TESTIMONIANZE DAL GENOCIDIO/8

giugno 11th, 2009

Brani tratti dal libro “Le ferite del silenzio” di Yolande Mukagasana

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 MVUGAYABAGABO
16 anni, figlio di un autore del genocidio, Mwurire

Y.M. – Nessuno querela tuo padre?
M. – No. Ma dicono che ha picchiato qualcuno. E che a causa dei colpi, la vittima si è ammalata di tubercolosi.
Y.M. – Ed era durante il genocidio?
M. – Si.
Y.M. – Conosci questa persona?
M. – Si. Si chiama Butare.
Y.M. – È morto o è ancora vivo?
M. – Non è morto. È diventato militare del FPR.
Y.M. – È vero che è ammalato di tubercolosi?
M. – No.
Y.M. – È diventato militare durante il genocidio?
M. – No. Dopo. Un anno fa, credo.
Y.M. – Era un vostro vicino?
M. – No. Noi abitavamo in cima alla collina. Lui, abitava sotto.
Y.M. – Era un Hutu o un Tutsi, Butare ?
M – Tutsi.
Y.M. – Forse hanno semplicemente fatto a botte durante il genocidio?
M. – No. Nemmeno. Quando papà era ancora vivo, mi ha detto di averlo incontrato e di avergli indicato un buon sentiero per evitare gli assassini.
Y.M. – Quindi ha mentito dicendo che tuo padre l’aveva picchiato?
M. – Si. Sono sicuro che papà non ha mai picchiato nessuno.
Y.M. – Di che cosa e morto tuo padre?
M. – Di malattia, qualche mese fa.

Mi giro verso Gasana, il guardiano del luogo: “Suo padre era un autore dei genocidio?” Gasana mi guarda con un sorriso malizioso.
Dopo il colloquio con il ragazzo, Gasana mi spiega che non ha voluto ferire quel ragazzo innocente, ma che suo padre era un artefice del genocidio e non uno dei minori.

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Marie-Josée N.
31 anni, vedova di un Tutsi, sito di Murambi (Gikongoro)

M.-J.N. – Mio marito era Tutsi ed io sono Hutu. Era ingegnere. Lo supplicavo spesso di lasciare il paese, ma non voleva, aveva fiducia nella Comunità internazionale. Fiducia inutile. È stato ucciso mentre scappava nella foresta di Karama e il mio bambino ha avuto il collo tagliato per metà ed è diventato emiplegico. Inoltre oggi soffre di disturbi legati ad un trauma psicologico. La notte, gli capita di girarsi nel suo letto e di urlare: “Vengono ad uccidermi, vengono ad uccidermi!”. Non ho soldi per portarlo dal medico.
Y.M. – Che lavoro fai?
M.-J.N. – Lavoro ad un monumento commemorativo del genocidio e guadagno mille franchi al mese (5.000 lire). Lavo gli scheletri, tolgo le ragnatele. All’inizio, gli Hutu mi dicevano “Sei nostra sorella, smetti di occuparti di questi ossami, ti porteranno sfortuna. Non ti vergogni di occuparti ancora dei Tutsi?”. Ma dopo che ho sposato il fratello di mio marito, sono loro che si vergognano. Non osano più apostrofarmi a questo proposito.
Y.M. – Cosa fa tuo marito?
M.-J.N. – È un militare di basso rango.
Y.M. – Come si chiama tuo figlio?
M.-J.N. – Welcome Norbert. Ha sette anni.
Y.M. – Welcome? Che nome buffo.
Marie-Josée non risponde, sorride, pensierosa.

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NIYONSABA Cassius
10 anni, superstite, Ntarama

Y.M. – Avevi cinque anni durante il genocidio. Ti ricordi? Cosa è successo? Dove abitavate?
Cassius – Ntarama.
Y.M. – Eri con i tuoi genitori?
Cassius – Si.
Y.M. – Come sono stati uccisi?
Cassius – Gli assassini sono entrati in parecchi nella chiesa dove ci eravamo rifugiati con centinaia di altre persone. C’erano degli uomini, delle donne, degli anziani e dei bambini. Urlavano, come se fossero ubriachi. Hanno colpito con dei manganelli. Noi svenivamo e i bambini ci finivano con il machete.
Y.M. – C’erano bambini della tua stessa età che uccidevano?
Cassius – Si. E anche più giovani. I genitori insegnavano loro ad uccidere gli anziani. Hanno tagliato le braccia e le gambe di mamma. Mi ha urlato di correre fuori perché lei stava per morire e non avrebbe potuto più proteggermi.
Y.M. – È un bambino che ti ha dato questo colpo di machete sulla testa?
Cassius – Non so …
Y.M. – Non hai mai dei problemi in seguito a questo colpo sulla testa?
Cassius – Si. Quando gioco molto al calcio, la notte muoio.
Y.M. – Bisogna farti curare. Chi può aiutarti?
Cassius – Mia cugina, la cui madre mi ha raccolto, ha appena finito i suoi studi di lettere classiche. Quando avrà un lavoro, mi fará curare.

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