BAMBINI NELLA GUERRA

luglio 3rd, 2009

Episodio 12 de”La lista del Console”

«Tu sei pazzo. Che cosa ci fai qua? Vai via, torna indietro». Quel colonnello lo conoscevo da tempo. «Cosa sta succedendo?», chiesi. «L’Fpr è in piena offensiva. Sta attaccando a metà strada fra Nyanza e Gitarama». Il colonnello, in quel momento, era il comandante delle truppe della zona. C’eravamo incrociati per caso, sulla strada, quella mattina del 26 maggio. «Io e Alexis ci fermiamo a Nyanza», risposi, «fra pochi chilometri. Se fin là non ci sono problemi, raggiungiamo l’orfanotrofio dei rogazionisti».
Mi spiegò che il Fronte patriottico stava avanzando. Di lì a poche ore la strada per Gitarama avrebbe potuto essere interrotta. Ancora una volta il Fronte patriottico aveva spiazzato gli avversari, attaccando nella zona meno prevedibile. Questo cambiava completamente lo scenario: forse per evacuare i bambini di Nyanza non c’era più tempo.
Pensammo, tuttavia, che poteva crearsi una situazione vantaggiosa da un altro punto di vista: se s’interrompevano i collegamenti fra Gitarama e Butare, l’autorità massima nel Sud del Paese tornava a essere Sylvain Nsabimana, il prefetto. Forse avremmo potuto tentare la sortita.
Ci ponevamo troppe domande, e non avevamo risposte.
La città era nel panico. La gente prendeva su quello che poteva e scappava. Presto Nyanza sarebbe stata deserta. Le barriere erano scomparse. Varcai ancora una volta quel cancello. All’orfanotrofio c’era più silenzio che mai. I bambini percepivano che stavano vivendo le ore più drammatiche. Il rimbombo della guerra era vicino. Era una mattina di sole, molti di loro erano sulle panche di una sorta di anfiteatro, che veniva usato in tempi normali per riunioni speciali o qualche spettacolo. Erano, però, tutti seduti e immobili.
Padre Giorgio si trovava nella parte alta dell’orfanotrofio, vicino alla sua stanza, seduto su una seggiola con davanti cinque bambini in fila: la più grande aveva più o meno dieci anni, il più piccolo forse tre. Erano appena arrivati. Il missionario, con grande tatto e infinita dolcezza, cercava di ottenere un sommario racconto di ciò che era accaduto loro. Era importante farlo subito: non solo per avere nome, cognome ed età approssimativa dei bambini, ma anche per compilare una scheda con tutti gli elementi possibili, compresa la zona di provenienza. Molti di quei piccoli, passata la furia degli avvenimenti bellici, avrebbero potuto ritrovare i genitori, o i fratelli, o parenti prossimi che avrebbero potuto prendersene cura.
Tre di quei bambini erano fratelli, gli altri due provenivano da famiglie diverse, ma si erano aggregati al gruppetto perché erano rimasti completamente soli. Tutti e cinque ritenevano di aver perduto i genitori. Forse era vero. Il racconto di uno di loro era tanto raccapricciante da essere inequivocabile. Ma, per esperienza, padre Giorgio sapeva che talvolta i bambini consideravano morti i genitori per il semplice fatto che improvvisamente erano scomparsi, magari in un momento di fuga o di confusione. Qualche speranza c’era.
Alla fine della guerra in Ruanda c’erano centinaia di migliaia di bambini non accompagnati (si usava questo termine proprio perché non era certo che fossero orfani). Migliaia di loro nei mesi successivi ritrovarono i genitori o i fratelli maggiori che credevano morti.
Concluso il colloquio, padre Giorgio ci raggiunse, insieme al dottor Mussi. Discutemmo se tentare o meno l’evacuazione, quello stesso giorno. «Abbiamo l’impegno del governo a dare tutto l’appoggio per salvare i bambini», ci dicevamo. «Possiamo ottenere l’autorizzazione del prefetto. Quanto ai militari, nel caos generale dell’attacco in corso, non avranno molto tempo per pensare a noi». Forse era il momento di tentare un colpo di mano. «Costa, abbiamo bisogno solo dei mezzi», concluse il missionario. «Tentiamo». «Tentiamo, padre», risposi, «ma bisogna fare in fretta, abbiamo poche ore».
