CENTO GIORNI, UN MILIONE DI MORTI

luglio 22nd, 2009

Episodio 15-Conclusione de “La lista del Console”

Le risaie erano abbandonate, il raccolto stava marcendo senza che nessuno se ne curasse. Campi e case erano vuoti. Qua e là si scorgevano i segni della furia appena passata: qualche casa bruciata; qualche altra svuotata di tutto, compresi tetto, porte e finestre; ogni tanto, sul ciglio della strada, una jeep o un camion militare abbandonati.
Viaggiavo piano, per osservare meglio. Dai dolci declivi delle colline lo sguardo spazia lontano. Sono paesaggi che ho visto decine di volte. Ma al posto del consueto andirivieni brulicante di gente, c’era solo desolazione e vuoto. Dov’erano i ruandesi? Il genocidio, la guerra, poi la fuga in massa avevano lasciato questa terra tristemente inanimata.
Stavo entrando a Kigali. Lungo tutta la strada, dalla frontiera alla capitale avevo incontrato sette persone.
Un milione di ruandesi era stato ucciso durante il genocidio, altri due milioni, forse più, erano profughi appena oltre il confine, in Zaire, a vivere l’ultimo capitolo di quella tragedia. Quasi la metà della popolazione non c’era più. In soli cento giorni questo piccolo Paese era stato cancellato. I nuovi arrivati, il Fronte patriottico ruandese guidato da Paul Kagame, dovevano ricostruirlo dalle ceneri. Avevano vinto la guerra, avevano sbaragliato gli avversari. Ma il governo e l’esercito del genocidio si erano ritirati facendosi scudo della gente. L’avevano portata con sé, lasciandosi alle spalle solo morti e rovine.
Non mettevo piede a Kigali dal 3 maggio. Era il 21 luglio 1994. Nei trent’anni passati in Ruanda non ero mai stato assente tanto a lungo. Ma non sapevo se tornavo per restare o per l’ultima volta, per poi andarmene per sempre.
Il fuoristrada mi portava lento tra le vie più familiari. Passai davanti al mio negozio. Le saracinesche erano incredibilmente intatte: i fax, le fotocopiatrici, i computer erano ancora in vetrina. L’officina di ricarica delle gomme no, i cancelli erano spalancati. Non entrai nemmeno. Sapevo già cosa avrei trovato: i trenta container – come vidi il giorno dopo – erano stati scassinati e svuotati della merce, come pure il magazzino di pneumatici. Con mio grande rammarico, il giorno successivo avrei avuto un’altra amara sorpresa: proprio quella notte, tra il 21 e il 22 luglio, mi avrebbero saccheggiato il negozio. L’avrei trovato devastato e vuoto. La guerra era finita ma alcuni ladri e sciacalli, evidentemente, erano ancora in circolazione.
Anche le strade della capitale erano tremendamente vuote. Non si vedevano più i segni della morte che aveva abitato questi quartieri. Tutto ripulito. Ma i fatti erano tanto recenti che la memoria collocava ancora, con precisione, i luoghi delle barriere dove i miliziani fermavano, perquisivano, interrogavano, uccidevano. Mi guardai intorno cercando di immaginare dove potevano essere le innumerevoli fosse comuni.
Le cinque del pomeriggio. È l’ora in cui in Africa la luce del sole si fa un po’ più morbida, e i colori cominciano a diventare più dorati. Ricordavo che, prima della guerra, era il momento più bello della giornata, a Kigali, quando le strade col fresco della sera si animavano ancora di più.

