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IL GENOCIDIO TRA DISTORSIONI GIORNALISTICHE E RAPPRESENTAZIONI RWANDESI: IL RUOLO DEI MEDIA ITALIANI

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di Elisa Finocchiaro

“Conflitto intertribale”, “Consueta guerra interetnica”, “tribù nutrite da un antico odio”, “guerre tribali”, “il seme dell’orrendo odio atavico”. Così avevo letto sui giornali italiani usciti in Italia durante il genocidio.
Qualche tempo dopo mi ritrovai in Rwanda ripetendo quelle parole a John, un ex combattente del Fronte patriottico rwandese, il quale mi rispose così:
“Ho visto pezzi di persone in bocca ai cani, e adesso cerco di guardare avanti, ma quando sento chiamare conflitto intertribale quello che successe qui nel ’94, per di più da parte di paesi che inviarono qui tonnellate di armi e machete…Ecco, allora sento che potrei impazzire…”

Il discorso mediatico, nel nostro caso quello dei quotidiani « Repubblica » e « Corriere della sera », ha fornito una interpretazione della vicenda ruandese in termini di conflitto etnico e tribale, ricorrente ed inevitabile, inserito nella cornice di un continente selvaggiamente violento.
L’Africa dei media è popolata da società dai costumi primitivi, da una umanità dolente che sembra ritrovare la sua ragion d’essere nell’esercizio di una violenza atavica, irrazionale e ferina.
L’assenza di approfondimento sulle ragioni che hanno preparato e motivato il genocidio ha contribuito a restituire una incomprensibilità al pubblico di lettori, o una comprensione basata sul tribalismo, sul primitivismo della società africana, in modo che l’opinione pubblica non si dovesse confrontare con le diverse responsabilità del genocidio.

Dall’ analisi che ho svolto emerge come “La Repubblica” abbia praticamente evitato di dare una spiegazione storica e politica al genocidio, limitandosi ad utilizzare sostanzialmente le categorie del tribalismo e dell’etnicità, arrivando persino a mettere nero su bianco delle vere e proprie bugie storiche.

Nel Corriere, ancor meno che ne “La Repubblica”, non venne mai tirata in ballo una spiegazione politica per i fatti del Rwanda, né venne mai fatto accenno ai processi coloniali.
Il lessico utilizzato rimanda ad un’idea di inumanità, si scrive di “orde barbariche assetate di sangue”, si commenta, in prima pagina il ventitre maggio, che “il conflitto che ha scatenato questi orrori non è politico né ideologico né religioso, ma razziale. Le sue radici sono nel dominio secolare dell’aristocrazia dei tutsi, signori delle mandrie…”
Nella lettura di tutti gli articoli da aprile ad agosto del 1994 riguardo al Rwanda, emerge un’analisi a dir poco lacunosa e soprattutto l’esistenza di alcuni grandi categorie categorie, clichè dietro ai quali si racconta solitamente l’Africa.
La prima categoria è l’assimilazione del paradigma anatomico-razzista, utilizzato storicamente dai Belgi, da parte dei giornalisti. La seconda categoria è quella di una storia (inventata) di antichi odi, senza precisi riferimenti temporali e immutata nel tempo. La terza infine è la categoria della tribù, ampiamente utilizzata dai quotidiani per spiegare le vicende.

Il paradigma anatomico, che ha sicuramente giocato un tristissimo ruolo nel genocidio, viene preso per buono come se effettivamente esistesse una valida differenza etnica rintracciabile in base a queste caratteristiche somatiche. Il fatto che gli Interhamwe abbiano svolto i loro assassinii in base a tale erronea distinzione non vuol dire che da giornalisti non si abbia il dovere di dare a tale distinzione la giusta spiegazione storica. Possiamo il ventitre maggio persino leggere di “cancellazione della minoranza di origine nilotica(…)”, chiaro riferimento alla teoria camitica, la quale ascrive ai Tutsi un’origine mai provata scientificamente ma sicuramente strumentalizzata dal colonialismo.

Il paradigma anatomico è conseguenza di teorie razziste, e i giornalisti non avrebbero dovuto prenderlo per buono. Nonostante le rappresentazioni caricaturali dei membri di ciascun gruppo – gli hutu bassi e tozzi, i tutsi alti e slanciati- è dimostrato come sia impossibile determinare scientificamente l’appartenenza “etnica” di un individuo sulla base delle semplici caratteristiche fisiche data l’ antichità e la frequenza degli intermatrimoni e la presenza di una sola lingua cultura e religione.

