TESTIMONIANZE DAL GENOCIDIO/2

aprile 20th, 2009

Testimonianze dal genocidio
Brani tratti dal libro “Le ferite del silenzio” di Yolande Mukagasana

 adeline

Adeline U.
22 anni, superstite, Kigali

A.U. – Quando ero nella chiesa di Ntarama, mi ha colpito soprattutto un’immagine. Mi è rimasta impressa nella memoria. Un uomo abbastanza grande era all’entrata della chiesa, vestito di foglie di banano. Ha detto ai suoi colleghi assassini: “Aspettate prima di uccidere altrimenti nella mischia rischiamo di ammazzare degli Hutu”. Poi, girandosi verso di noi, ha detto: “Se c’è un Hutu tra voi, che esca e ci faccia vedere la sua carta d’identità”. “E se non ha la carta d’identità?” chiese qualcuno. “Che dica allora di chi è figlio, sapremo identificarlo.” Allora, quasi tutti i bambini si presentarono dicendo che erano hutu, ma che la loro madre era Tutsi. A mano a mano che si presentavano, gli autori del genocidio tagliavano loro la mano …
Y.M. – È a causa di questi ricordi orribili che non avevi testimoniato?
A.U. – Ho rifiutato di testimoniare fino ad oggi. Ma tu mi ispiri fiducia. È per questo che ti racconto …
Y.M. – Nessuna ONG è venuta in vostro aiuto durante il genocidio?
A.U. – Non ne ho vista nessuna …
Y.M. – Cosa pensi del tribunale di Arusha?
A.U. – (dopo un lungo silenzio) Nel nostro paese la giustizia non esiste? Se hanno fatto un tribunale ad Arusha, non è certo per renderci giustizia. Devono averci un loro interesse.



 onesphore

NANGWAHAFI Onesphore

41 anni, rilevatore di censimento, Mugusa (Butare)

N.O. – Siamo stati manipolati. Le autorità ci hanno detto che era a causa dei Tutsi dell’interno che il FPR invadeva il paese, che se li avessimo uccisi tutti, il FPR avrebbe smesso la guerra e soprattutto i soldati del FPR assassinavano gli Hutu in modo atroce. È quello che mi ha convinto ad uccidere.
Y.M. – Quante persone avete ucciso?
N.O. – Ne ho uccise otto, di cui una da solo, con il machete.
Y.M. – Quella che avete ucciso da solo, aveva dei parenti?
N.O. – Resta un bambino e una donna anziana.
Y.M. – Avete dei rimorsi?
N.O. – Quando si ha peccato come me, non si ha più pace interiore. Ma dichiararmi colpevole mi ha un po’ calmato. Sento il mio cuore un po’ più tranquillo. Ma la vera tranquillità, non la conoscerò mai più.
Y.M. – Se, invece di lasciarvi in prigione, vi si dicesse di occuparvi di quei due superstiti, ne sareste capace?
N.O. – Io … non so… credo di si, che proverei. È così difficile.
Y.M. – Avete voglia di testimoniare?
N.O. – Si. Voglio dire quello che ho fatto. Se tutti quelli che hanno fatto il male lo confessassero, il perdono potrebbe rinascere.


  

eugenie

 N. Eugénie

32 anni, superstite della chiesa di Nyamata

“Quindici giorni dopo l’attacco della chiesa, ero ancora là, mezza morta, nuda tra i cadaveri che marcivano sopra di me. Mi avevano maciullato le mani e tagliato i tendini dei piedi. E avevo la testa coperta di colpi di machete, il mio collo era mezzo aperto. Ero coperta di bacarozzi, ne ho addirittura mangiati perché ne avevo in bocca. Non mi rendevo conto che i miei genitori, i miei figli, mio marito erano morti. Non mi rendevo conto di niente. Non potevo stare in piedi. Avevo fame. Mi sono trascinata sul lato meno doloroso fino all’esterno. Là, ho incontrato gli assassini.
“Eri nella chiesa?” – Si. – Allattavi i tuoi bambini morti? – Si. – Te, non ti vuole nemmeno la morte. – Finitemi, vi supplico. – Non vogliamo sporcarci le mani. Mi hanno sputato sul viso uno dopo l’altro e se ne sono andati. Sono tornata nella chiesa dove ho trovato delle patate dolci che ho mangiato. Ho cercato dei vestiti sui cadaveri, li ho infilati come potevo. Gli assassini sono tornati poco dopo e mi hanno svestita di nuovo. Mi hanno detto: “Devi restare nuda fino alla fine della tua vita.” …

Oggi, sono le due piccole orfane di mio fratello, che ho raccolto dopo il genocidio, che mi vestono ogni mattina. Non racconto la mia storia a nessuno, perché sono disgustata dalla natura umana. L’uomo ha distrutto tutto in me. Ho accettato di testimoniare solo perché anche tu sei una vedova che ha perso i suoi figli. Abbiamo una storia simile. È per questo che ho fiducia in te.”

 

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