TESTIMONIANZE DAL GENOCIDIO/13

luglio 18th, 2009

Brani tratti dal libro “Le ferite del silenzio” di Yolande Mukagasana

 13

R. Pacifique
43 anni, superstite, Ntarama

“I nostri padri ci dicevano che nella chiesa di Dio, gli assassini non sarebbero mai entrati. Dal 1959, rifugiarsi nelle chiese è un abitudine dei Tutsi. Ci siamo semplicemente e naturalmente rifugiati in quella di Ntarama. Ma era piena. Gli assassini sono arrivati, hanno ordinato agli Hutu di uscire. Mia madre è andata avanti dicendo “sono Hutu”. È stata ammazzata sotto i nostri occhi. Mio padre e mia sorella incinta di nove mesi furono uccisi subito dopo, a colpi di mazza. Gli assassini hanno poi lanciato delle granate e alla fine sono entrati nella chiesa e ci hanno ucciso all’arma bianca. Sono riuscito a salvarmi con mia moglie e i miei figli. Siamo andati alla scuola di Cyugaro per raggiungere gli altri resistenti. “Sono indignato, dichiarò un certo Simon U. contemplando il numero di Tutsi ancora vivi nella scuola.” Poi, girandosi verso gli artefici del genocidio che lo circondavano, aggiunse: “Visto che siete degli incapaci, vado a cercare dei veri Interahamwe.” Dicendo questo, se ne è andato al volante del suo camioncino ed è tornato un’ora dopo accompagnato da molti Interahamwe che ci hanno attaccato con le granate. Alla sera, siamo riusciti a liberarci. C’erano molti morti. Siamo andati dal borgomastro … “Ovunque andiate, ci ha detto, incontrerete un Hutu. Deve uccidere, è il suo lavoro. Restate piuttosto tranquilli a casa vostra e lasciatevi massacrare con dignità.” Siamo tornati alla scuola, ma poco dopo quattro bus noleggiati dal comune hanno riversato i loro miliziani. Il combattimento è iniziato immediatamente. Granate da una parte, frecce e pietre dall’altra, machete e archi mischiati in una battaglia spaventosa. Vinti dal numero e dalle loro armi da fuoco, alla fine abbiamo dovuto ripiegare nelle paludi di papiro, dove abbiamo cominciato una vita un po’ vegetativa. Finché, all’improvviso, due settimane più tardi, una voce tuona: “Siamo il FPR. Fatevi vedere. Vi proteggeremo.” All’inizio non ci credevamo, perché temevamo che fosse un appello degli Interahamwe. Ma no, era davvero il FPR. Siamo stati condotti a Nyamata appena liberata. Là, ascoltavamo RTLM che diceva che il Bugesera era nelle mani dei FAR. Questa notizia ci ha fatto ridere perché si sapeva che il Bugesera era controllato dal FPR. Ma altri ci hanno detto che era un modo di far credere agli Interahamwe che non avevano perso la guerra e che dovevano continuare il genocidio. I medici del FPR ci hanno curato, ci hanno messo al regime d’acqua e le nostre gambe si sono progressivamente sgonfiate.”

22

NSANZURWIMO Patrice
79 anni, coltivatore, in prigione a Butare

Y.M. – Come avete cominciato ad uccidere?
P.N. – Ero seduto su una pietra della mia parcella. Sei gendarmi arrivano con i loro fucili. “Vieni con noi.” Li ho seguiti. Mi hanno portato davanti alcuni prigionieri e mi hanno dato un manganello coperto di chiodi.” Allora, vecchio, mi ha detto uno di loro, o ammazzi queste persone o ti freddiamo.” Allora ho cominciato a colpire i prigionieri.
Y.M. – Dove li colpivate?
P.N. – Sulla testa.
Y.M. – Quante volte?
P.N. – Due volte.
Y.M. – Nessuno si è difeso?
P.N. – No, per niente.
Y.M. – Quanto è durato tutto questo?
P.N. – Ho cominciato verso le otto e finito verso mezzogiorno.
Y.M. – Quattro ore! Ma quanti ne avete ammazzati?
P.N. – Devo averne ammazzati un po’ più di cento.
Y.M. – Allora, avete colpito duecento volte?
P.N. – Si.
Patrice risponde alle mie domande con vivacità e con un tono un po’ teatrale, ma quando gli domando se gli dispiace, è come colpito dallo stupore.
P.N. – Se ci fosse un nuovo genocidio, signora, scaverei un buco per nascondermi ed evitare di essere costretto ad ammazzare.
Y.M. – Sapete, trovo che noi, Ruandesi, meriteremmo di sparire per non contaminare gli altri popoli con il nostro crimine.

32

Innocent R.
32 anni, Twa, in prigione a Butare

Y.M. – Tu sai bene me che in tutta la storia del Ruanda, i Twa erano amici dei Tutsi. Allora, raccontami come mai li avete uccisi.
I.R. – Il cognato del brigadiere è venuto a dire che eravamo degli esseri insignificanti e che dovevamo inseguire i Tutsi scappati nella foresta, perché altrimenti saremmo stati tutti uccisi.
Y.M. – E tu hai partecipato a questa caccia?
I.R. – Sì. Ho ucciso tre Tutsi. Un certo Karasira, con un colpo di manganello. Un certo Vianney, che era un mio amico, con un colpo di lancia. E un bambino di 12 anni, con diversi colpi di pugnale.
Y.M. – Qual era il tuo stato d’animo mentre facevi queste cose?
I.R. – Era un po’ come un’epidemia. Prima di uccidere la prima volta, avevo paura. Ma dopo il primo assassinio, sono diventato molto cattivo e molto crudele. Era come se dentro di me fosse cresciuta una grande collera contro i Tutsi, senza che ne capissi il perché. Le nostre azioni non erano premeditate, agivamo sotto il dominio di una collera irrazionale fomentata in noi dalle autorità. Non ero più un essere umano.
Y.M. – E dopo, come ti sei sentito?
I.R. – Quando mi hanno arrestato, mi sono sentito sollevato e ho confessato direttamente. Era così bello tornare ad essere un essere umano. Oggi, mi rimetto alla giustizia degli uomini, accetterò la pena che mi sarà inflitta, anche se si tratta della morte. E per l’eternità mi affido alla giustizia di Dio.

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