il 18 luglio 1994 le ultime truppe fedeli al governo genocidario ancora in Rwanda vengono sconfitte dal FPR; il giorno prima, il 17 luglio, Gisenyi, città nell’angolo nord-occidentale del Rwanda sul confine con lo Zaire, ultima roccaforte ruandese dell’Hutu Power, era capitolata: è la fine della guerra civile e del genocidio.
Oggi terminiamo simbolicamente anche queste intense quindici settimane di campagna informativa su una delle più tremende tragedie della Storia dell’umanità, sperando di aver contribuito a rendere un pò di giustizia alle vittime con la nostra testimonianza e di aver svegliato un pò le coscienze sul rischio di scivolare più o meno consapevolmente in derive persecutorie, che partono dalla negazione dei diritti ad una qualche minoranza (i nomi storicamente dati a queste minoranze sono molteplici: armeno, indiano americano, ebreo, zingaro, tutsi, indios, tibetano, extra-comunitario, clandestino) e possono finire con un genocidio.
L’associazione Bene Rwanda ringrazia tutti coloro che ci hanno seguito e coloro che ci hanno dato un contributo indispensabile per informare, incontrarci e per discutere di quelli che sono temi sempre di attualità in quanto alla base della nostra cultura e della nostra capacità di convivere civilmente: la tolleranza, l’amicizia fra popoli, l’incontro e l’accettazione del diverso, l’accoglienza. Sopra tutto la verità e la giustizia che molte persone nel mondo, non solo i sopravvissuti del genocidio del Rwanda, stanno ancora cercando.
Ringraziamo allora, in particolare, l’associazione Peace Culture! senza il cui fondamentale contributo ben poco di tutto questo sarebbe stato possibile, il Maestro Dario Fo, che ci ha onorato di un video e di alcune sue opere pittoriche, Beppe Grillo che ci ha dato spazio sul primo blog d’Italia, Daniele Scaglione, Niccolò Rinaldi (che intanto è stato eletto al Parlamento Europeo!!!), Jacopo Fo, Federico Marchini, Luciano Scalettari e il nostro piccolo grande eroe Pierantonio Costa che ci ha fatto ricordare di essere, in fondo in fondo, “italiani brava gente”. Un ringraziamento anche a tutti coloro che attraverso articoli, interventi e collaborazioni hanno sostenuto la nostra campagna.
L’ultimo e più sentito ringraziamento va però a loro, i sopravvissuti e i testimoni del genocidio, che ci hanno onorato della loro parola. Siamo coscienti che aver dato loro voce rappresenta nient’altro che un piccolissimo passo verso la giustizia che reclamano, ma pensiamo che anche questo piccolo sforzo possa avere una sua importanza non solo per loro ma anche e soprattutto per noi che possiamo far tesoro del loro insegnamento. Yolande Mukagasana, Emmanuel Murangira, Vedaste Kaisabe, e lo scrittore senegalese, Boubacar Boris Diop, hanno consapevolmente scelto di rivivere un incubo nella speranza di trasformarlo nel sogno di un’umanità più giusta che non ripeta gli errori del passato. Il nostro ringraziamento va anche ai membri della Onlus, alla Comunità ruandese e a tutti gli africani che ci dimostrano la loro fiducia appoggiando entusiasticamente le nostre iniziative. Attraverso loro continueremo a raccontare il meccanismo dei genocidi sul nostro sito, nei nostri incontri, nei nostri libri, nelle scuole.
Il 31 maggio 1994 il Capitano dei Caschi Blu senegalesi, Mbaye Diagne, viene ucciso da una granata di mortaio che colpisce in pieno la sua jeep. Il capitano Mbaye Diagne, a dispetto delle regole di ingaggio dell’ONU che proibivano ai membri dell’UNAMIR di intervenire e di salvare i civili, aveva salvato centinaia di persone dall’inizio del genocidio, nascondendole in un numero massimo di cinque alla volta nella sua jeep, sfruttando le sue conoscenze tra i militari delle FAR e le milizie estremiste, per passare i posti di blocco. Utilizzava il suo carattere amichevole e la sua abilità nello sdrammatizzare le situazioni di tensione con scherzi e occasionali offerte di sigarette e piccole somme di denaro. Dopo l’omicidio del primo ministro Agathe Uwilingiyimana e di suo marito, la mattina del 7 aprile, aveva salvato con lo stesso metodo i loro quattro figli, trasportandoli fino all’aeroporto di Kigali, correndo il rischio in piena autonomia e senza l’appoggio delle forze di sicurezza ONU.
Mbaye Diagne, musulmano, era nato alla periferia di Dakar, in una famiglia povera con nove figli. E’ stato il primo della sua famiglia a frequentare il college. Dopo essersi laureato all’Università di Dakar, si è arruolato nell’esercito dove ha intrapreso la carriera militare. Dopo la sua morte, è stato sepolto in Senegal con tutti gli onori militari. Ha lasciato una moglie e due figli piccoli.
Quest’anno ricorre il quindicesimo anniversario del genocidio dei tutsi avvenuto in Rwanda nel 1994, in cui furono uccise più di 800.000 persone fra tutsi e hutu moderati.
In occasione di tale ricorrenza, la diaspora rwandese in Italia, in collaborazione con la diaspora rwandese nel mondo, ha organizzato “One dollar campaign”, una campagna di raccolta fondi per la costruzione, in Rwanda, di case da destinare a più di cinquecento ragazzi, rimasti orfani durante il genocidio e attualmente privi di dimora. La campagna, iniziata in aprile 2009, durerà cento giorni, tanti quanti furono i giorni del genocidio del 1994, scatenatosi il 7 aprile e protrattosi fino al 4 luglio di quell’anno. Chi volesse partecipare può versare il proprio contributo sul seguente conto corrente, aperto dal Consolato rwandese in Italia: IBAN: IT 40 W 03069 03216 100000003709.
