Zura Karuhimbi

PROFILO DI ZURA KARUHIMBI

Candidata al Premio Nobel per la Pace 2010

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Zura Karuhimbi è nata in Rwanda da un famiglia Hutu. Durante il genocidio del 1994, Zura ha salvato la vita di oltre 100 Tutsi nascondendoli nella sua casa di Gitarama, la seconda città più grande del paese dove il numero delle uccisioni fu particolarmente alto. Zura è oggi una vecchia signora di 84 anni con dietro di se una vita contadina quale può averla una semplice donna Hutu: lavoro figli, lavoro figli e ancora lavoro e figli. Il marito é deceduto e anche alcuni dei figli non ci sono più, rimpiazzati però da numerosi nipotini. Da giovane, sul finire degli anni ‘50 e l’inizio ‘60, rimase molto impressionata dagli sforzi che sua madre fece all’epoca delle prime persecuzioni per salvare e aiutare dei Tutsi. Questi fatti la inspirarono certamente quando le stesse persecuzioni ricominciarono all’epoca del potere Hutu negli anni ‘90. 

Allo scoppio del genocidio la sua casa divenne il rifugio di molti disperati. Zula cercò, in tutti i modi, di aiutare i rifugiati tutsi nascondendoli in casa, nei vicini campi, sugli alberi, e utilizzando la sua reputazione di guaritrice animista. Zura ha la reputazione di conoscere la medicina tradizionale e con questo suo sapere aiuta quanti glielo chiedono. Proprio basandosi sulle antiche credenze dei ruandesi, Zura lavorò sul suo aspetto e sui suoi modi da stregone del villaggio. In questo modo riusciva ad incutere timore  e a tener lontani gli estremisti Hutu che cercavano i Tutsi per decimarli. Una volta, di fronte all’intenzione dei miliziani di bruciare la sua casa, Zura cominciò a evocare i suoi poteri convincendo gli assalitori che le loro famiglie rischiavano tremende maledizioni se avessero dato seguito alle minacce. L’altro sistema utilizzato da Zura per proteggere i Tutsi era quello di mettere grossi lucchetti alle porte e tener sempre con se le chiavi. I miliziani, insospettiti, si avvicinavano spesso al retro della casa per ascoltare eventuali colpi di tosse che tradissero i rifugiati. Accortasi di ciò la vecchia signora cominciò a somministrare ai suoi ospiti le sue medicine tradizionali che curarono la tosse rendendo impercettibile dall’esterno la loro presenza.

 

A conclusione del genocidio Zura ha ricevuto una medaglia d’onore dal presidente della Repubblica Paul Kagame. La porta sempre con sé insieme al portachiavi che salvò la vita ai suoi fratelli Tutsi. Nel 2009 è stato piantato un albero per Zura nel Giardino dei Giusti di Milano. Zura è una contadina e non ha ricevuto un’educazione scolastica. Una cosa che la mette a disagio è, per esempio, indossare le scarpe. Non le ha mai messe, ha sempre camminato a piedi nudi. Quando le mette, non sta in equilibrio. La sua storia è raccontata dalle persone che ha salvato.

 

Wellars era un uomo sposato, aveva quattro figli prima del genocidio. Sono stati tutti uccisi e lui si è risposato, oggi ha sei figli: Quando sono arrivato a casa di Zura, c’erano molte altre persone. Una sua vicina, delle ragazze, un vecchio che si chiamava Bucyeye. Sono gli unici che sono riuscito a riconoscere. Zura ci nascondeva in posti diversi.  Non riuscirò mai a raccontarvi ciò che ha fatto per me senza tradire. Perché? Non solo mi dava da mangiare, ma quando volevo fare i miei bisogni, mi portava una specie di recipiente, metteva della cenere per non far sentire il cattivo odore e andava a svuotarlo e pulirlo.

 

C’era un posto di controllo davanti a casa sua. Per tirarci su di morale, ci diceva di aver messo delle cose davanti alla casa e che nessun assassino avrebbe potuto oltrepassare l’entrata del suo campo per ucciderci. Un giorno, i militari sono arrivati. Venivano a cercare degli amuleti contro la morte al fronte. Lei si è lamentata degli assassini di questo posto di blocco poi ha dato non so cosa ai militari e questi se ne sono andati. Andando via, hanno fatto togliere il posto di blocco. Talvolta si metteva un bambino sulla schiena per salvarlo e mentiva agli assassini, dicendo che era il figlio di sua figlia, e il bambino sopravviveva. Mi ricordo anche di un assassino di nome Somayire, ora è morto, ha voluto violentare una bambina di otto anni ed è stata una guerra tra lui e Zura.