Casa mia. Quando l’avevo lasciata non pensavo che l’avrei rivista. Un colpo di clacson, per vedere se c’era qualcuno. Li vidi spuntare al cancello, uno a uno, arrivarono tutti. Tutti e quindici. «Patron, come va? Come stai?». Erano emozionati, commossi. Io pure, ma non mi è mai piaciuto farlo troppo vedere. Si erano salvati tutti. Mi fecero mille domande, tutti insieme. E mi raccontarono i loro cento giorni. Sembrava il diario di Anna Frank, ma a lieto fine. Quattordici tutsi e un hutu. Si erano protetti a vicenda. Finché impazzavano le bande degli interahamwe, l’hutu andava ad aprire la porta, mentre gli altri stavano nascosti in soffitta. Liberata la città dall’Fpr, era l’hutu, il mio custode, ad avere paura. Durante i primi giorni, lui stava nascosto e gli altri lo proteggevano.
In quel mare di violenza e di bestialità c’era stato anche qualcuno capace di fare qualcosa di buono, di comportarsi da uomo anziché da animale. Non si erano mai traditi. Non era affatto scontato. I miei ospiti mi raccontarono che nella casa a fianco alla mia erano state uccise quattro persone perché il guardiano aveva fatto la spia. Erano nascosti in casa e li aveva fatti ammazzare. Mi dissero che li avevano sepolti poco più in basso, sul ciglio della strada. E ci sono ancora. In seguito, fu piantata una croce sulla loro tomba.
«Come avete fatto col cibo?». «Eh, Monsieur, prima abbiamo dato fondo alle scorte, poi barattavamo le bottiglie della tua cantina con roba da mangiare. Infine, sono venuti a saccheggiare. Allora è stata dura, perché non c’era più nulla da scambiare. Ma il vero problema era l’acqua. A Kigali non ce n’era più. Così ci siamo messi a bere quella della piscina. Era verde ormai, ma disinfettandola col cloro abbiamo tirato avanti. Insomma, ce l’abbiamo fatta».
Dovevo ancora entrare in casa. «Non c’è più nulla, vero?», chiesi. «No, nulla, tranne il pianoforte e qualche mobile troppo pesante da portar via», mi risposero. «Sono venuti tre volte a saccheggiare. Ma, per tua fortuna, l’ultima volta uno dei rapinatori ti conosceva, anche se non sapeva che questa era la tua casa. Quando ha letto il nome “Costa”, inciso su un mobile, ha detto che ti avrebbe custodito tutto, ma era meglio che la roba restasse da lui per evitare altre ruberie».
In effetti, in seguito mi riconsegnò oltre la metà dell’arredamento e delle nostre cose.