5 giugno: Un cargo canadese che porta generi di soccorso a Kigali è costretto a tornare indietro a causa dei pesanti bombardamenti attorno all’aeroporto.
6 giugno: Apertura del 30° summit dell’Unione Africana a Cartagine in Tunisia.
L’esercito governativo ruandese lancia un attacco su vasta scala contro le truppe del FPR nella regione di Kabgayi.
8 giugno: Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU adotta la risoluzione 925 che estende il mandato dell’UNAMIR fino al dicembre del 1994.
Zura Karuhimbi è nata in Rwanda da un famiglia Hutu. Durante il genocidio del 1994, Zura ha salvato la vita di oltre 100 Tutsi nascondendoli nella sua casa di Gitarama, la seconda città più grande del paese dove il numero delle uccisioni fu particolarmente alto. Zura è oggi una vecchia signora di 84 anni con dietro di se una vita contadina quale può averla una semplice donna Hutu: lavoro figli, lavoro figli e ancora lavoro e figli. Il marito é deceduto e anche alcuni dei figli non ci sono più, rimpiazzati però da numerosi nipotini. Da giovane, sul finire degli anni ‘50 e l’inizio ‘60, rimase molto impressionata dagli sforzi che sua madre fece all’epoca delle prime persecuzioni per salvare e aiutare dei Tutsi. Questi fatti la inspirarono certamente quando le stesse persecuzioni ricominciarono all’epoca del potere Hutu negli anni ‘90.
Allo scoppio del genocidio la sua casa divenne il rifugio di molti disperati. Zula cercò, in tutti i modi, di aiutare i rifugiati tutsi nascondendoli in casa, nei vicini campi, sugli alberi, e utilizzando la sua reputazione di guaritrice animista. Zura ha la reputazione di conoscere la medicina tradizionale e con questo suo sapere aiuta quanti glielo chiedono. Proprio basandosi sulle antiche credenze dei ruandesi, Zura lavorò sul suo aspetto e sui suoi modi da stregone del villaggio. In questo modo riusciva ad incutere timoree a tener lontani gli estremisti Hutu che cercavano i Tutsi per decimarli. Una volta, di fronte all’intenzione dei miliziani di bruciare la sua casa, Zura cominciò a evocare i suoi poteri convincendo gli assalitori che le loro famiglie rischiavano tremende maledizioni se avessero dato seguito alle minacce. L’altro sistema utilizzato da Zura per proteggere i Tutsi era quello di mettere grossi lucchetti alle porte e tener sempre con se le chiavi. I miliziani, insospettiti, si avvicinavano spesso al retro della casa per ascoltare eventuali colpi di tosse che tradissero i rifugiati. Accortasi di ciò la vecchia signora cominciò a somministrare ai suoi ospiti le sue medicine tradizionali che curarono la tosse rendendo impercettibile dall’esterno la loro presenza.
A conclusione del genocidio Zura ha ricevuto una medaglia d’onore dal presidente della Repubblica Paul Kagame. La porta sempre con sé insieme al portachiavi che salvò la vita ai suoi fratelli Tutsi. Nel 2009 è stato piantato un albero per Zura nel Giardino dei Giusti di Milano. Zura è una contadina e non ha ricevuto un’educazione scolastica. Una cosa che la mette a disagio è, per esempio, indossare le scarpe. Non le ha mai messe, ha sempre camminato a piedi nudi. Quando le mette, non sta in equilibrio. La sua storia è raccontata dalle persone che ha salvato.
Wellars era un uomo sposato, aveva quattro figli prima del genocidio. Sono stati tutti uccisi e lui si è risposato, oggi ha sei figli: Quando sono arrivato a casa di Zura, c’erano molte altre persone. Una sua vicina, delle ragazze, un vecchio che si chiamava Bucyeye. Sono gli unici che sono riuscito a riconoscere. Zura ci nascondeva in posti diversi. Non riuscirò mai a raccontarvi ciò che ha fatto per me senza tradire. Perché? Non solo mi dava da mangiare, ma quando volevo fare i miei bisogni, mi portava una specie di recipiente, metteva della cenere per non far sentire il cattivo odore e andava a svuotarlo e pulirlo.
C’era un posto di controllo davanti a casa sua. Per tirarci su di morale, ci diceva di aver messo delle cose davanti alla casa e che nessun assassino avrebbe potuto oltrepassare l’entrata del suo campo per ucciderci. Un giorno, i militari sono arrivati. Venivano a cercare degli amuleti contro la morte al fronte. Lei si è lamentata degli assassini di questo posto di blocco poi ha dato non so cosa ai militari e questi se ne sono andati. Andando via, hanno fatto togliere il posto di blocco. Talvolta si metteva un bambino sulla schiena per salvarlo e mentiva agli assassini, dicendo che era il figlio di sua figlia, e il bambino sopravviveva. Mi ricordo anche di un assassino di nome Somayire, ora è morto, ha voluto violentare una bambina di otto anni ed è stata una guerra tra lui e Zura.
Una cosa mi ha comunque fatto sorridere: le credenze dei Ruandesi. Un giorno, i militari sono arrivati a casa di Zura perché avevano saputo che lei era una guaritrice tradizionale. Sono venuti a chiederle delle medicine per non essere raggiunti dai proiettili. Lei dava loro dei prodotti che non vedevo e garantiva loro che non sarebbero stati raggiunti dai proiettili. Che risate. Diceva agli assassini di possedere degli spiriti cattivi e che li avrebbe liberati se avessero continuato a infastidirla. I militari hanno creduto talmente in lei che sono stati loro stessi a levare il posto di blocco che si trovava davanti alla sua casa e che era gestito dagli Interahamwe. Ad ogni modo, è grazie a lei che molte persone sono rimaste in vita. Ho supplicato Zura di venire a vivere da me, perché credo che sia in pericolo di morte, ma lei ha rifiutato.