“La Repubblica” e il “Corriere della sera” invece mettono nero su bianco una grande bugia storica: “Tra gli Hutu e i Tutsi un conflitto secolare”. Il conflitto “inter-etnico”,“ha origini antiche”, infatti “le due etnie non hanno mai smesso di combattersi”. Secondo la “Repubblica” del dieci aprile “Gli Hutu, agricoltori che rappresentano il novanta per cento della popolazione, arrivarono nel paese in tempi antichissimi emarginando le etnie che vivevano nella zona, boscimani e twa(…)Tra il XIII e il XIV secolo i campi degli Hutu furono invasi dai Tutsi, cacciatori-allevatori provenienti con le loro mandrie dalle valli etiopiche. La loro netta superiorità militare permise di assoggettare rapidamente sia gli Hutu che i Twa, che divennero vassalli nel regno creato dai tutsi.” Secondo l’articolo della “Repubblica” questa situazione cambierà soltanto con l’arrivo dei colonialisti, in un certo senso descritti come salvatori. I Belgi infatti “eliminarono la schiavitù, ponendo fine alla tradizione che voleva gli Hutu servitori dei Tutsi”.
I concetti di tribù, razza, etnia, ci vengono presentati in un modo tale da celare quella che è la loro vera essenza: questioni storiche e politiche.

Se non si dimentica questo meccanismo perverso, il Rwanda non potrà riprendersi. Se lo perpetriamo attraverso la sua reificazione sulla carta stampata ne diveniamo complici.
La stampa agendo in questo modo può commettere infatti un doppio genocidio.
Quello che mancò nella descrizione dei fatti del Rwanda fu forse l’attribuzione di un senso – indubbiamente difficile da trovare, ma che comunque andava cercato – alle vicende. I giornalisti, specialmente quelli inviati sul luogo, avrebbero dovuto compiere un passo in più, inserire gli avvenimenti in una cornice.
Il pubblico si sarebbe potuto fare un’idea diversa dai watussi e pigmei che si scannano per via di un odio atavico tribale, se qualcuno gli avesse mostrato quei contesti, se qualcuno avesse cercato per loro le diverse responsabilità di una simile tragedia, se qualcuno avesse tentato di documentarsi sul passato coloniale. Al contrario ci si è adagiati su alcuni stereotipi non solo semplicistici ma addirittura erronei e pericolosi.
Il giornalismo che si fece sul Rwanda contribuì inconsapevolmente alle strategie politiche sottese al genocidio e fornì all’opinione pubblica una interpretazione deresponsabilizzante mistificando e deformando i fatti. Tale lettura dei fatti contribuì ad alimentare e reificare le categorie dell’odio etnico, legittimandole come vere senza spiegare quanto siano state invece creazione strumentale dell’indirect rule coloniale.

Aggiungi un commento maggio 9th, 2009

AL CUORE DEL PROBLEMA: UNA FARSA CHIAMATA ETNIA E IL DEFAULT DELL’INFORMAZIONE

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di Manlio Masucci

E’ stato il principale slogan di politici, commentatori e guru del settore, ripetuto a pappagallo dai principali organi di informazione internazionali: “Si tratta di una lotta tribale, un problema etnico, tutto africano”. Una formula semplice per chi doveva spiegare, accattivante per chi pretendeva quella minima dose di informazione quotidiana, appena sufficiente per potersi sentire cittadino del mondo.

Purtroppo quel jingle martellante, ripetuto ossessivamente anche dai principali media italiani, non aveva solo la caratteristica di esser privo di fondamento, ma quanto piuttosto di esser ipocrita al punto giusto da pregiudicare la comprensione e quindi la possibilità di intervenire per fermare i massacri. Insomma una vera overdose di informazione “tagliata male” che ha fatto perfettamente il gioco dei poteri che si scontravano nello scacchiere delle mille colline ruandesi contribuendo, non poco, al risultato finale di un milione di morti.