Varcai la soglia. Restavano i muri. Sulle pareti si intravedevano i segni del mobilio e dei quadri scomparsi. Erano spariti anche letti e materassi. Lo prevedevo, per cui mi ero portato un lettino da campo per dormire.
La casa era vuota come me, come quella città, come trent’anni della mia vita e della nostra piccola storia in Ruanda.
Su Kigali scendeva la sera. Uscii in giardino, mi sedetti su un gradino e d’istinto aprii la mia inseparabile borsa di pelle marrone. In un fascicoletto portavo con me le poche carte che avevo messo insieme durante quei cento giorni. Qualche relazione fatta all’ambasciata, fax mandati e ricevuti. Documenti. Ogni pagina una storia.
Ritrovai il fax della dottoressa Anna Ascoli Marchetti con il quale ci chiedeva di cercare Gemma Mukagashaiyja, la madre dei bambini che ospitava in Italia. E unito a quello, il nostro triste messaggio di risposta: avevamo saputo che Gemma era stata uccisa. Io mi trovavo fuori città, ed era toccato a Mariann, mia moglie, l’ingrato compito di comunicare la notizia: «Ti sono vicina con tutto il cuore», scriveva con delicatezza Mariann, «perché avrai il difficile compito di annunciare questa tragedia ai bambini».
Ritrovai le autorizzazioni rilasciateci da Sylvain Nsabimana, il giovane prefetto di Butare che ci aveva aiutato per far uscire diversi gruppi di persone in pericolo dal Ruanda. In seguito Sylvain fu messo sotto accusa al Tribunale internazionale di Arusha. Non so cosa gli imputino, ma posso testimoniare (come ho fatto con una lettera che gli ho mandato) che con me si è prodigato in tutti i modi per agevolare la salvezza di tante persone.
Ritrovai, soprattutto, le liste. Erano su carta intestata del consolato. Vi scrivevo nomi e dati delle persone che portavo fuori, con i convogli. Da Kigali, Musha, Rwamagana, Butare, Gitarama, Kabgayi.
Le scorsi. Non le avevo più guardate da quando avevo vissuto quegli avvenimenti.
23 aprile 1994. Contai i nomi: 42 persone. Frugavo nella memoria. No, erano di più, erano 51. Forse mancava una pagina. Italiani e ruandesi, laici e religiosi. Mi tornavano alla mente le immagini dei volti, quasi tutti. E del convoglio di auto che, lentamente, una barriera dopo l’altra, una trattativa dopo l’altra, arrancava verso la frontiera.
4 maggio, la spedizione dove caricai i figli del colonnello. Un gran colpo di fortuna, quello. In cambio del favore di portargli i figli in Burundi mi feci dare scorta e permessi. Uscirono 32 persone.
E poi le altre, il gruppo di Gitarama, i dipendenti dell’Astaldi, la famiglia Sunier con altri 17 ruandesi. Ritrovai un pezzo di carta con i dati di tre religiose: suor Marie, suor Esteffe, suor Anna. Ero rimasto impressionato dalla serenità di quelle missionarie. Una era piuttosto anziana, non era facile affrontare un’esperienza simile a settantaquattro anni. Eppure nulla le turbava. Non avevano mai mostrato il benché minimo segno di paura.
In quei consunti fogli di carta c’erano i nomi che avevo potuto scrivere. Mancavano quelli che non avevo incontrato, che non erano riusciti a raggiungere il posto convenuto di ritrovo, quelli che non avevo la possibilità di caricare a bordo, o che avevano scelto coraggiosamente di restare, per tante diverse ragioni.
La lista dei bambini non c’era, i 375 bambini della Croce Rossa. Probabilmente era rimasta in mano al mio compagno in quell’avventura, Alexis Briquet.
Sfogliavo quei pezzi di carta pensando che sembrava passato un secolo. Invece, tutto era avvenuto non più di due mesi addietro. Sfogliavo, e mi chiedevo se si poteva continuare a vivere in Ruanda dopo tutto ciò che avevo visto.
Ci abitavo da trent’anni, in quel Paese, più di metà della mia vita, allora. Ma i miei amici, la gran parte, non c’erano più. Tutto era cambiato, tutto era stravolto. Avevo veramente voglia di ricominciare?
Ripresi in mano una lettera del 31 maggio precedente, mandata a un mio dipendente perché mi vedevo costretto a interrompere il rapporto di lavoro. Gli avevo scritto cose molto lucide.

Caro Claude,
è con enorme tristezza che devo scriverti per porre fine al contratto di lavoro con Bandag. La decisione è definitiva perché ho perduto ogni speranza di vedere le cose ristabilirsi. Dopo la partenza da Nairobi ho fatto numerosi viaggi in Ruanda nella speranza di trovare una soluzione che permettesse di salvare qualcosa. Al contrario, sono stato testimone della dissoluzione di un Paese nella barbarie, nel tribalismo e nel vandalismo. Due giorni fa ho deciso di non ritornarci più, perché i rischi sono diventati veramente eccessivi.
Quale che sia la fine che potrà un giorno delinearsi, ho la convinzione che non sarà prossima e lascerà il Paese diviso e in guerra civile ancora per molti anni. Troppi morti, troppi assassini, la ragione ha abbandonato il Ruanda e il sangue chiama il sangue.
Credimi, caro Claude, sarei il primo a felicitarmi di essermi sbagliato e se ci sarà un minimo spiraglio, ti contatterò immediatamente.
Per il momento resto a Bujumbura per permettere a Matteo di terminare l’anno scolastico, poi rientreremo in Europa dove spero di incontrarti.
Auguri a te e alla tua famiglia.

In quel momento la guerra e la carneficina erano in corso. Il 21 luglio invece era finita. Ma mi domandavo se il Ruanda poteva riprendersi da un evento tanto drammatico e lacerante. Era un intero popolo privato dell’innocenza. Non c’era una famiglia che non avesse provato la violenza più bruta, inflitta o subita.
“E io”, mi chiedevo, “ho la forza di ricominciare?”. Perché di questo si trattava. Ricominciare da zero.