Emmanuel è un ragazzino, che non conosce la propria età. Il nome gli è stato dato da Zura, perché lo ha preso dalla schiena del cadavere di una donna, che suppone sia sua madre. Zura lo ha chiamato Emmanuel Bizimana. Bizimana significa (è solo Dio che sa):
Mi ha fatto talmente tanto bene che non so neanche come parlarne. È grazie alla sua bontà che sono vivo, perché è a lei che devo la vita. È stata mia madre, mio padre, mia nonna, mio fratello, mia sorella, tutto. E non si è mai lasciata vincere dalla stanchezza. Alcuni le hanno consigliato di abbandonarmi, con il pretesto che non le sarei servito a niente, ma lei ha resistito. Molte volte volevano uccidermi, lei mi ha protetto. Era molto povera, ma tutto ciò che mi ha potuto offrire, l’ha fatto con un tale amore che tutto mi è sempre piaciuto. Non ho mai desiderato di più. Vivevamo di niente, come quelli che avevano tutto. Insieme, eravamo felici. Per me è mia madre. Non mi ha negato niente ed è lei che ho visto crescendo. Mi ha allattato con un seno vuoto che mi piaceva, mi portava sulla schiena, mi ricordo di tutto questo. Mi ha attaccato al seno con una busta di latte che nascondeva sotto la maglia, è grazie a questo che adoro il latte. Faceva un buco in una busta di latte di mucca, legava l’estremità al seno e io credevo che il latte le uscisse dal seno. Poiché non finivo la busta, chiudeva quell’estremità e dormivamo. Quando mi risvegliavo, piangevo perché volevo il latte. Lei faceva un altro buco e mi allattava. Aveva sempre anche un thermos di latte vicino al letto e ha cominciato a darmi il latte con il biberon. Poi ha iniziato a darmi le pappe.
Ha un nipote che ha cercato di uccidermi. Mi ha mentito dicendomi che voleva darmi una banana matura. Ho accettato, ero troppo piccolo. Ero più piccolo di un pellicano. Ero come un infermo di mente, credo a causa dei pezzetti di ferro che Zura mi ha detto di avermi tolto dalla testa quando mi ha trovato sulla schiena del cadavere di mia madre. Mi ha messo in una fossa, nella quale venivano fatte maturare le banane per farne succhi e birra di banane. Mi ha chiuso dentro con corde e foglie di banano, ci ha messo una tavola sopra e se n’è andato. Non era molto che le banane erano state tolte e c’erano tante formiche dentro. Mi hanno punto, ho pianto e quando piangevo mi entravano in bocca. Mi sono entrate nel naso, nelle orecchie. Intanto, Zura mi cercava. Alla fine mi ha trovato e mi ha portato via, ha urlato, ha pianto, perché ero pieno di formiche su tutto il corpo, che uscivano anche da tutti gli orifizi. Ha perso la testa, insomma. Ha preso il suo pareo, ha cominciato ad asciugarmi negli occhi come se stesse strofinando per terra, non mi spiego come non sono diventato cieco. Mi ha lavato con acqua calda, mi ha fatto bere acqua calda che mi bruciava. Mi diceva che doveva uccidere le formiche che erano entrate in gola e nello stomaco. Me le ha tolte dalle orecchie. Ha preso un filo d’erba, me lo ha messo nel naso e ho starnutito tante formiche, e piano piano sono guarito. Non puoi immaginare tutto il bene che ha fatto per me, in mezzo ai nemici che volevano solo la mia morte. Non sono il solo, anche se non tutti glielo hanno reso. Non so come parlare di lei perché non smetterei mai.
Zura Karuhimbi è nata nel 1915 in Rwanda da un famiglia Hutu. Durante il genocidio del 1994, Zura ha salvato la vita di oltre 100 Tutsi nascondendoli nella sua casa di Gitarama, la seconda città più grande del paese dove il numero delle uccisioni fu particolarmente alto. Zura è oggi una vecchia signora di 84 anni con dietro di se una vita contadina quale può averla una semplice donna Hutu: lavoro figli, lavoro figli e ancora lavoro e figli. Il marito é deceduto e anche alcuni dei figli non ci sono più, rimpiazzati però da numerosi nipotini. Da giovane, sul finire degli anni ‘50 e l’inizio ‘60, rimase molto impressionata dagli sforzi che sua madre fece all’epoca delle prime persecuzioni per salvare e aiutare dei Tutsi. Questi fatti la inspirarono certamente quando le stesse persecuzioni ricominciarono all’epoca del potere Hutu negli anni ‘90.
Fine maggio: Riunione, a porte chiuse, a Parigi degli ambasciatori dei Paesi dell’Africa francofona “amici della Francia”, i quali invitano i dirigenti francesi ad opporsi alla “destabilizzazione” del Ruanda per opera del FPR.
29 maggio: Il FPR conquista Nyanza.
31 maggio: Il Capitano dei Caschi Blu senegalesi, Mbaye Diagne, viene ucciso da una granata di mortaio che colpisce in pieno la sua jeep. Il capitano Mbaye a dispetto delle regole di ingaggio dell’ONU che proibivano ai membri dell’UNAMIR di intervenire e di salvare i civili, aveva salvato centinaia di persone dall’inizio del genocidio, nascondendole in un numero massimo di cinque alla volta nella sua jeep, sfruttando le sue conoscenze tra i militari delle FAR e le milizie estremiste, per passare i posti di blocco. Utilizzava il suo carattere amichevole e la sua abilità nello sdrammatizzare le situazioni di tensione con scherzi e occasionali offerte di sigarette e piccole somme di denaro. Dopo l’omicidio del primo ministro Agathe Uwilingiyimana e di suo marito, la mattina del 7 aprile, aveva salvato con lo stesso metodo i loro quattro figli, trasportandoli fino all’aeroporto di Kigali, correndo il rischio in piena autonomia e senza l’appoggio delle forze di sicurezza ONU.
Il Segretario Generale dell’ONU riferisce al Consiglio di Sicurezza sulla missione speciale del Sottosegretario Generale Iqbal Riza e del Consigliere Militare J. Maurice Baril in Ruanda, raccomandando al Consiglio di autorizzare un’estensione del mandato per l’UNAMIR.