Il fenomeno dell’etnicizzazione del conflitto ruandese, che era in realtà primariamente politico e sociale, svela una delle facce più cruente della lotta per il potere in atto nell’Africa post coloniale. Il tribalismo, secondo Jean-Loup Amselle, direttore della scuola delle scienze sociali di Parigi, “è sempre il segno di un’altra cosa, il mascheramento di conflitti di ordine sociale, politico ed economico. Quest’analisi è una di quelle da considerarsi acquisite dall’antropologia e ci si auspicherebbe di vederla ripresa e diffusa nell’insegnamento e dai mezzi di comunicazione di massa”.

Una posizione che chiama in causa l’Occidente e l’imposizione della sua visione e dei suoi valori al resto del mondo secondo la vecchia formula conflittuale del the west and the rest. Proprio Amselle, negli anni ’80, cura la pubblicazione, insieme allo storico congolese Elikia M’Bokolo, di un testo che, con non meno di due decenni di ritardo, è finalmente dato alle stampe anche in Italia. “L’invenzione dell’etnia”, edito da Meltemi, è un lavoro collettivo che affronta, alle radici, proprio la genesi delle interpretazioni distorte e strumentali che l’Occidente ha voluto dare e darsi a proposito delle società africane.

Rileggendo oggi quel testo, è interessante notare come Amselle inizia il suo discorso con un grido di protesta capace di risuonare drammaticamente attuale: “All’inizio degli anni ’80 eravamo non pochi ad averne abbastanza della vulgata giornalistica che consisteva, e consiste tutt’oggi nel rendere conto di un qualsiasi avvenimento che accade sul suolo africano in termini di conflitto tribale o di lotta etnica, rinviando a una sorta di ferocia essenziale che si sarebbe interrotta solamente durante un breve periodo, quello della colonizzazione europea. In effetti, se nell’immaginario giornalistico il mondo arabo è il dominio dell’integralismo e l’India quello delle caste, il continente africano è per eccellenza la terra di elezione degli antagonismi etnici”.

Ma la rappresentazione distorta della realtà africana che offre il giornalismo non è che un sintomo di un male più profondo e radicato che ha le sue radici nell’epopea coloniale occidentale dove le teorie legate all’etnia e la manipolazione dei sentimenti etnici divenivano un instrumentum regni imprescindibile per il controllo del potere. Un’operazione basata su studi antropologici, prevalentemente di carattere evoluzionista, elaborati ed esposti da occidentali ad uso e consumo dell’Occidente, ma che intendevano avere il loro impatto sulle popolazioni autoctone che trovavano nuove chiavi interpretative per la loro stessa esistenza, così come spiega ancora Amselle: “Secondo questa prospettiva, il modo in cui gli indigeni si percepiscono sarebbe legato agli effetti di ritorno dei racconti delle esplorazioni e della conquista ma anche dei testi etnologici coloniali e postcoloniali sulla coscienza di sé”.

Insomma, la visione e l’interpretazione occidentale dell’africanità si configura non solo come distorta ma anche e soprattutto come coercitiva nei confronti delle stesse popolazioni locali. La questione etnica diviene dunque un perfetto strumento nelle mani del potere per dissimulare la sua stessa natura e raggiungere i propri obiettivi. Il colonizzatore estrapola e rafforza identità etniche presenti a livello marginale nella eterogenea società africana che, in un secondo momento, verranno rivendicate dalle stesse popolazioni come “strumento ideologico di determinazione sociale”, nella definizione dello stesso Amselle. Il passaggio dallo Stato coloniale a quello postcoloniale avviene, dunque, nel segno della continuità, nonostante il cambio degli amministratori, e perpetua la visione occidentale di una società africana divisa in non meglio identificate etnie o tribù. Una visione che non tarda a produrre contraddizioni e tragiche conseguenze.

Strano caso quello del Rwanda composto, teoricamente, da due etnie, gli Hutu e i Tutsi, che parlano la stessa lingua, hanno la stessa cultura, hanno la stessa storia e condividono, dalla notte dei tempi, lo stesso spazio geografico. Un caso da manuale, senz’altro, in considerazione della forte radicazione di una coscienza etnica laddove di etnie era veramente difficile poter parlare. Tanto che i belgi dovettero far ricorso a strumenti di misurazione fisici e all’introduzione di carte di identità etniche per poter dare un minimo di solidità a un teorema del tutto strampalato.