Oggi sono passati dieci anni, da quegli avvenimenti. E sono ancora in Ruanda. Alla fine, una risposta me la diedi. Ricominciai. Mi dissi che, in fondo, avrei dovuto comunque ricominciare. In Ruanda, in Italia, o in Belgio. In ogni caso dovevo tirarmi su le maniche in una realtà nuova e ripartire da capo. Ma il problema non riguardava gli aspetti economici o imprenditoriali. Si trattava di tirarsi su le maniche per ricostruire un sistema di pensieri, principi, idee, valori che erano stati terremotati da un’esperienza devastante. Volevo affrontare o rimuovere i ricordi di quei cento giorni? Volevo affrontare o rimuovere le domande inquietanti che quei fatti avevano provocato?
Alla fine, forse, non ho fatto né l’una né l’altra cosa. Ho lavorato, forse dedicando un po’ più d’attenzione agli avvenimenti sociali e politici che avvengono intorno a me. Ho rimesso in piedi le mie aziende. Ho ricominciato a tessere, in Ruanda, una nuova rete di relazioni e di amicizie. Insomma, ho semplicemente vissuto.
Ma in questi dieci anni sono tornato in alcuni di quei luoghi dell’orrore. Sono andato alla cattedrale di Nyamata, nella quale sono state uccise – pare – più di mille persone. La chiesa non è più stata usata come luogo di culto. I cadaveri sono stati sepolti, ma la chiesa è rimasta come allora. Si vede ancora il lenzuolo bianco dell’altare striato di sangue. Ci sono le chiazze sui muri e i piccoli fori sul tetto, provocati dalle schegge delle bombe a mano.
Sono andato alla scuola di Murambi, a 15 km da Butare, che è stata consacrata a monumento alla memoria. Sono entrato in tutte le aule, una a una. In quel caso i corpi li hanno lasciati esattamente com’erano, cosparsi di calce. È un groviglio di esseri umani che ricopre i pavimenti di tutte le classi della scuola.
Sono andato ogni anno a rivedere uno di quei luoghi. E ce ne sono tanti in Ruanda. Come console ho partecipato alle cerimonie di commemorazione. Ho continuato a provare incredulità, rabbia, dolore. Ogni volta mi sono ritornate alla mente immagini che forse volevo rimuovere.
Facce paralizzate dalla paura, tanto che non riuscivano più a parlare. Cani che si cibavano dei corpi delle vittime. Scene di violenza a cui ero stato costretto ad assistere impotente. Volti di amici che non ho saputo salvare.
Oggi che sono passati dieci anni, mi rendo conto che quei cento giorni sono ancora un incubo a occhi aperti, che mi ha spesso tormentato e che talvolta mi ha tolto il sonno.
Ho visto massacrare i figli di una famiglia di nostri amici, i Sebulicoco. La loro casa era sulla collina di fronte alla nostra. Ho ricevuto, due ore dopo, la telefonata allarmata della madre che mi chiedeva se tutto andava bene, e non me la sono sentita di dirle la verità. Ho saputo troppo tardi che lei e il marito, il 6 aprile, erano rimasti bloccati fuori città, in un paesino a pochi chilometri da dove avevo condotto una delle spedizioni di salvataggio. Dovevo andarci in quel villaggio. Ero stanco, era sera, non ce la facevo più. Ci mandai qualcun altro. Così non li incontrai, quei due miei amici. Non li incontrai per una stupida serie di coincidenze. E loro, due giorni dopo, erano morti. Massacrati come i figli.
Mi accadevano intorno queste cose, e io intanto dovevo andare a trattare con alcuni dei responsabili di quelle nefandezze, per ottenere il permesso di portare fuori qualche decina di persone. Loro stavano pianificando l’eliminazione di migliaia di esseri umani. E io battagliavo per una lista di qualche decina di poveracci.
