizione in zona: arrivavano notizie che i massacri erano in corso, ed era divenuto assai pericoloso avventurarsi nella zona.

Decisi che avrei operato così. Mi sarei vestito sempre allo stesso modo per essere riconoscibile: pantaloni scuri, camicia azzurra, giacca grigia. Distribuite nelle tasche – e sempre nello stesso posto – avrei messo banconote da 5000 franchi ruandesi (circa 20 euro), da 1000, da 500 e, infine, da 100 franchi, per essere sempre pronto a estrarre la cifra giusta, senza dover contare i soldi: la mancia dev’essere data nella misura giusta, se dai troppo ti ammazzano per derubarti, se dai troppo poco non passi. Nella borsa avrei avuto costantemente con me alcuni fogli con la carta intestata del consolato d’Italia, e sul fuoristrada ci sarebbero state le immancabili bandiere italiane. Quanto alla durata delle incursioni oltre confine, avrei evitato il più possibile di dormire in Ruanda e di viaggiare col buio. 

C’erano lunghe file: da un lato una quarantina di europei, dall’altra decine di ruandesi e altri africani; gli uni e gli altri cercavano di ottenere il permesso di lasciare il Paese. Alla prefettura di Butare regnava la confusione. Ormai tutti erano terrorizzati dalla piega che prendevano gli avvenimenti. Mi misi in coda, pazientemente, per essere ricevuto dal prefetto.

A un certo punto s’aprì la porta, il prefetto mi fece segno di entrare e richiuse la porta. Non mi conosceva. Spiegai che ero il console italiano e che volevo evacuare i miei connazionali. D’improvviso mi si avvicinò, mi abbracciò e si mise a piangere: «Non mi piace quello che sono costretto a fare», continuava a ripetere. Era un giovane, Sylvain Nsabimana, rientrato da soli due anni dalla Danimarca, dov’era andato a studiare.

Il suo predecessore era un tutsi, si chiamava Habyarimana come il presidente. L’avevano eliminato – lui e tutta la sua famiglia – il giorno stesso del discorso del presidente ad interim Sindikubwabo che aveva cambiato i destini della città. E quel ragazzo si era trovato improvvisamente trasferito dal suo impiego nell’azienda nazionale del caffè a capo della prefettura. Capii perché Butare era rimasta tanto a lungo tranquilla: era merito di quel prefetto tutsi. Finché aveva potuto, aveva calmato gli animi ed evitato i massacri.

Col nuovo prefetto non ebbi mai alcun problema. Mi agevolò in tutti i modi. Ogni volta che andavo da lui con una lista di nomi di persone da portare fuori dal Ruanda, lui autorizzava senza fiatare. Oltre alla sua firma, però, serviva anche quella del comando militare. Ed era una questione più complicata, bisognava sempre promettere qualcosa in cambio.

 Compilammo la lista. La prima. Ci misi tutti gli europei che aspettavano il «via libera». Ma ci aggiunsi anche alcuni zairesi, malgasci, tanzaniani e alcuni ruandesi. Decidemmo di organizzare due colonne diverse di automobili, e di partire per Bujumbura a due ore di distanza gli uni dagli altri, per farci notare meno.

In quel momento venni a sapere due cose: la prima, che don Vito Misuraca, il missionario responsabile dell’orfanotrofio di Kigali di cui non avevo più notizie, era riuscito a uscire dalla città e fra mille difficoltà aveva raggiunto l’orfanotrofio di Nyanza; la seconda, che sia lui che il rogazionista responsabile di Nyanza, padre Eros Borile, avevano deciso di non venire con noi in Burundi. «Inutile che li chiami», mi spiegò padre Tiziano Pegoraro, «non rispondono al telefono. Lo lasciano squillare a vuoto per far credere che all’orfanotrofio non c’è più nessuno». «Stanno bene?», domandai. «Per ora sì. Non hanno avuto alcun problema».

Ma quanto poteva durare? La situazione, nella regione, stava precipitando. Il governo ruandese, proprio perché la zona era sempre rimasta tranquilla, aveva mandato a Butare diverse squadre di militari della Guardia presidenziale, i fedelissimi del regime. Di giorno in giorno, dove arrivavano le pattuglie di soldati iniziavano i massacri. Il meccanismo era sempre lo stesso: coinvolgevano la popolazione in modo che nessuno potesse più proclamarsi innocente. O partecipavi al genocidio, o eri connivente con i tutsi, e quindi da eliminare.

Aggiungi un commento maggio 17th, 2009

COME FAREMO A DIMENTICARE?

IV episodio de “La lista del console”:

Una frenata. Il rumore di un grosso camion. Un veicolo militare, fermo davanti a casa mia. Smisi di mangiare. Ci guardammo, eravamo tutti tesissimi. Volsi lo sguardo al cancello, con i soldati che aspettavano, poi alle due casupole dov’era nascosta la ventina di tutsi. Forse erano venuti per loro, forse avevano ricevuto qualche soffiata. Dissi ai miei ospiti di andare di corsa nel sottotetto, e di non fare rumore per nessun motivo. Poi andai a sentire cosa volevano. L’ufficiale che mi si parò davanti mi conosceva: «Costa, ho bisogno di pneumatici». «Beh, se è solo per questo… Quanti militari hai con te?». «Dodici», mi rispose. «Ok, ti do le gomme e tu mi dai sei militari per andare a prendere gli italiani». Se ne portò via una cinquantina, e mi rilasciò pure una ricevuta, che ovviamente non fu mai pagata. Finché loro caricavano, presi con me i militari e andai a prelevare gli italiani e un belga che abitavano nella zona.

Clicca il link per scaricare il quarto episodio de “La lista del Console”: iv-episodio-la-lista-del-console-benerwanda-onlus

Aggiungi un commento aprile 26th, 2009

INTERVISTA A PIERANTONIO COSTA IL CONSOLE ITALIANO CHE SALVO’ MIGLIAIA DI RUANDESI DURANTE IL GENOCIDIO

Continua la campagna di informazione sul genocidio del Rwanda anche sul blog di Beppe Grillo che pubblica oggi l’intervista a Pierantonio Costa, console italiano nel 1994 in Rwanda. L’intervista è stata realizzata in occasione delle iniziative di Bene Rwanda Onlus per la commemorazione del XV anniversario del genocidio.

Un imprenditore italiano vive in Rwanda dal 1965. Dal 1988 al 2003 è stato console onorario per l’Italia. Nell’aprile del 1994 nel Paese esplode la violenza. Nei primi tre mesi dallo scoppio del genocidio Pierantonio Costa porta in salvò oltre 2000 persone tra cui 375 bambini di un orfanotrofio della Croce Rossa.

Sul sito di Bene Rwanda verranno pubblicati, nell’arco dei prossimi cento giorni, i capitoli del libro “La lista del Console” di Luciano Scalettari e Pierantonio Costa.

Aggiungi un commento aprile 15th, 2009

Previous Posts


Calendario

maggio: 2017
L M M G V S D
« apr    
1234567
891011121314
15161718192021
22232425262728
293031  

Posts del mese

Posts su Categorie