1 giugno: L’UNAMIR celebra un minuto di silenzio e un picchetto d’onore all’aeroporto in onore del Capitano Mbaye.
(ASCA-AFP) – Arusha, 28 mag – La giustizia italiana ha rimesso in liberta’ tre mesi prima della scadenza della sua pena un detenuto condannato dal Tribunale penale internazionale per il Ruanda (Tpir) per il suo coinvolgimento nel genocidio ruandese senza avvertire il Tpir. Lo ha fatto sapere il portavoce del tribunale.
Unico non ruandese a essere stato incriminato dal Tpir, George Ruggiu, ex animatore italo-belga di Radio-televisione libera delle mille colline (Rtlm) era stato condannato a 12 anni di reclusione il primo giugno 2000 dopo essere stato riconosciuto colpevole di isitigazione diretta e pubblica a commettere il genocidio e di persecuzione.
Arrestato in Kenya nel luglio 1997 e incarcerato nel centro di detenzione del Tpir ad Arusha, in Tanzania, era stato trasferito in una prigione italiana nel febbraio 2008, in base a un accordo sull”’esecuzione delle condanne” concluso tra Italia e Nazioni Unite il 17 marzo 2004.
”Secondo informazioni raccolte informalmente dal tribunale presso le autorita’ giudiziarie locali in Italia, Ruggiu e’ stato liberato il 21 aprile”, ha detto all’Afp il portavoce.
”A oggi, il Tpir non ha ricevuto risposta a due corrispondenze ufficiali inviate al ministero della Giustizia italiano che chiedevano all’Italia di notificare prontamente al tribunale ogni possibilita’ di liberazione anticipata per Ruggiu, per permettere al presidente del Tpir di prendere una decisione definitiva”, ha aggiunto.
Lo statuto del Tpir prevede che ‘’se il condannato puo’ beneficiare di una grazia o di una commutazione di pena in base alle leggi dello Stato nel quale e’ detenuto, questo Stato avvisi il tribunale”.
”Una grazia o una commutazione di pena e’ concessa solamente se il presidente del Tpir, dopo aver consultato i giudici, decide in tal senso”, si legge ancora nello statuto del tribunale.
Brani tratti dal libro “Le ferite del silenzio” diYolande Mukagasana
Alice M.
28 anni, superstite, Nyamata A.M. – Un camion si è fermato davanti alla nostra casa, sono entrati degli uomini in uniforme da militari e da gendarmi. Uno di loro ha detto: “che bella ragazza, non ho il coraggio di ucciderla”. Ha frugato la casa, ha saccheggiato tutto, ha persino preso gli abiti che indossavo. Un secondo assassino ha preso mio figlio in braccio e lo lanciava in aria con violenza. È così che l’ha ucciso. “Suicidatevi signora, diceva, il Dio dei Tutsi è morto, non avete nessuna possibilità di sopravvivere”. Mio marito era riuscito a nascondersi. Io ho ricevuto un colpo sulla testa e sono svenuta. Quando se ne sono andati, mio marito mi ha scosso per svegliarmi e fuggire verso la Chiesa di Ntarama. Là, c’erano solo cadaveri. Allora abbiamo raggiunto la resistenza nella nostra zona e siamo rimasti là fino alla morte di tutti i sopravvissuti. Ci siamo allora nascosti nelle paludi. È là che mi hanno tagliato il braccio.
Y.M. – Chi ti ha tagliato il braccio?
A.M. – È difficile dirlo perché siamo stati attaccati da diversi gruppi di assassini. Mi ricordo solo che il giorno in cui ho avuto il braccio tagliato, ho visto che buttavano nell’acqua mio marito e lui non sapeva nuotare… Sanguinavo e ho perso conoscenza. Quando mi sono svegliata, parecchi giorni dopo, ero in una specie di ospedale. Mi ricordo che quando mi hanno tagliato la mano, non ho avuto male, ho solo sentito le ossa rompersi; dopo, ho avuto molto male.
Y.M. – Vedo che avete avuto due bambini dopo il genocidio, questo vi ha fatto dimenticare il vostro bambino ucciso?
A.M. – No, per niente. Amo anche loro ma niente può farmi dimenticare il mio bambino morto. È una ferita che non si cicatrizzerà mai.
Y.M. – Fai parte di questa associazione di handicappati che ho incontrato?
A.M. – No, non ho il tempo. Ho avuto due bambini dopo il genocidio e ho accolto tre orfani. Ho solo una mano, non è facile lavorare. Con mio marito, dobbiamo cercare di trovare qualcosa per nutrire questi bambini. Non ho il tempo di partecipare a delle riunioni di associazione.
Y.M. – Bisogna provare perché è importante essere con gli altri e poter parlare.
A.M. – È vero, a volte ci sentiamo molto soli di fronte a noi stessi.
André H.
34 anni, autore del genocidio, prigione di Kigali
Y.M. – Perché sei in prigione?
A.H. – Sono stato arrestato perché dicono che ho partecipato al genocidio.
Y.M. – E non è vero?
A.H. – Non è vero. Non ho ucciso nessuno.
Y.M. – Hai dei testimoni della tua innocenza?
A. H. – Sfortunatamente no. Tutti i miei vicini sono contro di me, persino quelli che erano con me durante il genocidio.
Y.M. – Perché pensi che sono contro di te?
A.H – Non so.
Y.M. – Dove stavi durante il genocidio?
A.H. – Ero a casa mia, ero molto malato e sono rimasto a letto.
Y.M. – Sei rimasto a letto per tre mesi?
A.H. – Sì, non mi sono mai alzato.
Y.M. – Non hai visto il genocidio?
A.H. – No.
Y.M. – Non sei scappato dalla guerra?
A.H – Sì, sono andato nello Zaire.
Y.M. – Quando sei tornato?
A.H. – Qualche mese fa.
Y.M. – Perché non sei rientrato prima?
