“HO FATTO SOLO QUESTO. NIENTE DI PIU’”

luglio 17th, 2009

Episodio 14 de “La lista del Console”

«Costa, domani vado in Ruanda, per portare via i bambini della Croce Rossa. Devi venire con me». Era Daniel Philippin, il responsabile della Croce Rossa di Bujumbura. Non era passata più di una settimana dalla mia promessa di non varcare più il confine. Era sabato 4 giugno. Non risposi. Andai da Mariann, in cucina. Le dissi: «Domani vado a Butare, portiamo fuori i bambini della Croce Rossa. Non dirlo ai miei fratelli, se no me ne dicono di tutti i colori». Non obiettò. Mariann non si oppose mai ai miei viaggi.
Alle nove del mattino dopo eravamo già alla frontiera, con due macchine e un paio di camion. Briquet, intanto, stava trattando a Butare per ottenere i lasciapassare per i bambini.
Giunse la prima doccia fredda: da Bujumbura ci comunicarono via radio che la Croce Rossa di Ginevra non autorizzava l’operazione. Daniel non poteva proseguire, i mezzi di trasporto neppure. «Che significa?», urlò nella radio. «Cosa vuol dire che “non autorizzano l’operazione”? Si rendono conto che siamo già al confine? A Butare, Briquet ha predisposto tutto».
L’ordine era perentorio: uomini e mezzi della Croce Rossa non potevano proseguire. Decisi di andare da solo. Avrei raggiunto Briquet, e avremmo valutato il da farsi.
«Proviamo, Pierantonio», suggerì Alexis. «Oggi lo si può ancora fare, domani non si sa. Certo, è una pazzia, ma la guerra è quanto mai vicina e in quel centro ci sono 700 bambini che fra breve non avranno più da mangiare. Pochi giorni fa i militari hanno ucciso un’altra ragazza. Questi ragazzini sono in condizioni disperate».
Tuttavia, trasferirli tutti in un colpo solo era impossibile. Decidemmo, intanto, di portare via i più piccoli, fino all’età di nove anni. Scorremmo le loro schede, una a una: erano 375 bambini.
Potevamo contare sulla disponibilità del prefetto, Sylvain, ma c’era il solito scoglio dell’autorizzazione del comando militare. Interpellammo l’ufficiale di collegamento con la Croce Rossa e un graduato dei servizi segreti che conoscevamo. Entrambi ci diedero il via libera, ma senza nulla di scritto.
Corremmo in prefettura. Non c’era nessuno. Sylvain, sfortunatamente, era fuori. Tutto sembrava congiurare contro di noi. Ci demmo un tempo limite: «Se entro le tre del pomeriggio non abbiamo combinato nulla, rinunciamo».
Nell’attesa che tornasse il prefetto, ci mettemmo a caccia dei mezzi di trasporto. Non era uno scherzo trovare posto per quasi 400 persone, tra bambini e accompagnatori.
Il tempo passava, inesorabile. Erano le due del pomeriggio e tutto quel che avevamo trovato erano tre minibus da diciotto posti l’uno. «In qualche modo ce li faremo entrare», disse Alexis. Il problema era un altro: il prefetto non arrivava.
«Mi ha chiamato, sarà qui a minuti», annunciò finalmente l’ufficiale di collegamento. «Però, vi devo chiedere un favore», aggiunse. «Caricate anche la mia famiglia». Erano altre persone da stipare nei tre pulmini da diciotto posti.
Sylvain autorizzò immediatamente il trasferimento. Cominciammo a far salire i bambini. I pulmini erano stracarichi. Eravamo ormai pronti a partire. Anche la famiglia del colonnello era a bordo. Ma al momento di aprire i cancelli del centro, si pararono davanti quindici soldati con i fucili spianati. Il colonnello intimò loro di farsi da parte. Niente da fare. «Di qua non passate», ruggì il soldato più esagitato del gruppo. Erano quasi le tre, ogni minuto che passava peggiorava la situazione di sicurezza delle strade.
Il colonnello e i soldati cominciarono a discutere, animatamente. La tensione era alle stelle. I bambini, ammassati all’inverosimile, tacevano impauriti. I motori dei minibus erano in moto.
Il colonnello ruppe gli indugi. Col fucile a sua volta puntato sui soldati, aprì il cancello: «Io passo. Se devo sparare contro qualcuno, lo faccio. Provate a impedirmelo». I militari esitarono, lentamente cominciarono ad abbassare le armi, e si scostarono. I minibus uno dopo l’altro sfilarono dal cancello. Era fatta.
Scesi dall’auto e diedi una mancia a tutti. Volevo evitare che ci inseguissero.

