Testimonianze dal genocidio 11

luglio 5th, 2009

Brani tratti dal libro “Le ferite del silenzio” di Yolande Mukagasana

 1

BAGABO Anselme, detto Cassius
24 anni, superstite, Nyamirambo

Y.M. – Perché hai l’aria cosi triste?
Cassius – Durante il genocidio, sono stato tradito da un Tutsi. Mi ha cacciato da casa sua.
Y.M. – Mi dicono che hai cominciato degli studi dopo il genocidio…
Cassius – Si, la medicina. Avevo come ideale di aiutare gli esseri umani. Ma dopo tre anni ho abbandonato.
Y.M. – Perché?
Cassius – Vorrei poter aiutare le persone senza essere in contatto con loro. Mi piacerebbe studiare farmacia. O diventare tecnico di laboratorio, lontano dagli esseri umani ma al loro servizio. E lontano dal Ruanda, se fosse possibile. In Ruanda, c’é una tale aggressività.
Y.M. – Ti senti disperato?
Cassius – Si, lo ero. Ho pensato di suicidarmi. E ora so che non sono più disperato.
Y.M. – Da quando?
Cassius – Da quando ho parlato con te.
Y.M. – Cosa ti aspetti da me?
Cassius – Voglio che tu rappresenti per me una madre. Una persona alla quale posso dire tutto essendo sicuro che lei capirà e che non mi giudicherà.
Y.M. – Non penso poter fare molto per te, ma ti ascolterò.

 

2

KAJUGU Pierre
26 anni, ex militare, in prigione a Butare

Y.M. – Che cosa pensi degli artefici dei genocidio, coloro che vi hanno fatto fare il genocidio, che sono in esilio al riparo dalla giustizia, mentre voi marcite nelle prigioni?
P.K. – Ecco dove sta il problema. Mi si diceva che il generale Ndindiliyimana era il capo dello stato maggiore. E all’improvviso si viene a sapere che durante il genocidio è stato nominato ambasciatore del Ruanda dal governo genocida di Kambanda. Se i miei ricordi sono esatti, è in Canada. Ha voluto partire e sembra che quel giorno si erano messi dei veicoli davanti all’aereo per impedirne il decollo. Non ho mai saputo da dove è passato per uscire dal paese. Inoltre sua moglie era ancora a casa, nello stesso comune di Nyaruhengeri, il suo comune natale. La moglie è uscita da li verso la fine di giugno. In Europa, non si parla di sua moglie. La moglie, non l’ho vista uccidere ma lei mandava i soldati che la sorvegliavano sulle colline per uccidere. C’erano più di otto gendarmi a casa sua e lei era sempre via con loro. Non mi rivolgeva la parola, perché non ero del suo rango.
Y. M. – E quando hai ucciso, chi te ne ha dato l’ordine?
P.K. – Il consigliere comunale era là. Ha detto: “Noi uccidiamo per ordine del generale Ndindiliyimana. È lui che ha dato l’ordine.” Era lo zio del generale Ndindiliyimana. Siamo stati anche arrestati dopo il genocidio, il consigliere ed io, e il consigliere ha spiegato che era il generale che aveva dato l’ordine. Ha spiegato che gli ordini del generale erano molto chiari e spiegati molto bene, e che il generale, suo nipote, veniva spesso a casa da lui. È stato Ndindiliyimana a dare l’ordine di uccidere Nzeyimana Ignace e Munyanshongore Célestin, che erano i suoi vicini. Munyanshongore, sono stato io ad ucciderlo.


3

MUKARUSINE Hélène
40 anni, superstite, Ngoma (Butare)

H.M. – Mio marito era Ugandese. È fuggito con me, per proteggermi. Ad una barriera, ha pagato 90.000 franchi perché non fossi assassinata.
Y.M. – Dove siete fuggiti?
H.M. – Non siamo riusciti a raggiungere il Burundi, allora siamo tornati verso Gikongoro e ci siamo imbattuti nei soldati francesi della zona Turquoise. Gridavano “Tutsi, Tutsi!” e ci hanno obbligati a salire sul loro camion. Invece di portarci al sicuro, ci hanno condotto verso Murambi, alla scuola in costruzione. Qualche giorno dopo, abbiamo dovuto fuggire perché gli assassini circondavano la scuola…
Y.M. – E oggi, come ti senti?
H.M. – Posso dire che sono una donna felice. Nel genocidio ho perso solo mio marito. E inoltre, non è stato ucciso. È morto di un diabete che non ha potuto curare. Certo, se non ci fosse stato il genocidio, non sarebbe morto. Ma è così. Bisogna accettare.
Y.M. – Ora che hai perso tuo marito, pensi di rifarti una vita?
H.M. – No, per niente. Sono diventata un uomo. Vendo della carne al mercato, come facevano gli uomini prima del genocidio. Ma a volte sento che ho bisogno di un sostegno maschile. Cerco di non pensarci. Ho bisogno di qualcuno che mi aiuti moralmente e mi consigli. Non puoi sapere quanto mi fa bene la tua visita. Non parlo mai con nessuno del genocidio e soprattutto non ne parlo con i miei figli.

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