Non ho fatto finta di non sapere. E quando ho potuto, ho detto quel che ne pensavo. A uno di loro che mi chiedeva un intervento diplomatico ho semplicemente risposto che smettesse di far ammazzare la gente, e poi avrebbe potuto chiedermi qualcosa. In un’altra occasione, mi trovai a cena a Gitarama con un altro di questi personaggi. Ne discutemmo a lungo, ma inutilmente. Costui era un amico, un tempo. Avevo la confidenza di chiedergli il perché di tutto ciò che stava accadendo. Sembrava invasato, fuori dalla realtà, assetato di sangue, imbevuto di folli idee razziste.
In mezzo a tanta barbarie, ho incrociato anche l’altro volto dell’umanità: gente semplice, come alcuni dei miei dipendenti, che nonostante la propaganda e la follia collettiva continuava a nascondere gente in pericolo e a compiere gesti di solidarietà; missionari che mettevano la propria vita in gioco; volontari, medici, cooperanti che senza alcun interesse o ragione personale erano venuti apposta in Ruanda per fare qualcosa, per salvare qualcuno.
Ecco, forse oggi ho la risposta da dare a quanti, all’epoca, mi domandarono «chi te lo fa fare». Di fronte a quell’apocalisse, mi afferrai forse a quei pochi brandelli di bene, al dare una mano al missionario, al carico di viveri da portare a un orfanotrofio, a un amico che potevo aiutare. Non serviva discutere con quello che sparava, né si poteva convincerlo a diventare un benefattore. Ma certo si poteva fare qualcosa.
A volte, nei momenti difficili ho corso qualche pericolo, ma ho sempre ritenuto che erano rischi calcolati, in situazioni sotto controllo.
Spesso, questo sì, mi sono chiesto perché altri non hanno cercato di farlo, specie chi ne aveva le opportunità, specie chi ricopriva una carica che gli avrebbe permesso di agire efficacemente. Perché tanti non ci hanno nemmeno provato? Perché non hanno neppure utilizzato il potere, il denaro, l’influenza che avevano per alleviare almeno una piccola parte di quelle sofferenze?
Oggi, dopo dieci anni, posso forse dire che il mio cruccio non sono solo i brutti ricordi. La cicatrice che ti resta è il dubbio che potevi fare di più, potevi prendere qualche rischio in più. Forse potevo farlo.
Alcune persone straordinarie che ho conosciuto in quel periodo, loro sì, sono arrivati fino all’estremo delle loro possibilità. Io no. In questi anni mi sono convinto che avrei potuto fare di più. C’era tanta sofferenza attorno a me, forse potevo evitarne una piccola parte, viaggiando un po’ di più, pagando qualche soldo in più.
Ho detto a qualcuno che non avevo la possibilità di portarlo fuori dal Paese. Forse era proprio così, forse avrei fallito e sarebbe finita male. Ma, forse, avrei potuto cercare di farlo lo stesso.
Questo tarlo mi si è insinuato quel 21 luglio. Perciò ho voluto partire da lì. Sono ritornato a Kigali. Ho visto cosa restava del Ruanda. Ho avuto per la prima volta la piena percezione dell’enormità del massacro. Per la prima volta ho pensato che, no, non avevo lasciato nessuno per strada. Ma non ero andato io a cercarli, non avevo dedicato tutte le energie a immaginare ogni sistema possibile per salvarne qualcuno in più.
E oggi, dopo dieci anni, mi rendo conto che non ho mai raccontato a nessuno quei cento giorni. Forse nemmeno a Mariann, fino in fondo.
So che, per sbloccare il trauma, ai bambini ruandesi facevano innanzitutto raccontare ciò che avevano visto e vissuto. E raccontandolo riuscivano lentamente a superarlo.
Spero che sia servito anche a me.

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  • 1. momi  |  agosto 14th, 2009 at 12:44

    Ciao, ho letto il post fino alla fine e mi spiace per la tua storia ma ti ammiro per quello che hai fatto, per la forza che hai avuto e per averne parlato in quanto mi sembra che questa storia sia stata presa sotto gamba per comodità. Ti dirò di più io scrivo e sto cercando di scrivere una storia su questo, e cerco qualcuno che mi racconti me ne parli e mi dia una mano… se te la senti, contattami momi_m@hotmail.it

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