Io e Alexis ci rimettemmo in strada. Attraverso percorsi interni arrivammo a Gitarama, facendo un largo giro per evitare la zona dei combattimenti. Ci arrabattammo tutto il giorno per cercare i mezzi di trasporto. Inutilmente. Non c’erano camion né autobus disponibili. Dovevamo far presto, se ci tagliavano la strada del ritorno saremmo rimasti bloccati.
All’imbrunire ci arrendemmo. Non c’era nulla da fare, i mezzi di trasporto non si trovavano. Tornammo verso Nyanza. Ma ci giunse una pessima notizia: l’Fpr aveva cambiato direzione dell’offensiva. Ora si combatteva furiosamente tra Nyanza e Butare. Arrivammo in città mentre un fiume di gente fuggiva, a piedi, in bicicletta, in macchina, in tutti i modi.
All’orfanotrofio, il grande spiazzo centrale era vuoto, e anche nel refettorio non c’era più nessuno. Fra le casupole che facevano da camerata per i bambini, circolava solo qualche ragazzo dei più grandi, per controllare la situazione. Padre Giorgio e il dottor Mussi mi vennero incontro. Anche loro sapevano come stavano evolvendo le cose. Seri, tesi in volto, erano consapevoli che nelle prossime ore qualsiasi cosa sarebbe potuta accadere: il massacro indiscriminato come la liberazione.
«Mi spiace», esordii, «non ci sono veicoli disponibili». «Credo che ormai siano inutili», rispose padre Giorgio. «Noi restiamo, Costa, sarà quel che Dio vorrà. Non c’è più alcuno spiraglio per andarsene. Potremmo allontanarci dai combattimenti per una sola strada, quella per Gikongoro. Sarebbe la morte certa per tutti. Anche i miliziani e i soldati in rotta si ritireranno in quella direzione». «Lo so, Giorgio, non c’è più via di scampo. Avete scorte di viveri?». «Sì, abbondanti. Dalle notizie che mi arrivavano nei giorni scorsi avevo capito che si sarebbe potuto arrivare a questo. Ho comprato molta roba. Per un po’ possiamo resistere. I bambini li abbiamo sistemati là sotto. C’è un ampio seminterrato, dove teniamo il cibo e il materiale. Il tetto è di cemento armato, sono abbastanza al sicuro. La radio funziona, ci terremo in contatto».
Stavamo per ripartire quando un ragazzo venne a chiamare padre Giorgio: «C’è una signora alla porta», disse, «mi ha chiesto di mostrarti questo documento». Era una carta d’identità italiana.
Si trattava della «signora Illuminata Uwaygabe, coniugata Rumi». «La moglie di Mario Rumi», esclamai. Uscii fuori per accoglierla. Il suo arrivo a Nyanza aveva dell’incredibile. Il marito era un volontario venuto in Ruanda qualche anno addietro. I due si erano conosciuti e sposati. Poi erano tornati a vivere in Italia.
Illuminata, una splendida ragazza tutsi originaria del Sud-est del Ruanda, era venuta per le feste di Pasqua a stare qualche giorno con la sua famiglia. E dal 6 aprile si era trovata improvvisamente in mezzo al caos della guerra. In tutto quel tempo avevamo cercato di rintracciarla, senza successo. Il marito era disperato. Dapprima aveva chiesto aiuto all’Unità di crisi del Ministero degli Esteri italiano, poi all’ambasciata di Kampala, infine direttamente a me. Via fax, aveva cercato di darmi tutte le informazioni di cui disponeva per avviare ricerche. Ma nulla era valso a ritrovarla.
Sapevamo che da Butamwa, il suo paese natale, Illuminata era fuggita dapprima verso Kigali. Poi si era spostata a Rwamagana, verso est. Infine a ovest, nella zona di Butare.
Dopo, più nulla. Non avevamo notizie di lei. Era riuscita a viaggiare di nascosto per quasi due mesi. Chissà come, ora sbucava a Nyanza, distante oltre 100 km da Rwamagana. Finalmente, la signora Rumi era approdata in un luogo sicuro, ma nel momento più critico. «Benvenuta, Illuminata», disse padre Giorgio. «Se resti qui, ci darai una mano con i bambini. C’è parecchio da fare in questi giorni».

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