Per poter spiegare quello che Jean-Pierre Chretien definisce, in un saggio contenuto nello stesso volume di Amselle, “la cristallizzazione delle coscienze etniche” in Rwanda bisogna risalire alle esplorazioni di metà 800 quando i primi antropologi forgiarono ardite teorie, dai loro comodi salotti londinesi, basandosi sui resoconti di avventurosi esploratori. Legende, approssimazioni, idealismi, implicazioni razziste e suggestioni di stampo letterario e religioso davano a queste analisi un aspetto più pittoresco che scientifico. Basti pensare che l’invenzione della discendenza etiope dei Tutsi ruandesi, inventata di sana pianta dall’esploratore britannico John Speke nella seconda metà dell’800, sopravvisse fino al genocidio del 1994 quando i cadaveri venivano preferibilmente gettati nei fiumi affinché le acque li riportassero al nord, in Etiopia appunto, la terra della loro presunta provenienza.

Una teoria, quella dell’origine etiopica, che era stata, d’altra parte, apprezzata, accettata e rielaborata dagli stessi Tutsi, ben felici di una ascendenza di sì nobili origini. I lunghi drappi bianchi di vestiario e le pettinature sviluppate in altezza delle donne entrarono di prepotenza nella tradizione ruandese proprio per offrire a tutti visibile prova di tale prezioso lignaggio.

Gli allevatori Tutsi, con i loro modi gentili e le loro origini nobili, si presentarono, d’altra parte, come i migliori amministratori del potere coloniale a scapito degli umili Hutu, dediti soprattutto all’agricoltura. I Tutsi rappresentavano anche, agli occhi dei colonizzatori e in perfetta sintonia con le imperanti teorie evoluzionistiche, la traduzione perfetta dell’elite aristocratica e guerriera, immagine speculare del sistema del potere occidentale. In questo bizzarro gioco di ruolo, agli Hutu non  restò altro che issare il vessillo del terzo Stato e, in seguito, del proletariato.

I processi di etnicizzazione, creati artificialmente dagli Stati occidentali per mantenere il controllo delle popolazioni assoggettate, esplosero con tutto il loro bagaglio di contraddizioni proprio con l’avvio della decolonizzazione. Alla vigilia della rivoluzione Hutu del 1959, il quadro era completo: il dominatore straniero Tutsi aveva soggiogato e sfruttato per secoli i lavoratori Hutu, una maggioranza silente e ora arrabbiata. Il manifesto Hutu del 1957, che affronta il “problema razziale” in Rwanda e l’avvio dei primi massacri di Tutsi già nel 1959, preludono a uno scenario che si sarebbe rivelato, nel proseguo del tempo, sempre più drammatico. Un’onda inarrestabile di violenze, avvenute sotto l’ala vigile e protettrice degli ex colonizzatori, che portò direttamente, attraverso un viatico di violenza e terrore, al genocidio del 1994, il delitto perfetto, il capolavoro finale di tutta l’epopea colonialista e razzista dell’Occidente.

Aggiungi un commento maggio 8th, 2009

INTERVISTA A FEDERICO MARCHINI, DI BEPPE GRILLO

Beppe Grillo intervista Federico Marchini, membro del comitato scientifico di Bene Rwanda e corrispondente da Kigali nel 1994 per La Voce di Indro Montanelli.

Aggiungi un commento maggio 2nd, 2009

“CANTO DI RIVOLUZIONE” DI LANCE HENSON

l’alba porta con sé il dolore della luce
di qualcuno che non vuole essere visto
una voce che deve essere nascosta
in un luogo
che non le appartiene
è un fiume o una brezza
o l’acqua che scorre e piange
di sé
che ti fa desiderare di essere libero ?
il canto proibito di un grillo
giace tra le rose
un vento aleggia intorno sussurrando
di Che Guevara e di Cavallo Pazzo
in un mattino di gelo
nel dolore del risveglio
il grido dell’umanità esce da sé
impossibile da fermare
come il gocciolio dell’acqua
come il pianto di un bambino

Leggi in lingua originale

Continua a leggere Aggiungi un commento aprile 28th, 2009

MASSACRO A MURAMBI, IL VIDEO


In occasione del XV anniversario del genocidio del Rwanda pubblichiamo il video con i sottotitoli in italiano che racconta la storia di uno dei massacri più efferati della storia contemporanea (Fonte).