A.H. – Perché tutti dicevano che ho ucciso un bambino di 12 anni e altre persone.
Y.M. – E conoscevi questo bambino?
A.H. – Sì, ma non l’ho ucciso, sono solo passato vicino al suo cadavere.
Prima dell’incontro, ho chiesto di che cosa era accusato quest’uomo. Mi hanno detto che ha commesso molti omicidi durante il genocidio. Avrebbe violentato un bambino di 12 anni prima di ucciderlo. Ne ho avuto abbastanza di ascoltarlo, era troppo duro e ho dovuto smettere.
K. Caritas, G. Jean-Marie-Vianney
8 anni e superstiti entrambi, Ngoma (Butare)
Caritas ride quando le chiedo se devo togliermi gli occhiali per parlarle. Parla con calma.
“Gli assassini hanno prima ucciso mamma. Lei ci gridava di non restare con lei, di fuggire. Quando mamma è morta, abbiamo vagato. Ma ci siamo imbattuti in altri assassini che ci hanno colpito con dei machete e gettati, mio fratello Alphonse, mia sorella Cérapia ed io, in una fossa. Solo io non ero stata colpita. Ma ho constatato che Alphonse era morto e che Cérapia aveva una grande ferita sul collo. Venuta la notte siamo riuscite a scappare, Cérapia ed io, e abbiamo vagabondato nascondendoci tra i cespugli. Il giorno dopo, abbiamo camminato e siamo arrivate ai piedi di una collina dove abbiamo trovato una piccola pozza riempita di cadaveri. Tra i corpi, c’erano degli spazi in cui si vedeva l’acqua, rossa a causa del sangue che vi era scorso. Ma avevamo talmente sete che abbiamo bevuto lo stesso.”
La madre adottiva di Caritas assisteva al colloquio. Mi spiega che Caritas ha avuto molti problemi psicologici dopo il genocidio. Non dormiva, si innervosiva per nulla, non accettava nessuna osservazione. Ma ora va meglio. Il suo ricordo del genocidio è totale.
Jean-Marie-Vianney
“Eravamo in una chiesa, ma la chiesa è bruciata. Siamo scappati di corsa. Mamma mi portava sulla schiena. A una barriera, ci hanno picchiato. Ho ricevuto un colpo molto violento sulla gamba. E poi mamma un giorno ha detto che andavamo nel Burundi. E poi un giorno hanno ucciso mamma. E poi, mi hanno portato in Europa, in un ospedale. E mi hanno curato. Mi facevano delle iniezioni. Oggi la mia gamba mi fa ancora male.”
Jean-Marie-Vianney è il fratello di adozione di Caritas. Nonostante un trattamento in Germania a causa di un trauma psicologico grave, si ricorda solo questi fatti e il suo soprannome: Kibonge, il cicciottello. È diventato un bimbo troppo calmo per la sua età.
Ferocia nera o barbarie bianca?
Sento ancora la voce di quel missionario.
«Come ti chiami?».
«Yolande».
«Yolande come?».
«Yolande Mukagasana».
«Ancora un nome da selvaggio. Come vuoi che possa ricordarmelo?».
Avevo ormai perso il conto dei miei viaggi. Arrivavo e ripartivo in continuazione. La tragedia sembrava non avere fine, e si moltiplicavano le richieste d’aiuto, le segnalazioni, i tentativi di portare fuori gruppi di persone in pericolo. Eppure non si poteva fare molto: aiutare quei pochi con cui entravi in contatto, aggregare qualcun altro a un convoglio. Gli altri, tutti gli altri, erano abbandonati a se stessi.
Il 3 maggio volli arrivare alla capitale, Kigali, accompagnato da Marziano Bettega, il direttore dell’Astaldi, e da un militare. Lungo il percorso c’erano sempre moltissimi barrage, ma anche tanti sfollati accampati in qualche modo ai bordi della strada. Si erano fatti una capanna con quattro rami e un telo azzurro delle Nazioni Unite. Erano hutu che fuggivano dalla guerra. L’Fpr stava vincendo. Conquistava pezzi di territorio, e aveva preso anche il campo militare di Kanombe, nei pressi dell’aeroporto internazionale.
In quei giorni era in corso un’offensiva verso il quartiere di Nyamirambo. La gente scappava dai bombardamenti. Si accampavano a 30-40 km da Kigali, e aspettavano tempi migliori.
Per entrare in città si doveva attraversare un tratto esposto al tiro dei cannoni: meno di cinquecento metri nei quali si poteva solo accelerare e incrociare le dita. “Anche questa volta è andata bene”, pensai. Guardai il soldato che mi scortava alla mia destra: aveva la paura dipinta sul viso, era più spaventato di me.
Andammo alla gendarmeria e ottenemmo altri quattro soldati di scorta. Ci dividemmo. Bettega andò a prendere le carte e i dischetti del computer che aveva lasciato in ufficio. Io cominciai i miei giri.
Avevo la macchina piena di viveri, per i miei dipendenti. Qualcuno era scappato ma molti erano ancora in città. Volevo andare soprattutto da un mio vecchio dipendente, Alphonse, e dal contabile, Justin, che abitavano proprio a Nyamirambo, uno dei quartieri più decimati dai massacri.
Per arrivarci passai davanti al mio negozio, e vidi che era tutto in ordine. La strada era completamente deserta, ma non c’erano segni di saccheggio. Continuai a svoltare per le strade: vidi il concessionario di automobili, il bar, i negozi, le altre vetrine. Tutto chiuso, ma tutto in ordine. Non c’era stato alcun saccheggio. In giro non c’era anima viva.
Poi sbucai al mercato. Improvvisamente comparvero le barriere. Da quel punto in poi a ogni incrocio c’era un posto di blocco, ogni cento metri. Scorsi un colonnello che conoscevo, e gli chiesi di salire in macchina, per poter procedere più spedito. Mi resi conto che i posti di blocco erano anche una forma di autodifesa e di sorveglianza degli accessi della zona, perché, nel caos totale, oltre alle bande di assassini c’erano in giro anche gruppi di sciacalli e di ladri. Tutti quelli che venivano dall’esterno potevano essere dei potenziali pericoli, così le barriere erano divenute anche una forma di controllo capillare del territorio per evitare saccheggi e aggressioni.
