TESTIMONIANZE DAL GENOCIDIO/14

luglio 23rd, 2009

Brani tratti dal libro “Le ferite del silenzio” di Yolande Mukagasana

 14

MUKANTESI Francine
14 anni, superstite, Nyamata

Y.M. – Il giorno in cui il presidente è morto, dove siete fuggiti, tu e la tua famiglia?
F.M. – Nella chiesa di Ntarama e alle paludi.
Y.M. – Spiegami. Quali paludi?
Francine tace all’improvviso. Non c’è più modo di farle dire una parola. Le racconto la mia storia di superstite. Quando le dico che avevano addirittura annunciato alla radio che ero morta, Francine ride e mi abbraccia. Ha ritrovato la fiducia e mi racconta la sua fuga e come i suoi genitori sono stati uccisi.
Y.M. – E che cosa hai fatto dopo il genocidio?
F.M. – Sono stata affidata ad una donna superstite, mutilata del braccio destro e a suo marito. Mi occupo dei loro bambini.
Y.M. – Vai a scuola?
F.M. – Non sono più stata a scuola dal genocidio. Mi sono fermata alla seconda elementare.
Y.M. – Hai voglia di tornare?
F.M. – Si, certo.
Y.M. – Sei pronta a studiare con bambini di nove anni?
F.M. – Ne sarei felice.
Y.M. – E per il momento, non sei felice?
Lungo silenzio.
Y.M. – Ti farò tornare a scuola in settembre.

Francine sorride dolcemente.

 

 23

Emeline
20 anni, superstite, Kigali

E. – Non ero con i miei genitori quando il presidente è morto, ero dalla mia madrina. Era abbastanza lontano da casa mia, non sono potuta tornare e ho cercato di fuggire con la sua famiglia. Il consigliere comunale ci aveva promesso la sua protezione, era un grande amico della mia madrina. All’inizio, non mi voleva ma poi ha accettato. Ad un certo punto, non potevamo più restare rinchiusi, dovevamo muoverci perché gli omicidi aumentavano. Abbiamo dovuto separarci per proteggerci meglio. Alla fine, tutta la famiglia è stata uccisa, io sono l’unica sopravvissuta.
Tutto questo fa parte del passato, la vita continua ma faccio fatica ad affrontarla perché provo un dolore molto profondo.
Y.M. – Spiegami.
E. – Non riesco ad occuparmi degli orfani dei miei fratelli e delle mie sorelle. Sono tutti ospitati in famiglie hutu che erano nostri vicini. I bambini non vogliono restarci, sono infelici, pensano che si tratta delle stesse persone che hanno ucciso i nostri cari.
Y.M. – Cosa pensi fare oggi?
E. – Non lo so, ho solo 20 anni, ho appena terminato i miei studi di lettere classiche. Se lavorassi ora, non avrei mai uno stipendio abbastanza alto per occuparmi bene di loro. Ma ho anche dei dubbi se continuare i miei studi perché so che i piccoli non stanno bene là dove sono.
Y.M. – Che cosa desideri prima di tutto?
E. – Una casa per farci vivere i bambini.
 

33

NDAHIMANA Matthieu
35 anni, assistente medico, in prigione a Butare

Durante tutto il colloquio, Matthieu sembra rivedere il film dell’orrore che ha compiuto. La sua elocuzione è a scatti, puntuata da lunghi silenzi durante i quali il suo sguardo erra al suolo. Poi, come se tornasse in sé, mi guarda di nuovo come per trovare in me la forza di parlare.
M.N. – Vorrei dirvi, signora, che ho tradito la mia professione e la mia coscienza … Ho ucciso quando avevo come missione di salvare la vita … Ho cercato di incontrare le persone alle quali avevo fatto del male … Il mio rammarico è ancora più forte perché, dopo il genocidio, sono stato accolto dalle famiglie di coloro che avevo ucciso… Mi dicevano che non capivano come avevo potuto partecipare al genocidio e che ero sempre stato un uomo esemplare. È vero. Neppure io capisco cosa mi è successo … Quello che so, è che mi hanno insegnato a sparare con un fucile, e che ho sparato. Due volte. Proprio in mezzo ad una folla di donne e di bambini … Ringrazio Dio di essere ancora vivo per poter chiedere perdono … Ma io sono un uomo morto …
Y.M. – E io, Matthieu, vi dico che siete ancora vivo perché ora sapete dove si trova il male, chiedete perdono e cercate di lavorare per la pace tra i Ruandesi. Sareste disposto a girare il mondo con me per testimoniare, voi come artefice del genocidio, io come vittima, per riportare la pace nell’umanità?
M.N. – Si. Certo. Sono pronto.

Matthieu piange a lungo, la testa tra le mani. Ed io pure.

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