Leggi la testimonianza di Emmanuel Murangira, il guardiano delle ossa di Murambi

Aggiungi un commento aprile 24th, 2009

IL BERRETTO SQUARCIATO

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Mezza pagina di Daniele Scaglione

Commenti, notizie, testimonianze e aneddoti in pillole raccontate da Daniele Scaglione, capo del dipartimento campaigning di ActionAid Italy

Dopo l’assassinio di Habyarimana circa 2.000 tutsi di Kigali, tra cui 400 bambini, scappano verso la Scuola tecnica ufficiale, dove sono di stanza circa novanta caschi blu belgi. Luc Lemaire, il luogotenente a capo dei militari, apre le porte ai fuggiaschi. I tutsi sono al sicuro, ma per poco. Il 10 aprile Lemaire riceve l’ordine di abbandonare la scuola: difendere i rwandesi non è interesse del suo governo, che gli ordina invece di assistere il rimpatrio di alcuni cittadini belgi. Lemaire si rifiuta: lasciare la scuola significherebbe condannare a morte i tutsi. L’11 aprile l’ordine viene ripetuto, ma Lemaire ancora risponde di no. La terza volta gli alti comandi belgi minacciano di farlo finire sotto corte marziale. Lemaire cede. Mentre si preparano a partire, i soldati devono resistere alle implorazioni dei tutsi. Gli chiedono di non abbandonarli, di portarli con sé oppure di ucciderli con un colpo di pistola, pur di non essere massacrati a colpi di machete. Come le jeep dei militari si allontanano, nella scuola entrano le milizie. A sopravvivere sono poche decine di tutsi. Nei giorni seguenti i soldati di Lemaire sono all’aeoroporto, ad assicurare la partenza degli europei. Uno di loro vede una troupe televisiva, gli si avvicina con il coltello in mano, si toglie il berretto blu e lo squarcia di fronte alla telecamera.

Aggiungi un commento aprile 17th, 2009

RWANDA: ANCORA ATTACCHI CONTRO I SOPRAVVISSUTI E IL CENTRO DELLA MEMORIA

Il centro della memoria del genocidio a Kigali, il Kigali Memorial Centre, è stato attaccato nella giornata di mercoledì con il lancio di una granata che ha provocato il ferimento di un uomo. Séraphine Uwankwera 50 anni sopravvissuto al genocidio del 1994 è stato invece ucciso oggi nel distretto di Nyamasheke dopo che si era recato a una commemorazione per il XV anniversario dei massacri. Anche l’anno scorso, durante le commemorazioni accaddero episodi simili con un lancio di granate al Memorial Centre di Kigali.

Fonte: New Times

Aggiungi un commento aprile 17th, 2009

INTERVISTA A PIERANTONIO COSTA IL CONSOLE ITALIANO CHE SALVO’ MIGLIAIA DI RUANDESI DURANTE IL GENOCIDIO

Continua la campagna di informazione sul genocidio del Rwanda anche sul blog di Beppe Grillo che pubblica oggi l’intervista a Pierantonio Costa, console italiano nel 1994 in Rwanda. L’intervista è stata realizzata in occasione delle iniziative di Bene Rwanda Onlus per la commemorazione del XV anniversario del genocidio.

Un imprenditore italiano vive in Rwanda dal 1965. Dal 1988 al 2003 è stato console onorario per l’Italia. Nell’aprile del 1994 nel Paese esplode la violenza. Nei primi tre mesi dallo scoppio del genocidio Pierantonio Costa porta in salvò oltre 2000 persone tra cui 375 bambini di un orfanotrofio della Croce Rossa.

Sul sito di Bene Rwanda verranno pubblicati, nell’arco dei prossimi cento giorni, i capitoli del libro “La lista del Console” di Luciano Scalettari e Pierantonio Costa.

Aggiungi un commento aprile 15th, 2009

UN NOBEL PER IL RWANDA

Una giornata per ricordare. Ma non solo. La giornata della memoria per il Rwanda è stata l’occasione per parlare approfonditamente di quello che accadde nel 1994 e per comprendere meglio i meccanismi che portarono al genocidio. Meccanismi ancora in gran parte attivi e che impediscono non solo il corso della giustizia ma anche la protezione dei sopravvissuti.  