Arrivammo alla casa di Alphonse, che era malato. Lasciammo alla moglie scorte di cibo e soldi. Poi mi spostai da Justin, il contabile. Aveva oltre cinquant’anni, non più di un metro e sessanta, più largo che alto. Un intellettuale, pacifico e tranquillo; da sempre lo conoscevo come una persona aperta al dialogo. Suo padre era stato il primo direttore ruandese di banca a Butare, ed era stato ucciso pochi giorni prima perché era intervenuto a difendere una persona che avevano arrestato a un posto di blocco. Justin era un hutu. Non aveva mai fatto del male a nessuno.
Mi accolse con una bomba a mano e una pistola infilate nella cintola, e il mitragliatore in mano. «Justin», gli dissi, «ma da quando hai imparato a sparare? Cosa fai, ti ha dato di volta il cervello?». Stava preparandosi per fare il suo turno alla barriera. «No», rispose, «bisogna difendersi, perché arrivano da tutte le parti. Non si sa mai chi è amico e chi nemico, perché anche gli hutu che vengono da fuori, se possono rubare, rubano. Bisogna difendersi».
Due soli dipendenti avevano le chiavi del negozio. Justin era uno dei due. «Vorranno prendere la roba in negozio, Justin», aggiunsi. «Fai quello che puoi. Cerca di salvare il più possibile, ma se devi dare dai. Meglio la merce che la pelle». In realtà, era già stato costretto a prelevare della roba dal negozio. Gli diedi un po’ di soldi, ma forse aveva ottenuto qualche pagamento dalla cessione del materiale. «Non preoccuparti», mi disse. «Penso io a distribuire un po’ di denaro e viveri anche agli altri dipendenti. So come raggiungerli». Ma non lo fece, come seppi in seguito.
Justin e la sua famiglia furono trucidati. Accadde molto più tardi, a metà giugno. Anche lui, come tanti altri, scappò quando ci fu la disfatta dell’esercito. Cercò di andare verso il confine dello Zaire, insieme al fiume di profughi che lasciò il Ruanda in quei giorni. A Ruhengeri, nel Nord-ovest del Paese, pare che un gruppo di soldati in rotta avesse intuito, o saputo, che Justin aveva con sé parecchio denaro. Per quel che sono riuscito a sapere, li hanno uccisi per derubarli. Infine passai a casa di Tchali, il mio braccio destro nella società Bandag, l’officina di pneumatici. Era voluto rimanere a Kigali perché, essendo per un quarto indiano e per tre quarti ruandese, non era considerato né hutu né tutsi. «Così», aveva detto, «quando posso, vado a sorvegliare la fabbrica». Ma adesso era in mezzo ai bombardamenti. «Che cosa fa ancora là?», dissi a sua moglie. Lei era tutsi. «Non vuole venire via», mi rispose, «non vuole lasciare il posto. Dice che deve proteggere Bandag».
Lo raggiunsi all’officina: «Dai, Tchali, andiamo». Non rispose. Si caricò in spalla uno zainetto e salì in macchina. Aveva il bagaglio già pronto, ma se non gliel’avessi detto io, non sarebbe venuto via.
Tornai a casa. Lungo la strada, sul marciapiede, ai piedi di un albero vidi un tanica di benzina vuota. Pensai: “Chissà se ce l’ha fatta”. Quella benzina me l’aveva chiesta un ragazzo tutsi che lavorava nella banca Bacar di Kigali. Lo incontrai mentre l’ambasciatore americano organizzava la colonna di macchine dei suoi connazionali per lasciare il Paese, il 9 aprile. Mi si avvicinò e mi disse: «Fammi un favore, portami alla stazione di benzina. Gli americani mi accettano nella colonna, ma non ho abbastanza carburante. Se perdo questa occasione non esco più, le barriere non le supero».
Ero convinto che al distributore non ci sarebbe mai arrivato, non avrebbe superato i barrage. Mi venne un’idea: la casa del padre di Renata, la mia segretaria, era poco lontano. Andai da lui e gli chiesi se aveva un po’ di scorta di benzina. «Tanto non te ne fai più niente. Usciremo tutti in aereo, e quello che lasciamo qui non ha più alcuna importanza. Dammene una tanica», gli dissi. La portai al giovane tutsi. Il bidone vuoto era rimasto là, sotto l’albero.
Quel ragazzo lo rividi tre mesi dopo, quando tutto era finito. Era ritornato a Kigali. «La tua benzina», mi disse, «mi ha portato fino a Bujumbura, con tutta la mia famiglia. Hai salvato cinque persone con venti litri di carburante». Gli diedi solo una pacca sulla spalla. Aveva ragione.
A casa non m’aspettavano. I miei quindici ospiti mi fecero grandi feste. Lasciai loro due valige di beni di prima necessità. Poi mi guardai intorno e mi sentii smarrito. Avevo con me due borse vuote, e un’intera casa da portare via. Era rimasto tutto come lo avevamo lasciato. Non sapevo che fare: fra quelle mura c’erano trent’anni di vita e di ricordi. Finii per infilare nelle borse qualche vestito leggero, che ci serviva a Bujumbura, e pochi piccoli oggetti cui ero particolarmente affezionato. Salutai tutti, mi girai un’ultima volta a osservare quella che era stata la mia casa. E che pensavo di non rivedere mai più.
Bettega si fece trovare nel luogo convenuto. Si doveva ripartire, per arrivare alla frontiera prima del buio. Riportammo i quattro militari alla gendarmeria. Il colonnello Rutaysire mi prese in disparte: «Ho bisogno di far andare a Bujumbura i miei due figli», mi disse. «Posso affidarteli?». «Va bene», risposi, «se ci dai la scorta, non c’è problema». In pochi minuti ci fece trovare pronta una camionetta con dentro i due ragazzi e sopra cinque soldati.