 

Una cosa mi ha comunque fatto sorridere: le credenze dei Ruandesi. Un giorno, i militari sono arrivati a casa di Zura perché avevano saputo che lei era una guaritrice tradizionale. Sono venuti a chiederle delle medicine per non essere raggiunti dai proiettili. Lei dava loro dei prodotti che non vedevo e garantiva loro che non sarebbero stati raggiunti dai proiettili. Che risate. Diceva agli assassini di possedere degli spiriti cattivi e che li avrebbe liberati se avessero continuato a infastidirla. I militari hanno creduto talmente in lei che sono stati loro stessi a levare il posto di blocco che si trovava davanti alla sua casa e che era gestito dagli Interahamwe. Ad ogni modo, è grazie a lei che molte persone sono rimaste in vita. Ho supplicato Zura di venire a vivere da me, perché credo che sia in pericolo di morte, ma lei ha rifiutato.

Emmanuel è un ragazzino, che non conosce la propria età. Il nome gli è stato dato da Zura, perché lo ha preso dalla schiena del cadavere di una donna, che suppone sia sua madre. Zura lo ha chiamato Emmanuel Bizimana. Bizimana significa (è solo Dio che sa):

Mi ha fatto talmente tanto bene che non so neanche come parlarne. È grazie alla sua bontà che sono vivo, perché è a lei che devo la vita. È stata mia madre, mio padre, mia nonna, mio fratello, mia sorella, tutto. E non si è mai lasciata vincere dalla stanchezza. Alcuni le hanno consigliato di abbandonarmi, con il pretesto che non le sarei servito a niente, ma lei ha resistito. Molte volte volevano uccidermi, lei mi ha protetto. Era molto povera, ma tutto ciò che mi ha potuto offrire, l’ha fatto con un tale amore che tutto mi è sempre piaciuto. Non ho mai desiderato di più. Vivevamo di niente, come quelli che avevano tutto. Insieme, eravamo felici. Per me è mia madre. Non mi ha negato niente ed è lei che ho visto crescendo. Mi ha allattato con un seno vuoto che mi piaceva, mi portava sulla schiena, mi ricordo di tutto questo. Mi ha attaccato al seno con una busta di latte che nascondeva sotto la maglia, è grazie a questo che adoro il latte. Faceva un buco in una busta di latte di mucca, legava l’estremità al seno e io credevo che il latte le uscisse dal seno. Poiché non finivo la busta, chiudeva quell’estremità e dormivamo. Quando mi risvegliavo, piangevo perché volevo il latte. Lei faceva un altro buco e mi allattava. Aveva sempre anche un thermos di latte vicino al letto e ha cominciato a darmi il latte con il biberon. Poi ha iniziato a darmi le pappe.

Ha un nipote che ha cercato di uccidermi. Mi ha mentito dicendomi che voleva darmi una banana matura. Ho accettato, ero troppo piccolo. Ero più piccolo di un pellicano. Ero come un infermo di mente, credo a causa dei pezzetti di ferro che Zura mi ha detto di avermi tolto dalla testa quando mi ha trovato sulla schiena del cadavere di mia madre. Mi ha messo in una fossa, nella quale venivano fatte maturare le banane per farne succhi e birra di banane. Mi ha chiuso dentro con corde e foglie di banano, ci ha messo una tavola sopra e se n’è andato. Non era molto che le banane erano state tolte e c’erano tante formiche dentro. Mi hanno punto, ho pianto e quando piangevo mi entravano in bocca. Mi sono entrate nel naso, nelle orecchie. Intanto, Zura mi cercava. Alla fine mi ha trovato e mi ha portato via, ha urlato, ha pianto, perché ero pieno di formiche su tutto il corpo, che uscivano anche da tutti gli orifizi. Ha perso la testa, insomma. Ha preso il suo pareo, ha cominciato ad asciugarmi negli occhi come se stesse strofinando per terra, non mi spiego come non sono diventato cieco. Mi ha lavato con acqua calda, mi ha fatto bere acqua calda che mi bruciava. Mi diceva che doveva uccidere le formiche che erano entrate in gola e nello stomaco. Me le ha tolte dalle orecchie. Ha preso un filo d’erba, me lo ha messo nel naso e ho starnutito tante formiche, e piano piano sono guarito. Non puoi immaginare tutto il bene che ha fatto per me, in mezzo ai nemici che volevano solo la mia morte. Non sono il solo, anche se non tutti glielo hanno reso. Non so come parlare di lei perché non smetterei mai.  

Zura Karuhimbi è nata nel 1915 in Rwanda da un famiglia Hutu. Durante il genocidio del 1994, Zura ha salvato la vita di oltre 100 Tutsi nascondendoli nella sua casa di Gitarama, la seconda città più grande del paese dove il numero delle uccisioni fu particolarmente alto. Zura è oggi una vecchia signora di 84 anni con dietro di se una vita contadina quale può averla una semplice donna Hutu: lavoro figli, lavoro figli e ancora lavoro e figli. Il marito é deceduto e anche alcuni dei figli non ci sono più, rimpiazzati però da numerosi nipotini. Da giovane, sul finire degli anni ‘50 e l’inizio ‘60, rimase molto impressionata dagli sforzi che sua madre fece all’epoca delle prime persecuzioni per salvare e aiutare dei Tutsi. Questi fatti la inspirarono certamente quando le stesse persecuzioni ricominciarono all’epoca del potere Hutu negli anni ‘90.

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