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“L’Occidente ha contribuito a creare il disastro, poi ci ha abbandonati al nostro destino e ora prova semplicemente a dimenticare le vittime”. Queste le parole di Yolande Mukagasana che, dopo essersi salvata miracolosamente dal massacro e dopo aver visto la sua intera famiglia trucidata, non ha mai smesso di testimoniare il dramma del suo popolo. Una questione non solo africana, dunque, ma anche e soprattutto occidentale: la fiaccolata pomeridiana, svoltasi non a caso di fronte all’Ambasciata francese, ha avuto proprio il senso di ricordare all’Occidente le sue responsabilità.

Dov’era l’informazione allora e dov’è oggi stesso? Un milione di africani morti si dimentica in fretta. La giornata della memoria è allora stata anche l’occasione per discutere di come far ascoltare la voce del popolo ruandese. La proposta di cominciare a lavorare per una prossima candidatura di Yolande Mukagasana al premio NOBEL per la Pace, ha questo significato. Yolande, già menzione onorevole UNESCO per l’educazione alla Pace, ha già dato la sua disponibilità.

Presenti all’evento, fra gli altri, Maria Pia Fanfani, che nel 1994, portò in salvo decine di bambini dal Rwanda in guerra, e il console onorario del Rwanda in Italia, Francesco Alicicco. Scarica al link seguente il messaggio del Segretario Generale delle Nazioni Unite in occasione del XV° anniversario el genocidio in Rwanda: un-message

1 comment aprile 8th, 2009

XV GIORNATA INTERNAZIONALE PER IL GENOCIDIO IN RWANDA

IN OCCASIONE DELLA XV GIORNATA INTERNAZIONALE DELL’ONU PER IL GENOCIDIO IN RWANDA

L’Associazione Bene Rwanda Onlus

benerwanda

presenta

“Memoria per il Rwanda” Martedì 7 aprile 2009, Roma

 

* ore16.30: fiaccolata in Piazza Farnese

* a partire dalle ore 18.00: evento al Teatro Piccolo Eliseo alla presenza di rappresentanti delle istituzioni nazionali e locali

* 18.00-18.30: Apertura e presentazione degli ospiti istituzionali a cura del Presidente dell’Associazione Bene Rwanda: Françoise Kankindi

* 18.30-19.30: Performance “Silence for Rwanda” memoria di un genocidio, di e con Niccolò Rinaldi Segretario Generale aggiunto al Parlamento Europeo, dal libro “L’invenzione dell’Africa – un viaggio, un dizionario“; video e musica di Claudio Boncompagni; Marie Delfino, Beatrice Santini: voce; Luca Becorpi: clarinetti; Elvira Muratore: violoncello; Alessandro Moretti: fisarmonica.

* 19.30-20.30: Video sul tema del premio Nobel Dario Fo 

intervento di Jacopo Fo: “Dio dopo il Rwanda”

* 20.30-21.00: Poesia di Lance Henson poeta americano cheyenne, autore dell’inedito “Years ago homeless in a San Francisco rainstorm”, ispirato a “Se questo è un uomo” di Primo Levi.

* 21.00-22.00: Testimonianza di Yolande Mukagasana, sopravvissuta al genocidio, autrice del libro “La morte non mi ha voluto” e vincitrice della “Menzione Onorevole” dell’UNESCO per l’educazione alla pace. La scrittrice risponderà, insieme ad altri superstiti, alle domande del pubblico.

Per informazioni:
Presidenza: cell. 329 3003293 – Ufficio stampa: tel. 339/4927988

Scarica l’invito: invito-7-aprile-200911

Scarica il programma: programma-7-aprile30×501

Scarica il comunicato: comunicato-stampa-7-aprile-2009-2

Aggiungi un commento aprile 2nd, 2009

REVOCATO IL MANDATO D’ARRESTO PER ROSE KABUYE

La giustizia francese avrebbe revocato il mandato d’arresto internazionale contro Rose Kabuye, capo del protocollo della presidenza ruandese, inquisita per il suo presunto ruolo nell’attentato nel 1994 all’allora presidente Juvenal Habyarimana, da molti indicato come l’episodio da cui scaturì il genocidio ruandese.