Uscimmo da Kigali, e ci trovammo in quel tratto di poche centinaia di metri esposto al fuoco dell’Fpr. Questa volta non la passammo liscia. Credo che da lontano avessero confuso la bandiera italiana con quella francese, e i francesi li consideravano nemici.
Sentimmo il colpo, lontano, il fischio della bomba che arrivava, il fragore dell’esplosione dietro di noi. Poi un secondo e un terzo. Ricordo solo che pigiai l’acceleratore a tavoletta, e non pensai a niente. Sentivo i lunghi fischi e le esplosioni. Scorsi la gente, ai lati della strada, che si buttava a terra. Io correvo, a più non posso.
Ci sono date che scompaiono. Una di queste è il massacro di un milione di rwandesi avvenuto 15 anni fa. Il blog sta raccontando quei fatti attraverso alcuni sopravvissuti. Vedaste Kaisabe aveva allora 24 anni e per lui il tempo si è fermato. Di chi sono le responsabilità del genocidio? A questa domanda non è ancora stata data una risposta. Sul blog di Beppe Grillo l’intervista a Vedaste Kaisabe.
Il 7 aprile 2009, il Premio Nobel per la letteratura Dario Fo ha ricevuto nella sua casa a Milano i candidati al Nobel della Pace 2010 Yolande Mukagasana e Pierantonio Costa, per esprimere il suo sostegno alla loro candidatura. Durante l’incontro, il Maestro ha mostrato loro numerosi dipinti che nel corso della storia hanno ritrattato il “massacro degli innocenti”. Inoltre, ha fatto loro dono di due sue opere, specialmente donate alla causa del riconoscimento internazionale del genocidio dei Tutsi e dei massacri degli Hutu moderati in Rwanda nel 1994.
L’acqua scivola sul mio corpo. Bevo a grandi sorsi l’acqua della doccia. Sono una donna libera, posso lavarmi. Libera, ma solo di lavarmi. Non so più niente, né domande né risposte. Forse tra tre minuti i miliziani arriveranno con Jean, mi strapperanno nuda alla mia doccia, mi violenteranno e mi uccideranno. Sono rassegnata a morire, ma non a essere violentata. E se devo morire, che almeno muoia pulita.
L’opera « Ruanda. I media del genocidio » è stata redatta su domanda dell’UNESCO, da Reporters Senza Frontiere, in collaborazione con una unità del Centro Nazionale di Ricerca Scientifica di Parigi.
L’UNESCO, allarmata per l’utilizzo dei media nell’incitamento a commettere direttamente e pubblicamente il genocidio in Ruanda, ha affidato agli autori il compito di analizzare le trasmissioni delle radio nonché gli articoli e le caricature apparse nella stampa, che incitavano all’odio razziale
Gli autori hanno esaminato con cura 74 cassette delle trasmissioni della “Radiotelevisione libera delle Mille colline” (RTLM) registrate tra il mese di ottobre 1993 ed il mese di luglio 1994 e di Radio Rwanda nel mese di aprile 1994, la serie quasi completa del bimestrale Kangura a partire dal mese di maggio 1990 e sei esemplari di periodici considerati estremisti come Umurwanashyaka (da aprile 1991 a gennaio 1993), l’ “Eco delle mille colline” (da giugno 1991 a gennaio 1994), Interahamwe (da gennaio 1992 a settembre 1993), La Medaglia Nyiramacibiri (da luglio 1991 a marzo 1994), Kamarampaka (tra gennaio 1992 e gennaio 1994), Power (novembre e dicembre 1993), infine dieci numeri d’Intera e due di Zirikana (1992-1993).
Gli autori riportano,inoltre di aver consultato alcune collezioni di giornali considerati “democratici” (Kanguka, Isibo, RwandaRushya, Kinyamateka, ecc…), i quali rivelano ancora alcuni aspetti di propaganda estremista. E’ il caso, per esempio, del giornale Isibo, che pubblicò nel mese di novembre 1992 il discorso di Léon Musegera, tenutosi in un incontro organizzato dal partito presidenziale nella sotto-prefettura di Kabaya, nella provincia di Gisenyi (nella parte ovest del Ruanda) e con cui, secondo gli autori, si auspicava lo sterminio dei tutsi.
La creazione dei giornali estremisti
Secondo il libro « Ruanda. I media del genocidio » la nascita dei giornali estremisti risalirebbe al 1989. Si tratta dell’occasione, per i membri vicini al presidente, di sfruttare la stagione del “dibattito delle idee”, iniziata due anni prima con l’uscita di un mensile indipendente chiamato Kanguka. La rivista aveva sconvolto il sistema mediatico, che a lungo era rimasto monopolizzato da tre organi ufficiali: Radio Rwanda ed i settimanali Imvaho e La Relève, ai quali vanno aggiunti il mensile Kinyamateka della chiesa cattolica e la rivista Dialogue diretta dai Padri Bianchi.
I membri dell’Akazu erano particolarmente irritati dalle critiche rivolte da Kinyamateka e Kanguka. Essi avevanointenzione di testimoniare il loro zelo individualenei confronti del presidente e della sua consorte con la creazione di propri giornali, nella speranza, come afferma l’opera, di ottenere qualche favore.
Il primo giornale « estremista », ad essere stato creato, è Intera (« In avanti », letteralmente “Il solco è oltrepassato”), apparso nel mese di dicembre 1989 su iniziativa di Séraphin Rwabukumba, uno degli uomini vicini al presidente Habyarimana, e che, si supponeva, opporsi a Kanguka. Tuttavia, in ragione dell’inesperienza della redazione o a causa dell’assenza di una reale volontà politica, il giornale ritarda a raggiungere i suoi obiettivi.
