TESTIMONIANZE DAL GENOCIDIO/5

maggio 17th, 2009

Testimonianze dal genocidio

Brani tratti dal libro “Le ferite del silenzio” di Yolande Mukagasana

untitled-1-copy1                                                                                                                                                                                H. Grégoire, detto Mandela (a causa di 25 anni di prigione),
54 anni, superstite, Nyamata

G.H. – A 18 anni, sono stato arrestato senza motivo il 22 dicembre 1963, in seguito all’attacco dei ribelli tutsi nel Bugesera, dove abitavo. Era domenica. Sono stato trasferito a Kigali negli uffici della polizia. Eravamo circa 850, rinchiusi in alcune stanze così piccole che non potevano nemmeno sdraiarci. Juvénal Habyarimana è arrivato con una lista di ventitré persone. Queste persone sono state torturate tutta la notte e uccise all’alba. Non abbiamo avuto niente da mangiare fino a Natale, solo una volta una specie di fou-fou che assomigliava a una poltiglia, nella quale i militari buttavano la cenere delle loro sigarette e tanto calda da poterla prendere solo nelle nostre scarpe. Il giorno di Natale, siamo stati condotti alla prigione 1930 dove siamo rimasti fino a marzo. Molti sono stati liberati, ma 35, tra cui io, sono stati condannati a morte. Ma Monsignor Perraudin, che era venuto ad amministrarci l’estrema unzione, è intervenuto in nostro favore presso il presidente Kayibanda, il suo migliore amico. Per una volta che Perraudin faceva una buona azione! In marzo 1965, dopo molte procedure di appello tutte senza successo, siamo stati trasferiti alla prigione di Ruhengeri dove sono rimasto fino al 1973, sempre senza sapere perché. Al momento del colpo di stato di Habyarimana, siamo stati trasferiti nella prigione di Gitarama, dove le nostre condizioni di detenzione erano terribili: celle inondate, pagliericci marci. Passavamo notti e giorni interi appollaiati sui nostri lettini di ferro. Un giorno, hanno fatto l’errore di aprire le celle. Ci siamo rivoltati e abbiamo rifiutato di ritornarci. Siamo stati gettati in una cantina. La nostra pena di morte è stata infine tramutata in ergastolo. E nel 1985, siamo stati rimessi in libertà e condannati all’obbligo di soggiorno nel nostro Bugesera natale. Avevo 40 anni, avevo passato tutta la mia gioventù in prigione. E nel 1994, siamo stati il bersaglio del genocidio. Credo di essere il solo sopravvissuto dei 35 che erano con me.
Y.M. – Hai una moglie a casa?
G.H. – Una moglie? Cosa offrirei a una moglie? Quando non si ha avuto gioventù, non si ha felicità da offrire. E poi, far crescere dei bambini sotto la continua minaccia di diventare orfani prima o poi?

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Marc N.
54 anni, guardiano del sito di Ntarama, militare hutu che ha protetto dei Tutsi

M.N. – Dopo la caduta dell’aereo presidenziale, ci sono state delle voci secondo le quali erano stati i Tutsi ad abbatterlo. I miei vicini tutsi si sono rifugiati a casa mia, pensando che avessi un’arma e che avrei potuto proteggerli. Ma io non avevo armi perché mi avevano appena comunicato il mio pensionamento, con il pretesto che avevo rifiutato il genocidio.
Y.M. – Il genocidio era stato pianificato anche all’interno dell’esercito?
M.N. – Certo! Nessun ufficiale dei FAR può dire di non essere stato informato della pianificazione del genocidio.
Y.M. – Non hai avuto paura di proteggere delle persone?
M.N. – Paura? Una fifa nera, sì! Quando hanno attaccato casa mia, ho fatto uscire tutti, erano forse una ventina; ho tenuto solo le donne anziane e i bambini. Davanti ai miliziani ho giurato sotto la foto del presidente che non potevo nascondere dei nemici. È così che tutti quelli che erano a casa mia si sono salvati.
Y.M. – Cosa pensi dell’ONU?
M N. – L’ONU ci ha abbandonati. Ho visto qualcosa di sconcertante tra ottobre e novembre 1994. Dei Caschi blu sono venuti in elicottero a prendere dei teschi al sito di Ntarama. Senza dubbio con l’obiettivo di cancellare le tracce del genocidio. Ho immediatamente informato le autorità locali.

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Claire K.
22 anni, superstite, Kicukiro (Kigali)

Siamo stati spinti con la forza sulla collina di Nyanza dove siamo stati aggrediti per ore, con delle granate prima e poi con dei machete e delle pistole. Ho visto saltare il cervello di una bimba al mio fianco … Ero coperta di ferite e avevo un coltello nella gamba. Facevo la morta mentre i miliziani finivano le persone. Ho sentito la mia sorellina che mi chiamava “Claire, Claire, non mi abbandonare, sono ancora viva”. I miliziani l’hanno portata via, non l’ho mai più rivista. Un assassino si è piegato su di me dicendo: “Penso che questa sia ancora viva. Mi ha calpestata con le sue scarpe chiodate. Un altro l’ha interrotto dicendo: “Imbecille, è così che controlli che siano morti? Guarda …” E all’improvviso ho sentito un grosso peso sulla testa e sono svenuta. Quando mi sono svegliata, un uomo stava in piedi di fianco a me e cercava di riconoscermi”. Mi ha chiesto cosa faceva mio padre. “Mio padre? Lavora al campo militare. – Allora, sei una dei nostri. Ti salverò.” Altre, donne sono state salvate come me; ci hanno riunito e sono stata affidata ad un militare. Squadrandomi, mi ha detto: “Hai l’età di mia figlia. Nonostante tu sia Tutsi, perché‚ si vede, non ho la forza di ucciderti‚ di violentarti. Non voglio il tuo sangue sulle mie mani. Senza dubbio sarai uccisa, ma non da me”. E dicendo queste cose, se ne è andato.
Una donna anziana mi ha dato un perizoma e sono andata a nascondermi in un piccolo chiosco dove c’era un rubinetto pubblico. Quando il FPR è arrivato, un militare ci ha portato dell’acqua calda per lavarci. Due minuti dopo, mentre si girava, è morto sotto i nostri occhi colpito da una pallottola in pieno petto.
Oggi, non ne posso più di incontrare assassini. Ne ho abbastanza di vivere nella paura. Ho voglia di lasciare il Ruanda, questa terra dove gli assassini corrono liberamente.

 

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