A rendere noto la decisione della magistratura francese è stata Kigali.

“Il governo ruandese ha espresso apprezzamento alla magistratura francese per aver infine revocato il mandato di arresto, un’azione che permetterà alla signora Kabuye di tornare al suo incarico e di viaggiare liberamente”, si legge in un comunicato citato dalla stampa ruandese e francese.

L’alto funzionario ruandese era stata arrestata nel novembre scorso in Germania ed estradata in Francia.

Dopo il suo arresto Kigali aveva espulso l’ambasciatore francese e richiamato il suo da Berlino, mentre i rapporti diplomatici con Parigi erano già interrotti dal 2006, da quando la magistratura francese aveva emesso il mandato di arresto per Kabuye e altri otto funzionari del governo ruandese per il loro presunto coinvolgimento nel genocidio.

In una recente intervista al settimanale ‘The East African’, Rosa Kabuye ha detto di essere stata accusata di aver dato rifugio al commando che portò a segno l’attentato, addebito che nega.

Lo scorso agosto, la giustizia ruandese ha a sua volta accusato 33 politici e militari francesi di aver avuto un ruolo nelle stragi in cui furono uccisi 800.000 mila Tutsi e Hutu moderati in tre mesi.

Fonte: www.internationalia.net

Aggiungi un commento aprile 1st, 2009

“LE FERITE DEL SILENZIO” DI YOLANDE MUKAGASANA

le ferite del silenzioSostieni le attività della Onlus Bene Rwanda acquistando il libro testimonianza “Le ferite del silenzio” (La Meridiana, 1998, pp. 208) di Yolande Mukagasana menzione speciale Unesco per l’educazione alla pace con le foto di Alain Kazinierakis. Per acquistarlo basta inviarci una email con i tuoi dati a

press@benerwanda.org

 

Il prezzo di copertina del libro è di euro 22,00 pagabili in contrassegno. Spese di spedizione comprese. Si applicherà uno sconto del 10% per ordini superiori alle 30 copie.

Leggi la quarta di copertina: IV copertina
Leggi l’introduzione di Yolande Mukagasana:Introduzione

Scarica gli estratti del libro: I° estratto

Aggiungi un commento aprile 1st, 2009

ERGASTOLO A COLONNELLO BAGOSORA

genocide.jpg ARUSHA – Il tribunale penale internazionale per il Ruanda ha condannato il colonnello Theoneste Bagosora all’ergastolo per il suo ruolo nel genocidio compiuto nel paese.

“Il colonnello Bagosora é colpevole di genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra”, ha sentenziato la corte. L’accusa formulata contro Bagosora, 67 anni, dal Tpir era di aver comandato le truppe e la milizia hutu Interahamwe che massacrarono 800.000 tra tutsi e hutu moderati nell’estate del 1994.

Oltre al colonnello Bagosora considerato il ‘cervello’ del genocidio ruandese, ergastolo anche ad altri due ex ufficiali dell’esercito per “genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra”.

Il tribunale penale internazionale per il Ruanda ha condannato oggi a 20 anni di carcere Protais Zigiranyirazo, cognato dell’ex presidente Habyarimana, riconosciuto colpevole di genocidio e sterminio.

La corte presieduta dall’argentina Ines Weinberg de Roca ha concluso che Protais Zigiranyirazo aiutò e incoraggiò il massacro di circa 1.500 tutsi l’8 aprile 1994 sulla collina di Kesho, nella prefettura di Gisenyi, nel nord del paese. In un altro episodio contestato al cognato dell’ex presidente 20 tutsi furono uccisi nelle vicinanze della sua casa di Kigali. Il procuratore aveva richiesto per lui la pena dell’ergastolo. Oggi il Tpir si deve pronunciare anche su quattro ufficiali dell’esercito ruandese, tra cui sul colonnello Theoneste Bagosora sospettato di essere il cervello del genocidio del 1994, quando circa 800.000 tra tutsi e hutu moderati furono sterminati. Fratello maggiore di Agathe Kanziga, vedova del presidente Juvénal Habyarimana, Zigiranyirazo, 70 anni, fu deputato e poi prefetto di Ruhengeri, nel nord. Nel 1994 non aveva alcuna più alcuna carica, ma il tribunale ha concluso che aveva mantenuto autorità e influenza. Era stato arrestato in Belgio nel luglio 2001 ed il processo era cominciato nell’ottobre 2005.

