Archive for aprile, 2016

RWANDA 22 Anni:Intervento di Francoise Kankindi

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RWANDA 22 Anni:Intervento di Yolande Mukagasana

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RWANDA 22 Anni :Interventi di Fillea Cgil Roma e Lazio, Cgil e SPI Roma e Lazio

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RWANDA 22 Anni:Intervento di Moni Ovadia

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RWANDA 22 Anni:Intervento di Enrico Calamai

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RWANDA 22 Anni:Intervento di Francesco Alicicco

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RWANDA 22 anni:DOMANDE

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RWANDA, AL VIA LE CELEBRAZIONI PER IL XXII ANNIVERSARIO DEL GENOCIDIO DEI TUTSI

(OMNIROMA) Roma, 07 APR – “Tra il 6 aprile e il 4 luglio 1994 si è consumato in Rwanda uno dei più terribili crimini della storia dell’umanità: il genocidio dei Tutsi da parte degli estremisti dell’Hutu Power. Nell’arco di cento giorni furono massacrate almeno un milione di persone con modalità atroci. Per tenere viva la memoria di quei tragici fatti partiranno oggi per concludersi con il Liberation day le celebrazioni a livello mondiale del XXII° anniversario del genocidio”. Così, in una nota, Françoise Kankindi, presidente della Onlus Bene Rwanda. “Riconoscere e valorizzare la memoria di quegli eventi – precisa – significa anche educare le nuove generazioni a una cultura di pace, di speranza, al rispetto reciproco e al confronto democratico. Ed è proprio nell’ambito delle celebrazioni per il XXII° anniversario che abbiamo concepito, di concerto con la Cgil di Roma e del Lazio, la Fillea e lo Spi Cgil di Roma e del Lazio, una giornata di condivisione per la memoria delle vittime, la solidarietà ai sopravvissuti, la giustizia e la costruzione di un mondo libero dalle discriminazioni. L’appuntamento è per giovedi 14 aprile, alle ore 9, presso il Centro Congressi Frentani (via dei Frentani 4)”.

Evento Memoria Condivisa

Programma Evento

Foto Memoria Condivisa 22

Foto Memoria condivisa 22

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EDITORIALI DI GARIWO:  RICORDARE COMBATTENDO L’IDEOLOGIA GENOCIDA

Di Françoise Kankindi

La 22° Giornata della Memoria del Genocidio dei Tutsi, Kwibuka 22, ha come tema la lotta contro l’ideologia genocida che ha permeato profondamente la società ruandese sin dal 1959 per arrivare al suo culmine nel ’94 con la “soluzione finale” di un milione di morti in soltanto 100 giorni.

A molti oppositori, che hanno formato partiti politici su base etnica, non dispiacerebbe tornare all’ancien régime, al Rwanda di prima del 1994. Non nascondiamoci dietro un dito: basta vedere i tanti siti internet o sentire la propaganda che fanno durante le conferenze organizzate ovunque in occidente. Questa gente vive l’unità come un sopruso. Semplicemente, non la capisce. Non riesce a concepire un Rwanda dove ci sono soltanto ruandesi, dove sulla carta d’identità non c’è menzione dell’etnia. Considera l’uguaglianza come un’ingiustizia. Per loro il Rwanda è composto da tre etnie, gli Hutu, i Tutsi e i Twa, e deve comandare la più numerosa, vale a dire quella degli Hutu. La loro idea di “comandare” l’abbiamo vista durante i 33 anni della loro dittatura. Discriminazione, umiliazione, odio, un massacro dopo l’altro, fino al genocidio.

Con queste premesse, in quale futuro democratico il nostro paese può sperare? E’ ora che apriamo una vera discussione su questo tema fino ad arrivare al cuore del problema. Da una parte, una maggioranza è convinta di avere tutti i diritti di comandare sulla minoranza senza dover garantirle nessun diritto, a partire da quelli inalienabili come la cittadinanza, la vita, il lavoro e lo studio. Tutto ciò è la prova che l’idea della democrazia è stata completamente travisata per tanto tempo dalle nostre parti.

In Rwanda il primo presidente Grégoire Kayibanda aveva organizzato sistematicamente i massacri della minoranza Tutsi senza alcuna remora di incorrere in qualsivoglia guaio giudiziario. Qualsiasi tentativo di denunciarlo è caduto nel vuoto. Il suo successore, Juvenal Habyarimana, che l’ha destituito tramite un golpe di stato, non è stato da meno. Sotto la dittatura di quest’ultimo, oltre a insistere sulle carte d’identità etniche (eredità della colonizzazione belga) per negare il lavoro e diritto ai tutsi, ha introdotto un ulteriore elemento di discriminazione con il regionalismo. Quelli che provenivano dal nord, la sua regione di origine, avevano la precedenza per accedere ai migliori posti di lavoro.

Oggi, finalmente, il Rwanda si è buttato alle spalle la logica genocida grazie all’attuale presidente Paul Kagame, il quale non solo ha bandito le etnie, ma ha capito che il “mai più” passa necessariamente non solo dallo sviluppo ma soprattutto dalla promozione di una società libera dalle identità etniche omicide. Ha intuito che la vigilanza non potrebbe essere sinonimo di vendetta, ma non può fare a meno della lotta e dello sradicamento di quell’ideologia genocida che portò al tragico eccidio dei Tutsi. L’impunità di fronte ai crimini contro l’umanità è stata sconfessata dalla creazione dei tribunali Gacaca, unica esperienza al mondo salutata all’unanimità come giustizia partecipativa che ha permesso di giudicare con equità più di un milione di fascicoli di presunti colpevoli di genocidio.

Non bisogna però abbassare la guardia, come dice lo scrittore senegalese Boubacar Boris Diop , “la memoria di un genocidio è una memoria paradossale: più il tempo passa e meno lo si dimentica”. Per fortuna la maggioranza dei giovani ruandesi sono nati dopo il genocidio; a loro non possono essere imputate le colpe dei padri, ma devono sapere ciò che è successo, in modo che si possano sviluppare gli anticorpi contro qualsiasi ideologia genocida.


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