La situazione cambia con il lancio di Kangura. Si tratta, riporta il libro, della prima opera di “recupero” del genere, la più caricaturale nella sua presentazione, nella formulazione ed al contempo la più efficace.
I suoi promotori sperano di terminare l’esperienza di Kanguka e di ricoprirne il suo posto. Ciò spiega il titolo sinonimo di Kangura, ovvero l’equivalente di “Risveglialo” (mentre Kanguka significa “Risvegliati!”), una facciata di copertina che costituisce in realtà una mera contraffazione di Kanguka ed il licenziamento dei collaboratori “corruttibili”, come Hassam Ngeze, il quale, secondo il libro, diventerà uno dei personaggi della messa in scena mediatica del genocidio.
Secondo il libro, sembrerebbe che un gruppo di ufficiali di Gisenyi, guidati dal tenente colonnelo Anatole Nsengiyumva, avrebbe avuto un ruolo attivo nell’operazione. Essi sostengono di aver agito perché sospinti da Agathe Habyarimana, la moglie del presidente della Repubblica in persona, la quale ha assunto l’iniziativa di riunire il piccolo gruppo di membri fondatori: Séraphin Rwabukumba, il colonnello Théoneste Bagosora e l’universitario Ferdinand Nahimana, che si presenterebbe come il “cervello” del regime.
I primi articoli di Kangura sono principalmente delle risposte ai giornalisti di Kanguka. L’interesse dei promotori si attenua tuttavia a seguito dell’arresto, nel luglio 1990,del redattore capo di Kanguka per «alto tradimento» e cessa momentaneamente la diffusione del giornale. Nello stesso modo, Hassan Ngeze era stato arrestato per “turbativa dell’ordine pubblico”. Il 1° ottobre 1990, l’invasione del Fronte patriottico ruandese (FPR), avrà come conseguenza la riscoperta del progetto Kangura, mentre Hassan Ngeze viene rimesso in libertà.
Avendo nuovamente colto l’interesse del regime, Hassan Ngeze pubblica precipitosamente il suo numero 4 della rivista. Si tratta di un’edizione che, per la circostanza, attinge dalla documentazione del fronte militante anti-tutsi.Il giornale riporta l’esistenza di un “piano di colonizzazione tutsi nel Kivu e nella regione centrale dell’Africa”. Il testo sarebbe una vecchia montatura, di circa trent’anni prima, e destinato a riaccendere l’idea che i Tutsi appartengano ad una “razza” irrimediabilmente dominatrice e cospiratrice ai danni degli Hutu, i quali sono invece predestinati al ruolo di vittima.
Il numero 6, invece, contiene i «10 comandamenti dell’Hutu». I Tutsi sono dipinti come le bestie selvagge e le loro donne come delle prostitute e, al contempo, delle spie.
Alcuni periodici più o meno regolari, creati tra il 1991 ed il 1993, adotteranno lo stesso tono di Kangura. Anche le radio si metteranno al servizio dell’odio e della manipolazione etnica. Il 3 marzo 1992, Radio Rwanda diffonde, per ben cinque volte, un comunicato del «Comitato del Fronte patriottico ruandese», indicando la lista delle personalità del regime da uccidere. Il tono del messaggio e la ripetizione dello stesso nel corso della giornata costituiscono un evidente incitamento alla violenza.
La stampa ed il genocidio
Emerge dal libro che sono stati particolarmente utilizzati due mezzi durante il genocidio dei Tutsi del Ruanda, l’uno molto moderno, l’altro meno: la radio ed il machete.Il primo per dare e ricevere ordini, l’altro per eseguirli. Il governo insediatosi a seguito della morte del presidenteHabyarimana aveva lasciato rapidamente la capitale, stabilendosi a Gitarama, quindi a Gisenyi, prima di fuggire, a seguito della vittoria del FPR, alla volta dell’ex-Zaïre. Nel frattempo a Kigali, una radio, la RTLM, occupava un posto chiave del potere. Questa stazione si trasforma nello “stato maggiore dell’armata del genocidio”.
La RTLM si assume di fatto le prerogative governative: essa chiama la popolazione a combattere, spiegando la tattica per scovare e combattere i sostenitori del FPR. Essa minaccia i moderati ed incoraggia i più arditi, arrivando a criticare anche il governo ripiegatosi a Gitarama, invitato, questo, a ristabilirsi presso la capitale assediata. Dal 6 aprile 1994, la RTLM decide di trasmetteresenza interruzione al fine di « mobilitare » la popolazione e di stimolare lo zelo dei miliziani, dei soldati e dei gendarmi presenti ai posti di controllo. L’emittente è completamente sostenuta da Radio Rwanda. La RTLM sigla questa unione nella diretta del 3 giugno 1994. Essa accoglie con favore la decisione di Radio Rwanda di diffondere la canzone « Bene Sebahinzi » di Simon Bikindi, a sostegno del dogma delle tre etnie del Ruanda (Hutu, Tutsi e Twa), volte queste ad un eterno antagonismo nonché richiamando la difesa degli «interessi prioritari del popolo maggioritario» (gli Hutu).
E’ così che i media del genocidio si appoggiano fondamentalmente sull’ideologia di un etnicismo militante. L’etnicismo è diventato un mezzo di discriminazione sociale e di controllo politico. La minoranza tutsi rappresenta, in caso di tensioni, il capro espiatorio ideale, fino a far scaturire la mobilitazione del “popolo maggioritario” attorno al potere ed a fare emergere la natura “democratica” della dittatura esercitata a nome del “popolo”. Nella stampa “estremista”dal 1990 e nelle trasmissioni di Radio Rwanda e di RTLM durante il genocidio, vengono propagandati minuziosamente e con una grande forza dimostrativa, che non merita di essere messa in discussione, la priorità delle identificazioni “etniche”– una sorta di razzismo alla ruandese, anti-amitico – il ruolo fondatore ed onnipresente della rivoluzione “sociale” del 1959, nonché l’esistenza di una vera guerra di lunga data tra gli Hutu ed i Tutsi.