Aggiungi un commento dicembre 22nd, 2008

Anniversario della dichiarazione universale dei Diritti Umani

DIRITTI UMANI A TEATRO, UNA SOPRAVVISSUTA AL GENOCIDIO IN RUANDA OSPITE DELLA LIMONAIA DI SESTO
Sabato 29 musica, video e testimonianze con Yolande Mukagasana e Niccolò Rinaldi

La scrittrice Yolande Mukagasana, tra i principali testimoni del genocidio in Ruanda, sarà ospite del Comune di Sesto Fiorentino per prendere parte a un’iniziativa che si terrà sabato 29 novembre al teatro della Limonaia. Tragicamente colpita nei propri affetti e scampata quasi per miracolo alla mattanza che nell’aprile 1994 causò la morte di circa un milione di persone, la donna racconterà la propria storia e quella dei sopravvissuti nell’iniziativa intitolata “Silence for Rwanda. Memoria di un genocidio”. La serata (inizio ore 21) sarà aperta da una performance di e con Niccolò Rinaldi, segretario generale aggiunto al Parlamento Europeo, tratta dal libro “L’invenzione dell’Africa. Un viaggio, un dizionario” e accompagnata dai video e dalle musiche di Claudio Boncompagni. Nel corso della performance Françoise Kankindi, presidente dell’associazione Bene Rwanda Onlus leggerà qualche “epitaffio” . Seguirà l’incontro con Yolande Mukagasana, autrice di “La morte non mi ha voluta”, “Ruanda 1994” e del recente “Le ferite del silenzio”, una donna che continua a lottare per la memoria e la riconciliazione nel suo paese e nei luoghi di conflitto. L’iniziativa inaugurerà il programma di iniziative organizzate dal Comune di Sesto Fiorentino in occasione del 60° anniversario della Dichiarazione dei Diritti Umani.
diritti_umani_invito.pdf

Aggiungi un commento novembre 27th, 2008

BENE-RWANDA E LA COMUNITA’ RUANDESE CONTRO L’ARRESTO DI ROSE KABUYE

La Comunità dei cittadini rwandesi residenti in Roma, riunita in assemblea spontanea domenica 16 novembre 2008,

- appresa la grave notizia che il Lt. Col (rtd) Rose Kabuye, Capo del Cerimoniale del Presidente della Repubblica Rwandese, è stata arrestata all’aeroporto di Francoforte, nonostante la Sua immunità diplomatica, in virtù di un mandato di cattura internazionale emesso dall’Autorità Giudiziaria Francese nel 2006 ;

- preso atto del contenuto della nota n. 093/09.01/PS/08 redatta in data 09.11 c.a. dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione della Repubblica del Rwanda avente per oggetto la vibrata protesta inoltrata all’Ambasciata della Repubblica Federale di Germania a Kigali;

- considerato che tale atto è stato giudicato totalmente illegittimo in autorevoli sedi internazionali, quali la Commissione dell’Unione Africana con sede in Addis Abeba (Etiopia) ed il Tribunale Criminale Internazionale per il Rwanda con sede in Arusha (Tanzania)

- constatato che, per la sua gravità, tale provvedimento restrittivo tradisce il processo di riconciliazione, in atto da diversi anni nel Paese Africano, e offende la libera coscienza di tutti i cittadini democratici

ESPRIME
unitamente alle Associazioni Italo Rwandesi interpellate: BENE RWANDA con sede in Roma, INSHUTI Italia-Rwanda con sede a Tradate (VA), ABAHOZA Italo Rwandese con sede in Parma, la propria sincera e incondizionata solidarietà a M.me Rose Kabuye per l’evento di cui è vittima.

INVITA
Il Console Onorario del Rwanda in Roma a voler sensibilizzare le Autorità Italiane, l’Associazione Nessuno Tocchi Caino e gli organi di informazione affinché sia dato il giusto e corretto risalto alle motivazioni dell’arresto di M.me Rose Kabuye.

Roma 16 novembre 2008
Il Presidente della Comunità
f.to Jean Pierre Ruhigisha

Aggiungi un commento novembre 18th, 2008

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