Nel primo veicolo c’erano il prefetto e il colonnello. In coda c’eravamo noi. Cominciò la via crucis delle barriere: ne contai diciassette, tutte sorvegliate da soldati. Ogni volta i controlli, la lista da esibire, le discussioni e le spiegazioni. E tante mance. Arrivammo alla frontiera alle sette di sera. I problemi non erano finiti: il solito puntiglioso funzionario dell’immigrazione volle controllare l’identità dei bambini una per una. Faceva di tutto per rallentare le operazioni, non voleva farli passare. Ma i permessi erano in regola, ed era presente il prefetto, non poteva dire di no.
Quattro ore dopo, l’ultimo bambino superava la fatidica sbarra.
Io e Alexis ringraziammo e salutammo tutti, compresi il prefetto e il colonnello, che ovviamente avevano concluso il loro viaggio. Il colonnello mi si avvicinò, mi posò una mano sulla spalla e disse: «Costa, penso sia meglio che tu resti a Bujumbura». Ci guardammo per un attimo. Il messaggio era chiarissimo, me l’aspettavo da tempo. Non l’ho mai più visto quell’ufficiale, credo sia morto. Non ho mai potuto chiedergli spiegazioni ulteriori. Ma sapevo che quella frase significava una cosa sola: “Non tornare più in Ruanda, perché al prossimo viaggio ti ammazzano”. Era un amico, mi aveva avvertito in tempo.
Alla dogana burundese c’erano in attesa, dalla mattina, gli uomini e i camion della Croce Rossa. Erano ormai le undici di sera. Vedendo che si faceva notte, avevano anche allertato il comandante di stanza a Kayanza, la prima cittadina oltre la frontiera. Gli avevano detto semplicemente che stavano arrivando 375 bambini e che bisognava trovare loro un posto per dormire e qualcosa da mangiare.
A mezzanotte i camion si fermarono nel cortile di un edificio. Sembrava una grande sala conferenze. Entrai, e mi commossi: c’erano 375 stuoie per terra, 375 coperte, 375 panini, 375 bottiglie di coca-cola. Come avesse fatto quell’ufficiale non l’ho mai saputo.
I bambini sfilavano nella grande stanza, prendevano posto e si distendevano sulle stuoie, sopraffatti dalla stanchezza. Li osservavo, uno ad uno, e trattenevo a fatica l’emozione. Pensavo agli altri, a quelli di Nyanza. Forse anche per loro i pericoli maggiori erano passati. Forse no, chi poteva dirlo?
Mentre quei piccoli mi trotterellavano davanti, nella mia mente si affacciavano le immagini di quei due mesi terribili: i viaggi, i volti, i gruppi che avevo condotto fuori dal “mattatoio-Ruanda”. La guerra continuava, la caccia all’uomo pure. Altri eventi drammatici, ben più grandi di me, si stavano compiendo, milioni di vite erano ancora in gioco.
Di sicuro, il Ruanda che avevo conosciuto per trent’anni, non esisteva più.
Ero terribilmente spossato. Dal 6 aprile al 6 giugno avevo perduto dieci chili. Mi rendevo conto che anch’io ero alla fine della mia corsa. Ma, almeno, quei 375 bambini erano in salvo, quell’operazione era finita bene.
In mezzo a tanta violenza e sofferenza, qualcosa avevo fatto. Solo questo. Niente di più.

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